Dumbo, Elisa: ‘Un sogno lavorare con Tim Burton’

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 29 Mar 2019 alle ore 8:22am

L’elefantino volante di Walt Disney torna con gli occhi di Tim Burton. Il regista di Burbank ha cura questa volta la nuova versione di Dumbo, al cinema dal 28 marzo, dando al simpatico elefante nato nel 1941 una nuova immagine. Quella di Burton è una storia riletta in chiave moderna, con gli immancabili slanci visionari, che non tradisce lo spirito disneyano.

Un pizzico di atmosfera dark, una spruzzata di gotico, una manciata di struggente romanticismo ed ecco che poi il brano Baby Mine, il classico della colonna sonora (premiata con l’Oscar) del film Dumbo del 1941, rivisitato da Elisa per il live action firmato da Tim Burton per la Disney e uscito ieri. “Ho avuto carta bianca da lui – racconta all’ANSA Elisa che nel film presta la voce a Miss Atlantis, la sirena del Circo dei Fratelli Medici – ma non ho voluto stravolgere la struttura e tantomeno le parole. E’ un pezzo abbastanza intoccabile e volevo che lo spirito retrò che lo contraddistingue non venisse intaccato, ho cercato solo di renderlo un po’ più alla ‘Tim Burton’, dandogli un tocco leggermente gotico”, spiega l’artista, legata al film dai ricordi d’infanzia, quando lo vedeva con mamma e sorella.

I due si sono incontrati per la prima volta alla premiere a Roma (“Ed ho pianto… come quando ero piccola”, confessa). “Lui è stato molto simpatico e divertente. Non ci eravamo mai parlati, ma mi ha detto di essere molto soddisfatto del risultato. Per me è stato un sogno e un grande onore poter collaborare con lui: Burton è uno dei miei registi del cuore”.

Sinossi
La guerra è finita e Holt Farrier ritorna a casa, al suo circo, e ai suoi due figli, Milly e Joe. Ha perso un braccio, la moglie, il suo numero coi cavalli, e anche il resto della compagnia non se la passa molto bene. Il direttore, Maximilian Medici, punta sul cucciolo di elefante in arrivo, ma, alla nascita del piccolo di mamma Jumbo, rimane interdetto e furioso, a causa delle sue orecchie fuori misura. Milly e il fratellino, invece, si affezionano al piccolo dagli occhi azzurri e scoprono che, dietro l’handicap apparente, nasconde una straordinaria abilità: se stuzzicato da una piuma, Dumbo (questo il vezzeggiativo che il pubblico affibbia all’elefantino) può volare! Lo scoprirà anche il furbo imprenditore Vandevere, e allora per Dumbo e i suoi amici inizieranno i guai.

In questo film c’è più Tim Burton che in molti degli ultimi film del regista, forse e soprattutto perché le sue impronte si celano nelle fondamenta dell’impianto filmico, ben più che nelle trovate di superficie.

Per quanto naturalmente imbevuto di citazioni del classico Disney del ’41, il Dumbo di Burton poggia le zampe su altre basi: non sarà la sua mostruosità a dettare l’immagine del film, e dunque non saranno né lo scherno crudele né la compassione che suscita ad abitare il centro della scena, perché quella mostruosità è un tratto di famiglia, un marchio di appartenenza. C’è a chi manca un arto, a chi un fratello, una madre, una coda da sirena, ma fa parte del gioco; l’importante è stare uniti, fare famiglia, essere trasformisti e versatili, come Rongo The Strongo, forzuto in vestaglia, ma anche contabile e ufficio stampa.

Quando dalla dimensione del desiderio si passa invece a quella del sogno, le cose cambiano. Burton racconta la “Dreamland” in cui il personaggio interpretato da Michael Keaton trascina l’ingenua compagnia circense come una Hollywood Babilonia, tutta coreografie e lustrini e retroscena senza scrupoli: un sogno che contiene un'”Isola dell’incubo” e quell’incubo è la perdita della mamma, e fa di Milly e di Dumbo una cosa sola.