Ancona, l’untore di 35 anni Claudio Pinti reclutava in chat partner per rapporti non protetti

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 16 Giu 2018 alle ore 8:11am

Claudio Pinti, l’untore di 35 anni arrestato alcuni giorni fa dalla mobile di Ancona per lesioni gravissime dolose, ha ammesso di aver fatto sesso non protetto con 228 persone, donne, ma anche uomini negli ultimi anni conosciuti in chat e siti anche gay.

Gli ultimi il 3 e 5 giugno scorsi, senza aver mai svelato di essere sieropositivo, eccetto a due persone, la compagna, Giovanna Gorini, morta per l’Aids un anno fa e all’ultima fidanzata, alla quale aveva confidato di essere sì sieropositivo, ma che avendo fatto un test dir recente aveva scoperto che la malattia era scomparsa: «Mi sottopongo a controlli medici per curiosità, non per altro» raccontava lui.

Dieci anni di bugie e di sotterfugi. Solo che l’ultima fidanzata, 47enne di Agugliano con cui aveva un rapporto da febbraio scorso una relazione, non contenta della sua risposta e vedendo che la febbre non passava, gli ha confidato di volersi sottoporre al test per l’Hiv, la risposta di Pinti è stata quella di «Non andare dal medico, di non fare visite, perché sono inutili. Il virus dell’Aids non esiste».

Un fitto scambio di messaggi sui social che ha portato l’autotrasportatore a cancellare con l’aiuto di un tecnico informatico, tutti messaggi web scambiati con la donna. Così dopo la denuncia di costei, e l’appello lanciato dalla questura, le prime, potenziali vittime dell’untore iniziano a farsi sentire.

«Sono disperata – ha detto una delle donne che hanno chiamato al numero di telefono dedicato dagli inquirenti – ho avuto di recente rapporti con quell’uomo, più di uno, e purtroppo temo di essere positiva al test dell’Hiv. Assumerò tutti i provvedimenti del caso qualora fosse confermato il contagio. Lui deve pagare».

Due donne e un uomo si sono già rivolti alla questura, mentre altre persone sono state sentite dagli inquirenti.

Anche qui donne e uomini i cui nomi sono spuntati grazie al materiale raccolto nel corso delle indagini nella casa dell’uomo, sul suo pc e smartphone.

Nell’udienza di convalida dell’arresto in carcere, Pinti si è avvalso della facoltà di non rispondere. Presto, per le sue condizioni di salute, potrebbe anda

re in regime carcerario alternativo. Per ora è stato messo in cella di isolamento (la stessa dove è stato Oseghale, accusato della morte di Pamela Mastropietro), anche perché quando i detenuti di Montacuto hanno capito che era arrivato il famoso ‘untore’, è scoppiata una minaccia collettiva: «Sei finito!», «Appena esci dalla cella ti stacchiamo la testa».