agosto 18th, 2019

Reni sani, come tutelarli con la giusta alimentazione

Pubblicato il 18 Ago 2019 alle 8:03am

L’alimentazione è molto importante per preservare i reni in salute. Talvolta alcuni cibi possono danneggiarli sovraccaricandoli. Alimenti troppo salati e quantità eccessive o scarse di acqua possono farli lavorare troppo.

Ma vediamo nello specifico cosa è meglio mangiare, e cosa no.

Come prima cosa gli esperti, raccomandano di non superare i 5 grammi di sale giornaliero.

Il potassio, dovrebbe essere limitato da parte di chi è affetto da malattie renali. E alimenti ricchi di fosforo anche, come latticini, carne rosa, pesce, legumi e molte tipologie di grano e cereali.

Per chi ha invece ha reni sani gli alimenti consigliati che li aiutano a mantenerli in forma, sono la cipolla che favorisce l’eliminazione dell’acido urico, l’olio d’oliva, che contiene grassi buoni ed è pertanto, da preferire rispetto ad altre tipologie di condimento. Non contiene fosforo ed è dunque consigliato anche per chi soffre di problemi renali.

Poi abbiamo, le mele che hanno un effetto antinfiammatorio. Diminuiscono il rischio di malattie cardiovascolari, prevengono la costipazione e riducono il colesterolo. Hanno inoltre un potente effetto antinfiammatorio e danno un notevole apporto di fibre naturali.

Altri alleati della salute dei reni, sono poi, i mirtilli, che svolgono un’importante azione depurativa e disintossicante. Li proteggono da possibili infezioni e contengono antiossidanti che diminuiscono il rischio di malattie cardiovascolari. Aiutano inoltre, contro il rischio di declino cognitivo e diabete.

L’ananas ricco di fibre, magnesio e vitamina B. Contiene la bromelina, un enzima che aiuta a ridurre i calcoli renali e le infiammazioni.

E ancora, cavolo che contribuisce a mantenere in salute il sistema digerente e i reni, in quanto ricco di sali minerali e vitamine. Contiene inoltre una fibra insolubile che mantiene in salute il sistema digerente e i reni.

Cheratosi pilare, come curarla in maniera efficace con i migliori rimedi anche naturali

Pubblicato il 18 Ago 2019 alle 7:04am

La cheratosi pilare è una malattia della pelle molto diffusa, che determina la presenza di piccole macchie di colore rosso o beige attorno ai follicoli dei peli. Il problema può presentarsi in diverse parti del corpo, dalle cosce ai glutei, dalle guance alla parte superiore delle braccia. E’ una condizione che non si può curare, ma con il tempo e con un trattamento adeguato può diventare sempre più, meno evidente. Non è contagiosa, perché non si tratta di un’infezione e non è causata da alcun batterio o fungo.

Si tratta di una condizione che in parte ereditaria: è stato dimostrato, che circa il 50-70% dei pazienti con questa malattia della pelle hanno altri casi in famiglia. Inoltre potrebbe contribuire all’insorgenza del problema una produzione eccessiva di cheratina della pelle, un processo denominato ipercheratizzazione.

Accumuli che possono essere determinati dalla presenza eccessiva di particelle di pelle secca all’apertura dei follicoli piliferi. La cheratosi pilare può essere associata ad altre condizioni, come la dermatite atopica, l’eczema, la pelle secca e allergie stagionali inalatorie. Esaminando la pelle interessata dal problema, si può notare un leggero ispessimento e un vero e proprio intasamento del follicolo. L’aspetto arrossato della pelle può essere determinato dalla dilatazione dei vasi sanguigni in superficie.

Chi può ammalarsi

La cheratosi pilare può interessare i bambini e gli adolescenti, ma anche gli adulti. In genere le donne sono le più colpite da questa condizione della pelle rispetto agli uomini. Nei bambini, la cheratosi pilare compare entro i primi 10 anni e può subire un peggioramento durante la pubertà. Questo disturbo della pelle tende a risolversi da solo con l’avanzare dell’età, soprattutto dopo i 30 anni.

Cure e terapia

Non esiste una cura per la cheratosi pilare che possa considerarsi valida per tutti. A volte questa condizione della pelle sparisce completamente senza la necessità di intervenire con un trattamento, come detto poco innanzi. Solitamente l’alimentazione non sembra avere a che fare con la cheratosi, anche se la carenza di vitamina A può determinare l’insorgenza di sintomi simili a quelli della cheratosi. Esistono comunque in vendita diverse composizioni dermocosmetiche che possono aiutare a liberarsi di tale inestetismo cutaneo.

Come possibilità per controllare i sintomi di questa malattia della pelle. E notare effetti benefici, è possibile ricorrere anche ad un programma di lubrificazione, ma si deve trattare di una cura continua.

Per ammorbidire la pelle e liberare i pori si possono effettuare degli scrub delicati mescolando bicarbonato di sodio con un po’ di acqua tiepida, oppure miscelando olio di mandorle e sale marino.

