Oltre l’ipocondria. La paura

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 15 Mag 2011 alle ore 8:35am


Sono molte le persone che si definiscono o che vengono definite ipocondriache.
Al di là delle etichette ci si trova davanti a situazioni spesso gravemente invalidanti, nel senso che compromettono molto la vita personale sociale e talora anche lavorativa di chi ne è coinvolto.

Ma cosa si intende con questo termine?

Dal DSM-IV-TR, il manuale ufficiale che classifica a livello mondiale i disturbi mentali, giacché è una situazione che ha un riscontro nella sfera psichica, anche se ciò che appare sembra essere legato alla sfera corporea, si rilevano i seguenti criteri:
– deve esserci una preoccupazione legata alla paura di avere, o alla convinzione di avere, una malattia grave, basata sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto;
– la preoccupazione deve persistere nonostante la valutazione la rassicurazione medica appropriata;
– la convinzione non deve essere di intensità delirante, né limitata ad una preoccupazione circoscritta all’aspetto fisico;
– la preoccupazione deve causare disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti;
– la durata dell’alterazione è di almeno sei mesi;
– la preoccupazione non è meglio attribuibile a Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbo di Panico (senza Agorafobia e con Agorafobia), Episodio Depressivo Maggiore, Ansia di Separazione o un altro Disturbo Somatoforme.

Ma tutte queste sono definizioni, appunto, da manuale. Senza dubbio ineccepibili sul piano scientifico, ma non aiutano la comprensione profonda di cosa significhi veramente sentirsi attraversati nella propria esistenza da ondate di timori a volte violenti e rumorosi come mandrie in fuga in una prateria, altre volte appena sussurrati, ma altrettanto fastidiosi, come il ronzio di un insetto nel silenzio della notte.
Chi può comprendere la portata del tormento instillato tutti giorni, tutto il giorno, da quei dubbi, da quelle paure, da quella ansietà: avrò toccato e mi sarò infettato? Sarò stato toccato ed ora per me non c’è più speranza? Chi può saperlo? Chi potrà darmi una risposta certa? C’è un tempo di latenza, forse di incubazione, allora forse non si vede, ma qualcosa dentro di me si sta già sviluppando.
Sono solo alcuni dei dubbi che chi soffre di ipocondria conosce bene e teme soprattutto che nessun altro possa comprendere quella situazione che è così profonda dentro di sé da essere invisibile, ma ciò nondimeno presente.

E’ dunque la paura di ciò che c’è, ma soprattutto la paura di ciò che ancora non c’è, ma sta arrivando, anzi forse è già arrivata, solo che è nascosta.
La paura del vuoto. Il vuoto che ci separa dall’altro.
Quell’altro che non coglie, che non sa, che non capisce quanto pericoloso sia ciò che ci si sente dentro, ciò che ci si sente sviluppare dentro.
Quel vuoto di valore, che si teme di avere e che si sente il profondo, inconscio desiderio di riempire ad ogni costo, piuttosto con una malattia.
Certo è difficile ammetterlo, però una malattia riempie, eccome se riempie, di un significato, di un valore, per quanto paradossale, il valore dell’avere qualcosa in sé, quando le esperienze del passato hanno fatto sentire che non si valeva abbastanza. Quando le esperienze del passato con violenza hanno soppresso, hanno represso il nostro istinto di vita, lasciandoci che cosa?

Secondo Freud accanto all’istinto di vita esiste un istinto di morte ecco allora che quando il primo, a causa di esperienze traumatiche, può essere in una qualche misura ridotto, soppresso, compresso, allora l’altro diventa più evidente, non già che si incrementi, ma semplicemente assuma una maggiore rilevanza, perché è come se gli venisse lasciato sgombro il campo, allora il palcoscenico è tutto suo.

Occorre parlare di queste cose, andare oltre questi scenari, dietro le quinte di questa sofferenza, con un ascolto paziente, perché solo nel tempo, un lungo tempo, un po’ alla volt,a qualcosa possa dispiegarsi e si possano trovare nuovi scenari di vita, e non soltanto di morte.

Dott.ssa Anna Daniela Linciano
Medico Chirurgo
Specialista in Psichiatria
Psicoterapeuta
Candidata della Società Psicoanalitica Italiana