Il disturbo narcisistico di personalità: espressione della società?

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 02 Mar 2011 alle ore 8:23am


In un momento storico come quello attuale si parla spesso di patologie narcisistiche, soprattutto ultimamente, in seguito all’annuncio circa la cancellazione del Disturbo Narcisistico di Personalità dalla nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Dsm V, a cura dell’American Psychiatric Association), previsto per il 2013. Il rischio della sua scomparsa dall’elenco dei disturbi mentali riconosciuti, muove, da parte di molte istituzioni, dubbi e perplessità, avanzando motivazioni di ordine economico alla base di politiche mirate, da parte delle case farmaceutiche e delle società assicurative, mondiali. C’è chi imputa il motivo della presunta cancellazione all’obsolescenza concettuale della diagnosi e chi sostiene che certe caratteristiche si sono talmente diffuse e socializzate da non poter essere più distinte come patologiche.

In un simile clima si rischia di “normalizzare” una condizione di disagio esistenziale, difficilmente auto-percepita ma quasi sempre segnalata dalle conseguenze nei rapporti con gli altri, privando d’assistenza, soggetti immersi in una cultura già troppo poco sensibile alle sofferenze psicologiche e alla richiesta d’aiuto. Le patologie mentali stanno subendo, contrariamente a quanto pubblicizzato, un incremento di disturbi gravi, strutturali e ben radicati, che portano alla compromissione, non solo della qualità di vita del vissuto personale, ma incidono negativamente e fortemente nelle relazione interpersonali, creando un progressivo isolamento affettivo reale e minando le basi della costruzione di nuclei sociali.

Le più frequenti manifestazioni di narcisismo patologico sono rilevabili nei disturbi dell’identità che appaiono attraverso convinzioni e manifestazioni di grandiosità della propria persona, rilievo di una tendenza ambiziosa, evidente esuberanza di idee, linguaggio o azione (compresa quella sessuale), bisogno abnorme di riconoscimento da parte degli altri. Il rapporto con gli altri presenta costantemente elementi d’invidia e di sfiducia, accompagnate da sentimenti netti ed estremi di disprezzo e idealizzazione di coloro dai quali si aspetta un riconoscimento, garante del proprio valore.

Anche dietro sentimenti d’insicurezza e inferiorità manifesti, o di un’apparente buona tolleranza all’angoscia, sono presenti fantasie di grandezza e onnipotenza, nelle quali è dolce rifugiarsi, isolati dal perturbante mondo reale, per far fronte al gravoso peso delle frustrazioni e del riconoscimento dei propri limiti. Essere “normali” mette paura!

Ma cosa accomuna il maniaco di protagonismo, l’iper-emotivo, il perfezionista o colui che compromette la propria autoaffermazione non valorizzandosi? La necessità di far fronte, con i mezzi fino a quel momento possibili, anche se dispendiosi e scarsamente fruttuosi, ad una sottostante tendenza depressiva, ad un’angoscia di abbandono.

Si rimane così intrappolati nell’immagine di un Io ideale e irreale che impedisce un contatto e una sana dipendenza dagli affetti di cui ci si circonda. L’incapacità e l’intolleranza nel dipendere dagli altri mette al riparo dai pericoli di abbandono, maltrattamento, sfruttamento e frustrazione.

La paura della perdita d’amore e quindi la penosa esigenza del controllo di coloro che ci circondano produce soluzioni solo apparentemente indipendenti (“non ho bisogno di nessuno”), che in realtà la segnalano.

Ora c’è da chiedersi se, oltre gli interessi economici mondiali, la società nella quale viviamo, caratterizzata dall’efficientismo, orientata al successo e al consenso, richiedente risultati nel breve periodo, secondo una filosofia del “tutto e subito”, non strizzi l’occhio a quei tratti o strutture patologiche che essa stessa incarna.

L’abolizione di adeguati modelli di riferimento psichiatrici o la singola trattazione di specifici sintomi, senza lo sviluppo di un pensiero che nasce da una storia di vita, allontana ed impoverisce la possibilità di approfondire e riflettere sulle possibilità evolutive destinate a migliorare la qualità reale e percepita delle relazioni nel lungo periodo.

Dott.ssa Zena Cavallaro
Psicologa con formazione specialistica in Psicoterapia Psicoanalitica
Roma