Decoder riesce a tradurre in parole i segnali del cervello, un primo passo per aiutare chi non può parlare

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 27 Apr 2019 alle ore 11:14am

Un decoder basato sull’intelligenza artificiale sarebbe in grado di tradurre in parole l’attività del nostro cervello. Il primo passo verso future interfacce cervello-macchina che restituiranno la capacità di parlare a chi non può più farlo a causa di una malattia come il Parkinson o la Sla, o anche un incidente stradale. Descritto sulla rivista scientifica Nature, il dispositivo è stato sviluppato dal gruppo dell’università della California a San Francisco coordinato da Gopala Anumanchipalli.

“Questa ricerca è una dimostrazione che in futuro saremo in grado creare strumenti che tradurranno il pensiero in ‘azioni’ come la parola”. A spiegarlo è Carlo Miniussi, direttore del Centro Mente Cervello (Cimec), dell’Università di Trento a Rovereto a l’ANSA. Il risultato, “in linea con altri simili ottenuti anche in Italia, mostra – ha aggiunto – che ci sono delle chiare prospettive per la costruzione di ‘neuro-protesi’ che possono migliorare la nostra esistenza, non solo quando siamo affetti da una patologia che compromette la nostra capacità di parlare, ma anche per controllare arti robotici”.

Il dispositivo riproduce virtualmente gli organi coinvolti nel linguaggio, come labbra, mandibola, lingua, e laringe. Per metterlo a punto i ricercatori hanno registrato l’attività delle aree della corteccia del cervello di cinque volontari che parlavano ad alta voce. Hanno analizzato i loro segnali cerebrali che controllavano i movimenti degli organi coinvolti nel linguaggio e il sistema basato sull’intelligenza artificiale che li ha convertiti in suoni e parole grazie a un sintetizzatore.

I sono riusciti ad articolare 101 frasi e i volontari che le ascoltavano sono riusciti a identificarle e a trascriverle.