Creme invece per la cheratosi pilare acquistate in farmacia devono essere a base di Urea e Glicole propilenico, entrambe sostanze con proprietà cheratolitiche, ossia in grado di sciogliere lo strato corneo dell’epidermide.

Eucerin, ad esempio, consiglia i prodotti della linea UreaRepair, in particolar modo Urea Repair Emulsione Intensiva 10% Urea, che è stata clinicamente testata su pazienti con cheratosi pilare. La sua formula dona un’idratazione intensa alla pelle del corpo ruvida, pruriginosa e desquamata e un sollievo dai sintomi della pelle secca.

Dieta mediterranea, riduce il rischio di diabete in gravidanza

Pubblicato il 18 Ago 2019 alle 6:39am

Una nuova ricerca sulla dieta mediterranea, rivela che questo regime alimentare patrimonio dell’umanità, durante la gravidanza può ridurre di un terzo il rischio di sviluppare il diabete gestazionale. Una condizione che colpisce dal 3 al 5% delle donne incinte e che, se non gestito, può avere pericolose ripercussioni su mamme e bambino: dall’aborto spontaneo al rischio di insorgenza di diabete di tipo 2 più avanti nel tempo, a ipertensione, preeclampsia, macrosomia (peso alla nascita elevato con seguenti complicazioni nel parto) o ipoglicemia del neonato. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su Plos Medicine che ha esaminato gli effetti di una dieta mediterranea sulla salute delle donne in attesa e dei loro bebè.

I ricercatori dell’Università Queen Mary, in Gran Bretagna, hanno infatti arruolato 1.250 donne in sovrappeso, obese o con valori elevati di grassi nel sangue, scoprendo che a partire dalla 18esima settimana di gravidanza, la metà delle donne ha seguito una regime dietetico di tipo mediterraneo, ricco di fibre e grassi ‘buoni (acidi grassi insaturi), le altre hanno invece seguito la classica alimentazione consigliata alle future mamme. Al termine della gravidanza, le madri del primo gruppo erano aumentate di peso in media di 1,5 kg in meno rispetto a quelle del secondo gruppo. E soprattutto il loro rischio di sviluppare diabete gestazionale si era ridotto del 35%, ovvero aveva sviluppato diabete il 17,6% delle donne ‘sotto dieta mediterranea’ contro il 24,9% di quelle che avevano seguito un’alimentazione tradizionale.

Il consiglio ora, degli esperti, per le donne in ‘dolce attesa’ è quello di seguire un regime alimentare povero di grassi, zuccheri a rapido assorbimento, molti vegetali, e carne bianca al posto di quella rossa, legumi ecc. Via libera dunque poi a noci, nocciole, mandorle, pesce e ovviamente all’olio di oliva.

All’ospedale Molinette di Torino al debutto la carta d’identità della salute, vediamo di cosa si tratta

Pubblicato il 18 Ago 2019 alle 6:29am

Al Molinette di Torino debutta la carta d’identità della salute. Non si tratta di una corsia preferenziale, in quanto non permette di ottenere una priorità rispetto ad altri pazienti che si rivolgono al pronto soccorso. Però stabilisce alcuni standard importanti per quanti sono colpiti da malattie croniche o gravi patologie: sensibilizzando il personale sanitario sulle loro condizioni e attivando procedure in grado di scongiurare danni difficilmente rimediabili.

Come ad esempio accade per i paratetraplegici, che non dovrebbero restare in barella per più di un’ora, pena il rischio di sviluppare piaghe da decubito destinate a protrarsi per mesi e sulle quali solo un chirurgo plastico potrebbe intervenire. Altro esempio molto importante, sono le persone affette da autismo, per le quali è raccomandato che non restino in mezzo a molte persone perché ne sarebbero disturbate. Non meno importanti le indicazioni preventive sul tipo di farmaci utilizzati, eventuali intolleranze, il livello di supporto necessario, la storia clinica.

In un’ottica come questa, si spiega, e va interpretato, il “care passport”, strumento che Molinette e Cto (quindi Città della Salute) si preparano a mutuare dal mondo anglosassone, dove ha esordito per la prima volta. Obiettivo principale è quello certamente di agevolare le persone con disabilità cronica nel loro accesso in pronto soccorso, eliminando disagi vari e diminuendo l’ansia del paziente, creando le condizioni affinché possano essere considerati i suoi bisogni in rapporto al grado di disabilità in un contesto dove tutte le pratiche devono risultare rapide per consentire alle persone che vi accedono di ridurre i tempi di attesa. In altri termini, si tratta di una carta d’identità della salute già in corso di distribuzione nei pronto soccorso e nei reparti (alla dimissione) da parte delle associazioni di volontariato ai disabili, soprattutto paratetraplegici, e ai malati cronici (per ora trapiantati di rene e malati reumatologici).

Una nuova iniziativa ad opera dell’Urp, l’Ufficio relazioni con il pubblico: la prima tappa di un percorso che intende perseguire nel tempo con misure concrete dedicate a pazienti-cittadini: in primis i più fragili.