Strage a Napoli per futili motivi, incensurato spara dal balcone: 4 morti e diversi feriti, è lutto cittadino. Ecco come è andata

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 16 Mag 2015 alle ore 10:42am


Giulio Murolo di anni 48, infermiere all’ospedale Cardarelli è un appassionato di caccia ed è un bravo tiratore.

Ieri pomeriggio, per un futile motivo ha fatto una vera e propria strage, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei.

Nel quartiere di Miano, periferia nord di Napoli erano le quattro del pomeriggio.

Murolo ha già ucciso il fratello Luigi, 52 anni, la moglie, e la cognata, Concetta Uliano, 51 anni: i loro corpi giacciono sul balcone, il sangue gocciola dal balcone, sopra c’è il filo per stendere i panni; ebbene, sarebbe stato proprio quel filo il motivo del litigio.

Toglilo, lascialo, ho detto toglilo’. Una stupida lite di condominio forse non la prima, finita poi in tragedia.

Murolo ha deciso di non urlare più, ma di andare nella sua stanzetta accanto alla cucina a prendere fucile e pistola, tutto regolarmente denunciato, iniziando così a sparare dal suo balcone di casa.

Rimasto in piedi accanto ai cadaveri, nel gran silenzio della strada, dei vicoli, anche le urla di terrore delle vittime ad un certo punto si sono spente.

Poi è apparso un uomo, giù, all’angolo: Francesco Bruner, un ufficiale dei vigili urbani fuori servizio che conosceva Murolo. L’uomo non ha esitato e gli ha chiesto di smetterla, implorandolo, mentre intanto cercava di deviare il traffico, camion e motorini.

Ecco allora che nell’alzare il braccio, ha fatto cenno alla auto e alla gente di andare via, poi uno sparo anche per lui.

Murolo prende la mira con calma – ci sono anche diversi testimoni nascosti dietro le porte e le automobili in sosta.

Ad un certo punto il folle decide di estrarre pure una pistola. In strada la gente inizia ad avere tanta paura, a barricarsi in strada, qualcuno si sente male. Una donna si rannicchia sotto un lampione e tiene stretto al petto il suo bambino di pochi mesi.

A qualche metro di distanza dal cadavere del vigile urbano, rantola anche un carabiniere. Perde sangue ad una gamba.

Cerca di avvicinarsi chino e veloce anche un agente, ma anche lui viene sparato ad un braccio.

Dietro ad un cassonetto si trascina un altro vigile urbano, Vincenzo Cinque: pure lui era fuori servizio e pure lui è stato colpito dai proiettili.

Sembra essere il ferito, è il più grave di tutti. Un capitano dei carabinieri, che ha tanta esperienza perché è stato in missione in Iraq, pensa subito che bisogna comportarsi come quando in battaglia si resta sotto il tiro di un cecchino. Serve una copertura.

Ecco alla che dalla vicina caserma Caretto, sede del battaglione Campania, viene fatto uscire un mezzo blindato.

Deve posizionarsi giusto davanti al balcone dell’infermiere impazzito. Ma Murolo non molla. Riprende la mira.

Luigi Cantone fioraio che rallenta a bordo del suo scooter grigio, viene colpito anche lui da un proiettile, era stato puntato proprio come gli altri.

I morti sono quattro. I feriti, complessivamente, sei.

Murolo cessa di sparare. La zona è presidiata da decine e decine di agenti e carabinieri, molti anche in borghese.

Un funzionario della questura fa sapere intanto che stanno arrivando anche i Nocs, le teste di cuoio della polizia. Ma ci vorrà un po’ prima di vederli arrivare.

Meglio provare ad avviare dunque una trattativa. Serve un megafono. Chi ha un megafono?

Dieci minuti dopo. «Murolo, mi senti?». «Murolo, stai calmo, arrenditi…». «Ora ti veniamo a prendere, ok?».

Un’ora dopo si passa a parole dolci, poi brusche, minacciose, e di nuovo dolci.

Murolo si arrende, chiama lui stesso il 113: «Sono io quello che sta facendo il macello».

L’operatore cerca di tranquillizzarlo. Ad un certo punto ecco quattro agenti apparire. Per milletrecento euro al mese, rischiano loro la vita.

Si infilano un giubbotto antiproiettile e s’avviano verso l’uomo. Due di questi agenti hanno meno di trent’anni.

Il funzionario del commissariato di zona va lui avanti. C’è silenzio nella casa, tanto che si sente anche il rumore dei loro passi.

Allora Murolo, viene fuori. Lo tengono per le ascelle, gli premono il collo. Lui ha gli occhi simili a quelli di un bue, ed è di costituzione molto grossa, massiccia.

«Non mi uccidete, però… ho fatto solo una cazzata».

Non oppone resistenza. Gli agenti faticano anche a farlo sedere nel sedile posteriore di una Fiat Punto.

L’agente che è alla guida chiede strada, prova a sgommare via, ma intanto è comparsa la folla che s’era rintanata, è inferocita, ci sono calci sulla carrozzeria dell’auto e sputi, e voglia di vendetta.

Poi si mette davanti una volante con una sirena accesa e la gente va via. L’uomo viene portato via.

Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris annulla l’inaugurazione della stazione metrò di piazza Municipio, cui avrebbe dovuto partecipare oggi il premier Matteo Renzi ed indice lutto cittadino.

Dall’appartamento scende una giovane agente della Scientifica, con la tuta bianca e sporca di sangue. Si scopre che «Il Murolo aveva anche preparato l’innesco per far esplodere due bombole del gas…».

La personalità di Giulio Murolo, dipendente del reparto di chirurgia toracica, dell’ ospedale “Cardarelli” di Napoli, è ancora tutta da decifrare.

Mai ricevute segnalazioni negative sul suo conto -ha detto il direttore sanitario dell’ospedale, Franco Paradiso – non lo conoscevo bene”.

Si è chiuso nel silenzio – ha raccontato in una conferenza stampa il questore di Napoli Guido Marino, affiancato dal Comandante provinciale dei carabinieri Antonio de Vita – durante le telefonate con l’operatore del 113 è apparso naturalmente in stato di eccitazione, ma non di alterazione psichica”.

Almeno 16 i colpi esplosi dall’uomo. Tanti i bossoli ritrovati dalla Polizia, ma la ricostruzione della Scientifica, definita “molto complessa” è ancora in corso.

I colleghi di lavoro lo definiscono silenzioso e introverso, ma nessuno ha mai notato in lui segni di squilibrio. Freddo, semmai, proprio come si è manifestato agli uomini in divisa ai quali si è arreso, senza opporre alcuna resistenza e senza dire mai una sola parola, dopo i 40 minuti trascorsi al telefono con un operatore del 113 che lo ha spinto ad arrendersi.