Fegato di pesce: ricco di acidi grassi omega 3 e omega 6 alleati della salute

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 02 Mag 2011 alle ore 11:24am


Il fegato di pesce secondo un recente studio, può salvare il cuore. Ebbene, le alici sono la specie ittica che ha il contenuto maggiore e più equilibrato di acidi grassi omega 3 e omega 6, capace di proteggere da infarto e ictus.

I ricercatori dell’Università dell’Almeria, in Spagna, hanno confrontato 12 varietà di pesci comuni nella dieta dei Paesi mediterranei, tra i quali il nasello e le sardine.

Gli acidi grassi di questi pesci, sarebbero utili per prevenire o trattare diversi disturbi, come cancro, depressione, malattia di Alzheimer, schizofrenia problemi di comportamento e patologie cardiovascolari.

La ricerca, che ha preso in considerazione 12 tipi di pesce, diffusi e consumati nel sud-est della Spagna come il merluzzo, lo squalo mako e la sardina, ha stabilito che il pesce in assoluto più ricco di queste sostanze naturali è la “velenosa” Tracina drago (Trachinus draco), seguita dalla alice o acciuga europea (Engraulis encrasicolus): il contenuto di grassi polinsaturi a catena lunga, è rispettivamente il 51% e il 48% del totale di acidi grassi presenti nei due alimenti.

Ma non solo. Sembra infatti, che anche il melù o potassolo (Micromesistius poutassou) che è, a detta dei ricercatori, quello che ha la combinazione di omega 3 e omega 6 ottimale per il consumo umano possa essere un alleato del cuore.

Il fegato di pesce rappresenta un’ottima fonte di grassi polinsaturi, specialmente di quelli della famiglia omega 3, come l’acido eicosapentaenoico (Epa) e l’acido docosaesaenoico (Dha)”. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Food Composition and Analysis.

Nota dolente che emerge da questa ricerca è che il fegato viene scartato e buttato in mare. L’industria della pesca di solito scarta gran parte del fegato dei pesci (eccezione fatta per il fegato di merluzzo, utilizzato per produrre olio), buttando via le interiora prima dell’inscatolamento.

Ebbene secondo i ricercatori si finisce così per gettare via tutte quelle proprietà nutrizionali necessarie per la salute, che se fossero utilizzate ed entrassero nella catena alimentare si potrebbe ridurre anche l’impatto sull’ambiente marino, un problema intrinsecamente connesso con l’industria ittica nelle zone costiere.