Bossetti: ‘In cantiere dicevano tutti che Yara era stata uccisa per una vendetta contro il padre’

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 13 Lug 2014 alle ore 11:15am

Il muratore Massimo Giuseppe Bossetti parlando con il gip Vincenza Marcora il 19 giugno, nel carcere di Bergamo, secondo quanto emerso dai verbali pubblicati dal quotidiano “Repubblica” di oggi, rivela: “In cantiere dicevano tutti che Yara era stata uccisa per una vendetta contro il padre, Fulvio Gambirasio. Il dna mi incastra? Ma io giuro sui miei tre figli che Yara non l’ho mai né conosciuta, né vista, né incontrata”.

In 67 pagine di verbale in cui l’uomo ricostruisce la sua giornata del 26 novembre 2010: “Sono tornato a casa dopo il lavoro, ho fatto la doccia, ho cenato con moglie e figli, ho guardato un po’ i quaderni dei miei bambini, giocato con loro che vanno sempre a letto alle 21. Poi sono stato sul divano a guardare la televisione“.

E rispondendo all’obiezione del giudice che gli sottolinea che a distanza di quasi quattro anni è difficile ricordare tanti particolari, il presunto assassino di Yara si difende: “ Sono un uomo metodico, un abitudinario. Faccio sempre le stesse cose: lavoro, doccia, cena, divano”.

Poi alla domanda sul Dna trovato sugli indumenti di Yara, replica: “E’ impossibile che sia stato trovato. Ma se venisse dimostrato senza nessun dubbio che il Dna è mio, bisognerà capire perché è stato trovato lì. Io non lo so”.

Bossetti si proclama estraneo ai fatti e dice “Fatemi pure tutte le domande che volete. Non ho niente da nascondere” e continuando “Non ho mai fatto male a nessuno. Ho 43 annni, ho la testa sulle spalle, un bel lavoro, una bella moglie e tre figli che mi aspettano a casa tutti i giorni. Mai avrei potuto fare una cosa così. Glielo posso giurare sui miei figli: non ho fatto niente”.

Il gip chiede poi all’uomo di spiegargli quando venne a conoscenza della scomparsa di Yara: “Penso il 27 novembre. Se è sparita il 26, hanno dato la notizia il giorno dopo, credo…”.

E sulla sua presenza, nella zona della palestra, secondo riscontri con le celle telefoniche, dice: “In quei giorni lavoravo nel cantiere di mio cognato Osvaldo Mazzoleni in via Prato Marone a Palazzago. Per tornare a casa percorrevo il tragitto abituale e passavo anche davanti al centro sportivo di Brembate”, precisando “Non ci ho mai messo piede“.