Linfomi, scoperto da scienziati italiani tallone di Achille

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 08 Giu 2017 alle ore 6:38am

Ricerca italiana scopre la particolarità dei linfomi e raccomanda l’uso di “terapie combinate”, grazie ad un team di ricercatori dell’Ifom di Milano che ha individuato alcuni meccanismi attraverso i quali la proteina Bcr controlla la crescita di forme aggressive di linfoma non-Hodgkin.

I nuovi dati indicano come migliorare le attuali terapie per la cura di diverse forme di linfomi e leucemie, proponendo approcci terapeutici basati su diverse combinazioni di farmaci.

Ebbene, tale ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Nature, è stata promossa grazie al sostegno della Fondazione Armenise-Harvard e di Airc.

Gli scienziati, con il loro studio, sono giunti alla conclusione che i linfomi, tumori del sangue che colpiscono comunemente uno dei principali attori del sistema immunitario: i linfociti B, reclutati per difendere l’organismo dall’attacco di agenti quali virus e batteri, riconoscono gli intrusi catturandoli grazie a recettori esposti sulla loro superficie, detti immunoglobuline (o Bcr, da B cell receptor).

L’intercettazione di patogeni da parte del Bcr stimola i linfociti a proliferare e quindi a rilasciare forme solubili delle stesse immunoglobuline che facilitano la rapida neutralizzazione dell’agente infettivo.

I linfociti B, e proliferano in risposta a un virus o batterio, e acquisiscono mutazioni “benigne” a carico dei geni del Bcr, necessarie a migliorare l’efficienza nel legare e neutralizzare il patogeno. Questo processo, a bassa frequenza, può causare mutazioni in geni diversi dal Bcr, che occasionalmente può portare all’insorgenza di linfomi o leucemie. In queste forme tumorali, il Bcr rimane dunque espresso sulla superficie dei linfociti B neoplastici, favorendone così la crescita.

Pertanto, il Bcr è un bersaglio elettivo della terapia di diverse forme di linfoma non-Hodgkin, nonché della leucemia linfatica cronica, la forma più comune di leucemia dell’adulto.

I risultati dello studio – di cui è autore, assieme al suo gruppo di studio, Stefano Casola, direttore del programma “Immunologia molecolare e biologia dei linfomi” dell’Ifom di Milano, mettono in guardia dai potenziali rischi di terapie anti-Bcr, svelando, strategie per rendere tali terapie più efficaci. Studiando in topi di laboratorio il linfoma di Burkitt, una forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin, i ricercatori hanno notato che cellule tumorali private del Bcr continuavano sorprendentemente a crescere. Viceversa, le stesse soccombevano rapidamente quando conservavano il Bcr. I risultati hanno portato a ipotizzare che il Bcr avvantaggi le cellule di linfoma che lo esprimono e allo stesso tempo freni la crescita di quelle che lo perdono. Grazie alla consolidata e proficua collaborazione con il professor Fabio Facchetti dell’Università di Brescia, e il professor Maurilio Ponzoni dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, si è rapidamente passati dallo studio in topi di laboratorio all’analisi di campioni umani di linfoma di Burkitt.