Nuova ricerca sostiene che lo zucchero non provoca il diabete di tipo 2 e l’infarto

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 01 Lug 2018 alle ore 6:05am

Lo zucchero non provoca il diabete di tipo 2 e non è nemmeno direttamente responsabile delle patologie cardiovascolari. Lo dice un nuovo studio americano, coordinato da esperti della Scuola di nutrizione e promozione della salute presso il College of Health Solutions dell’Università Statale dell’Arizona.

All’indagine a cui hanno preso parte anche gli scienziati della prestigiosa Scuola di Medicina dell’Università di Harvard e della Division of Public Health Sciences presso l’Università di Seattle, ha ribaltato quello che per certi versi è un luogo comune.

I ricercatori americani, coordinati dalla professoressa Natasha Tasevska, sono giunti a questa conclusione, dopo aver condotto un approfondito studio epidemiologico su oltre 80mila donne, seguite per 16 anni nell’ambito del progetto di ricerca Women’s Health-Observational Study. Tasevka e colleghi hanno analizzato infatti i livelli di zucchero nell’organismo delle partecipanti – tutte in post menopausa – attraverso un biomarcatore rilevato nei campioni di urine. E dei questionari “self-reported” (cioè dagli stessi pazienti), la cui precisione non è assolutamente paragonabile a quella della misurazione di un biomarcatore.

Dall’analisi statistica dei dati, coadiuvata da un algoritmo messo a punto dagli stessi scienziati, è emerso che le concentrazioni di zuccheri (come saccarosio, lattosio, fruttosio e via discorrendo) non aveva alcuna relazione diretta con lo sviluppo del diabete di tipo 2 e con quella di eventi cardiovascolari. Il rischio per il primo è infatti risultato essere pari solo a 0,94 (IC 95%: 0.77, 1.15) mentre per le malattie cardiovascolari a 0,97 (0,87, 1,09). Ciò ovviamente non significa che gli zuccheri non siano dannosi per la salute se assunti in determinate quantità, ma che essi non siano la causa diretta e scatenante del diabete di tipo 2 e delle patologie cardiovascolari. A veicolarli sarebbe dunque l’insieme dell’apporto calorico, e non lo specifico alimento.

I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica American Journal of Epidemiology.