giugno 23rd, 2020

Arriva fitness confidential, con Diletta Leotta dal 22 Giugno, 6 episodi in formato podcast e vodcast per restare in forma

Pubblicato il 23 Giu 2020 alle 7:49am

Tenersi in forma: un obiettivo sempre più importante nelle nostre vite. La ricerca del benessere e della forma fisica non riflette solo mode e tendenze, ma anche nuove necessità e cambiamenti sociali. Ma pensiamo più al benessere o agli addominali da urlo? Ci alleniamo a casa o rigorosamente in palestra? Da soli o live sui social?

DILETTA LEOTTA proverà a dare risposta a queste e molte altre domande nel corso di sei appuntamenti quotidiani disponibili dal 22 giugno in podcast e vodcast, targati Dopcast.

Con la consueta energia e semplicità, in ogni episodio, Diletta si fa raccontare da amici e colleghi, sportivi di professione o neofiti del fitness, abitudini e risultati, rubando ad ognuno un consiglio per tutti.

Si parlerà di come la tecnologia e i social abbiano rivoluzionato gli allenamenti con una giovane fitness influencer, Lisa Migliorini, di come ci si può allenare anche a casa, con la cantante Elodie, e di come sono cambiati immaginario e mode, con Giuseppe Cruciani. Diletta interroga lo Chef Alessandro Borghese su come restare in forma senza allenarsi, e la medaglia olimpica Rossella Fiamingo su come ha vissuto questi mesi, senza allenamenti. Per concludere questo viaggio nelle abitudini contemporanee a Los Angeles, in compagnia di Elisabetta Canalis, per parlare delle nuove tendenze d’oltreoceano.

Il podcast FITNESS CONFIDENTIAL CON DILETTA LEOTTA sarà disponibile dal 22 giugno sui principali canali digitali di distribuzione di podcast: Apple Podcasts, Spotify, Google Podcasts, Castbox, Overcast, Pocket Casts, Podcast Addict, Stitcher.

Non solo: la versione video di questo racconto verrà veicolata in contemporanea attraverso il profilo Instagram (6,6 milioni di follower) e il canale YouTube di Diletta, in 6 vodcast quotidiani.

FITNESS CONFIDENTIAL CON DILETTA LEOTTA è una produzione DOPCAST.

Oms: per uscire dall’autoisolamento da Coronavirus, non serve più un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore

Pubblicato il 23 Giu 2020 alle 7:32am

Secondo l’Oms per uscire dall’autoisolamento, qualora si fosse risultati positivi e al di là della gravità dell’infezione, non serve più un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore, oltre alla guarigione clinica. Bastano soltanto 3 giorni senza sintomi. Chi è sintomatico deve quindi rimanere a casa per almeno 10 giorni dal test positivo ai quali si aggiungono tre giorni senza sintomi febbrili o respiratori, mentre gli asintomatici devono restare isolati per dieci giorni. La quarantena, dunque, dipende dalla durata dei sintomi. Se una persona ha sintomi per 14 giorni, spiega il Corriere della Sera, resterà in casa per 14 giorni + 3, se invece ha sintomi per 30 giorni allora potrà uscire di casa dopo 30 giorni + 3. “I criteri aggiornati – specifica l’Oms – riflettono i recenti risultati secondo cui i pazienti i cui sintomi si sono risolti possono ancora risultare positivi per il virus SarsCoV2 mediante tampone RT-PCR per molte settimane. Nonostante questo risultato positivo del test, è improbabile che siano infettivi e pertanto che siano in grado di trasmettere il virus a un’altra persona”. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, in una lettera al Comitato Tecnico Scientifico (Cts) chiede di approfondire le nuove linee guida perché potrebbero incidere sulle disposizioni in vigore in Italia, “fermo restando – aggiunge – il principio di massima precauzione che ci ha guidato finora”.

Maternità e patologie autoimmuni, ora è possibile

Pubblicato il 23 Giu 2020 alle 6:11am

Oggi si sa molto di più sulle malattie autoimmuni e un figlio non è più un sogno impossibile per coloro che ne sono affette. Lo dicono gli specialisti del settore.

