Secondo l’epidemiologo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Scientifico Nazionale per le malattie infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ di Roma “l’Italia è già in allerta, ma non è un Paese a rischio“.

Lo ha affermato l’esperto nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Spiegando che il vantaggio che il nostro Paese ha è quello che non esistono voli diretti che vanno verso i Paesi colpiti dal contagio.

E pertanto, eventuali passeggeri che verrebbero contagiati dal virus dell’Ebola, prima di arrivare in Italia, dovrebbero prima fare scalo in altre città europee dove sono stati predisposti degli screening serratissimi al fine di identificare eventuali soggetti portatori della malattia.

Ad ogni modo, ha aggiunto l’epidemiologo, le autorità aeroportuali sono allertate e chi dovesse sbarcare con sintomi sospetti verrebbe subito identificato e sottoposto ai dovuti controlli sanitari. Procedura questa in vigore dal 1995 su tutto il territorio Nazionale dietro diretto controllo del Ministero della Salute.

Pertanto, l’unico rischio sarebbe quello che un malato giunga in Italia attraverso l’immigrazione clandestina, a Lampedusa o in altre zone costiere.

Allarme, però, che secondo il Ministero della salute, sarebbe scongiurato per via dei rigorosi controlli di cui il nostro Paese dispone, oltre che per l’incubazione rapida della malattia, e del viaggio in mare molto lungo.

Nel comunicato stampa del Ministero si legge: “Riguardo le condizioni degli immigrati irregolari provenienti dalle coste africane via mare, la durata di questi viaggi fa sì che persone che si fossero eventualmente imbarcate mentre la malattia era in incubazione manifesterebbero i sintomi durante la navigazione e sarebbero, a prescindere dalla provenienza, valutati per lo stato sanitario prima dello sbarco, come sta avvenendo attraverso l’operazione Mare Nostrum».

Intanto, però, l’Organizzazione mondiale della sanità cerca di trovare una soluzione urgente per bloccare la diffusione del virus in Sierra Leone, Liberia, Guinea e, da ieri, anche in Nigeria.

I morti, da un anno a questa parte, sono 1323, 726 da dicembre scorso, 57 negli ultimi quattro giorni. Una crescita esponenziale che allarma l’Africa intera, l’Europa e gli Stati Uniti. La dimensione di questa epidemia, per l’Oms, «non ha precedenti».

Eppure c’è una cosa da dire. Gli infettivologi sono al lavoro da tempo, ma solo oggi si sta riaprendo il dibattito sui trattamenti e sugli ipotetici vaccini contro la malattia. Vaccini che non sono arrivati ancora alla fase sperimentale. I test infatti, sarebbero stati fermati per mancanza di fondi.
La domanda nasce allora spontanea. In che modo pensano questo terribile virus?

L’ebola è una un virus particolarmente aggressivo che causa una febbre emorragica potenzialmente mortale per uomini ed altri primati (scimmie, gorilla, scimpanzé); la scoperta del virus risale al 1976 in Congo (Africa). Potenzialmente il virus potrebbe essere utilizzato anche come arma biologica.

Il virus ha come serbatoio alcune specie animali, il pipistrello sembra essere quella principale, e gli esseri umani possono contrarlo attraverso animali infetti. Dopo la trasmissione il virus può diffondersi da persona a persona attraverso il contatto con fluidi corporei o aghi contaminati.

Il tempo di incubazione si aggira sui 7-10 giorni, ma può variare da 2 a 21. Dunque forse circa i tempi di incubazione, il ministero non ha detto una cosa giusta. Inoltre, l’intervallo medio fra la comparsa dei principali sintomi e la morte varia dai 3 ai 21 giorni, con una media di circa 10 giorni.

I sintomi più comuni sono:
febbre, mal di testa, dolori articolari e muscolari, debolezza, diarrea, vomito, mal di stomaco, inappetenza.
Ma alcuni pazienti possono presentare: rash cutaneo, occhi rossi e congiuntivite, singhiozzo, tosse, mal di gola,
dolore toracico, perdita di peso, difficoltà di respirare, difficoltà di deglutizione, sanguinamento all’interno e all’esterno del corpo.

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