Tiffany da oggi tracciabilità e trasparenza per i diamanti. No a lavoro minorile, e sangue

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 12 Gen 2019 alle ore 7:59am

Il marchio Tiffany & Co. ha lanciato un nuovo programma per promuoverne tracciabilità e trasparenza dei diamanti venduti: a partire da alcuni giorni fa i clienti della leggendaria gioielleria, la cui sede sulla Quinta Strada ha fatto da sfondo a ‘Colazione da Tiffany’, potranno conoscere finalmente il Paese o la regione di origine delle pietre recentemente estratte, da oltre 18 carati che stanno acquistando.

“E’ un argomento sempre più rilevante per le nuove generazioni ed è nostro dovere, come leader del settore dei diamanti, dare ai nostri clienti questa informazione”, ha detto alla Bloomberg Tv il Ceo Alessandro Bogliolo, confermando l’interesse del brand a conquistare i fidanzati del futuro. Tiffany, fondata nel 1937, negli ultimi tempi ha fatto fatica a conquistare la generazione dei Millennials.

Domenica scorsa ai Golden Globes Lady Gaga aveva addosso una collana con oltre 300 diamanti di Tiffany quando ha ricevuto il premio per la migliore canzone originale di ‘E’ Nata Una Stella’. Dalla miniera al negozio, un diamante cambia di mano molte volte e la tracciabilità è cruciale per chi vuole acquistare una pietra ‘pulita’. Molti compratori vogliono oggi la certezza che la pietra non sia stata prodotta sfruttando lavoro minorile o per finanziare guerre e terrorismo: i cosiddetti ‘diamanti insanguinati’ del thriller del 2006 con Leonardo Di Caprio ambientato in Sierra Leone, o le ‘pietruzze’ che il dittatore liberiano Charles Taylor regalò alla top model Naomi Campbell e per cui lei otto anni fa fu chiamata a deporre davanti alla Corte dell’Aja nel processo contro Taylor per crimini di guerra e contro l’umanità.

Human Rights Watch ha applaudito all’iniziativa. “E’ un nuovo livello di trasparenza nel settore del gioiello e il primo passo per migliorare i diritti umani nel mondo. Quando andiamo al supermercato sappiamo che le banane vengono dalla Colombia, i pomodori dal Messico, il salmone dalla Norvegia. Ma in gioielleria fino ad oggi nessuno sapeva dirci la provenienza di un diamante”.