Infatti, proprio di recente, è stato ribadito anche nel corso di un incontro in diretta web organizzato da Corriere Salute dal titolo «Diventare mamma con una malattia autoimmune», durante il quale medici e associazioni di pazienti hanno presentato il progetto #anchiomamma: facendo il punto della situazione e spiegando che l’autoimmunità si «affievolisce» un po’ durante la gravidanza, proprio perché l’organismo femminile deve accogliere un embrione che inevitabilmente per metà è «estraneo», portando i geni del papà. «Se si soffre di artrite reumatoide, lupus, spondilite o simili il percorso deve essere condiviso con il proprio medico» ha spiegato Angela Tincani dell’Unità di Reumatologia e Immunologia dell’ASST Spedali Civili di Brescia: «Le pazienti con malattie reumatiche autoimmuni, grazie ai protocolli terapeutici attuali, godono di un discreto benessere e possono programmare una gravidanza che nella maggioranza dei casi può decorrere bene, ma la condivisione del percorso e della pianificazione familiare con lo specialista è indispensabile fin dal momento della diagnosi: il trattamento per esempio potrebbe dover essere diversificato, a seconda che la donna voglia o meno avere figli.

La regola è che in una donna giovane la scelta della terapia tenga conto del desiderio di maternità, e sia affrontata con un team multidisciplinare: con il supporto dello specialista di riferimento ma anche di ginecologi, ostetrici per valutare il rischio della gravidanza e accompagnare la paziente durante la gestazione con visite di controllo ed esami specifici».

Muco intestinale può essere il campanello di allarme di malattie neurologiche

Pubblicato il 23 Giu 2020 alle 6:04am

Cambiamenti nel muco che ricoprono il tratto gastrointestinale (GI) possono contribuire allo squilibrio batterico nell’intestino ed esacerbare i sintomi di base di autismo, malattia di Parkinson (PD), malattia di Alzheimer (AD), e sclerosi multipla (SM). A dirlo un recente studio pubblicato online su “Frontiers in Cellular and Infection Microbiology”.

«La nostra ricerca evidenzia l’importanza di affrontare i problemi intestinali che possono essere sperimentati da persone con disturbi cerebrali, secondo una visione olistica che riconosce i modi in cui i problemi gastrointestinali possono determinare un’acutizzazione dei loro sintomi neurologici» spiegano gli autori, guidati da Elisa Hill-Yardin, della RMIT University di Bundoora (Australia).

«Il nostro lavoro dimostra che l’ingegnerizzazione microbica e la modificazione del muco intestinale allo scopo di aumentare una buona flora batterica sono potenzialmente opzioni terapeutiche per i disturbi neurologici» sottolineano gli stessi.

La revisione di 113 studi neurologici, gastroenterologici e microbiologici condotta da Hill-Yardin e colleghi indica un solo filo conduttore: i cambiamenti nel muco intestinale. In tutti e quattro i disturbi neurologici, ci sono prove di livelli alterati di specie batteriche associate alla mucosa.

Ricerche precedenti, fanno notare i ricercatori, hanno dimostrato che la disbiosi microbica in pazienti con AD provoca un aumento della permeabilità intestinale che può portare a infiammazione sistemica e compromettere la barriera emato-encefalica.

Uno squilibrio batterico nella mucosa intestinale è evidente anche nei pazienti con autismo, PD e SM.

Le alterazioni nel muco intestinale rappresentano una «nuova connessione intestino-cervello che apre nuove strade da esplorare per gli scienziati, così come cerchiamo modi per trattare meglio i disturbi del cervello avendo come bersaglio il nostro “secondo cervello”: l’intestino» affermano Hill-Yardin e colleghi.

«C’è necessità di molta più ricerca per identificare chiaramente le implicazioni cliniche. Se riusciamo a comprendere il ruolo che il muco intestinale svolge nelle malattie cerebrali, possiamo provare a sviluppare trattamenti che sfruttano questa parte precisa dell’asse intestino-cervello» sottolineano ancora i ricercatori di questo importante studio.