novembre 12th, 2020

Melanoma, migliorata la sopravvivenza del 52%. I giovani sono i meno colpiti

Pubblicato il 12 Nov 2020 alle 6:10am

Una bella notizia per quanto riguarda il melanoma. La sopravvivenza dei pazienti con diagnosi in stadio avanzato, grazie all’immunoterapia, il 52% è libero da recidive a 4 anni dall’inizio delle cure. Inoltre, dopo essere aumentati per molti anni i tassi del melanoma in Italia hanno cominciato a diminuire nelle ultime generazioni. Tuttavia questo tumore maligno della pelle rappresenta anche il 30% dei tumori solidi in gravidanza. È la fotografia scattata dall’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI), presentati in occasione del 26/mo Congresso Nazionale, che si è chiuso alcuni giorni fa.

Come mostrano i dati raccolti grazie ai database Airtum, l’incidenza del melanoma, afferma Lauro Bucchi, epidemiologo dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori Irccs, “è aumentata regolarmente tra il 1994 e il 2013 del 3,6% annuo negli uomini e del 2,5% annuo tra le donne.

Tuttavia, i tassi sono aumentati per tutti i nati fino alla metà degli anni ’70 ma, per le generazioni successive, si sono prima stabilizzati e, in quelle più recenti, hanno cominciato a diminuire”. Dopo la seconda guerra mondiale, complice la moda dell’abbronzatura, le generazioni hanno incominciato ad avere un rischio più alto di quelle precedenti. “Le ultime generazioni sono, invece quelle dei primi bambini che le madri hanno protetto con i filtri solari”, grazie alle tante campagne di sensibilizzazione. Altro successo si registra nelle terapie di questo tumore maligno della pelle in stadio, grazie al nivolumab, molecola che in Italia ha ricevuto la rimborsabilità, la cui efficacia è stata confermata nello studio Checkmate 238.

“A 4 anni dall’inizio del trattamento il 52% dei pazienti a cui è stato somministrato il nivolumab era libero da recidive contro il 41% dell’ipilimumab”, spiega Antonio Maria Grimaldi, dirigente medico del Dipartimento Melanoma e Immunoterapia presso l’Irccs Fondazione Pascale di Napoli. Se molta strada è stata fatta, molta ancora ce ne è da fare, in particolare per il melanoma associato alla gravidanza, un problema poco noto ma che rappresenta la seconda neoplasia per frequenza in questa delicata fase della vita. Anche se non sono ancora chiari i meccanismi, si ipotizza che ciò sia dovuto alla maggiore attività melaninica e alla fisiologica alterazione dello stato ormonale collegati alla gestazione, spiega Enrica Teresa Tanda, oncologa dell’Irccs Policlinico San Martino di Genova. In ogni caso la prima arma a disposizione è la diagnosi precoce.

Da qui l’appello a “fare almeno una visita di controllo ad inizio gravidanza e seguire le indicazioni del dermatologo”. La diagnosi tardiva, conclude Pietro Quaglino, della clinica Dermatologica di Torino, “metterebbe in pericolo la vita della madre e del nascituro. Occorre quindi rivolgersi subito ad un Centro di riferimento specializzato nella cura di queste giovani pazienti”.

Tra le scuole spopola il trend “Wooden Education”: il legno migliora creatività e benessere psico-fisico

Pubblicato il 12 Nov 2020 alle 6:07am

Ecologica, sostenibile, realizzata in legno e materiali naturali: ecco le caratteristiche della scuola del futuro secondo una recente ricerca americana del World Green Building Councilpubblicata su CBS News. Basti pensare che nella città danese di Viborg sarà realizzato entro il 2023 un istituto all’aperto costruito interamente in legno e coerente con l’obiettivo di ridurre al minimo le emissioni di CO2. E ancora, sono state molteplici le realtà scolastiche internazionali a essere state nominate ai prestigiosi Wood Awards del 2019 per aver prediletto l’utilizzo di questo materiale: dalla King’s College School Wimbledon di Londra al Peter Hall Performing Arts Centre di Cambridge, fino ad arrivare al Maggie’s Cardiff dell’omonima città britannica. Uno scenario eco-friendly che ha ripercussioni anche sull’interazione con i più piccoli attraverso il trend didattico della “Wooden Education”, ovvero la sperimentazione di nuove forme di apprendimento che sfruttano le peculiarità del legno. Secondo un’indagine dell’American Academy of Pediatrics, pubblicata su Psychology Today, infatti, i giocattoli realizzati con questo materiale favoriscono le interazioni sociali con i coetanei, accrescono la creatività e stimolano l’attenzione dei più piccoli. Un quadro positivo che si riflette anche sul benessere psico-fisico di studenti e insegnanti. Ma quali sono i benefici dell’utilizzo del legno all’interno delle scuole? Da una ricerca di Green Network è emerso come gli ambienti scolastici arredati in legno allevino stress e accrescano il buon umore, innescando delle risposte fisiologiche simili a quelle rilasciate dagli alberi in fiore durante la primavera. Inoltre, consentono ai più piccoli di sviluppare maggiore cura nei confronti della natura, aumentando la loro consapevolezza di un futuro sostenibile.

“La promozione della sostenibilità ambientale all’interno degli ambienti scolastici rappresenta uno dei temi caldi dei prossimi anni ed è per questo che rientra nelle caratteristiche fondamentali del nostro modello didattico – ha spiegato Eva Balducchi, co-fondatrice del Baby e Junior College di Monza – Di recente abbiamo stretto una partnership interessante con Orto Urbano che ha messo a disposizione della nostra scuola dei kit composti da tavoli e panche realizzati con pallet in legno per consentire ai più piccoli di cimentarsi in laboratori didattici all’aria aperta in uno splendido giardino. In questo modo i bambini si immergono in un habitat armonico in cui vivere la loro esperienza di apprendimento e imparando ad avere cura e rispetto dell’ambiente, ampliando i loro stimoli e migliorando il benessere psico-fisico”.

L’importanza di apprendere e giocare a contatto con la natura come forma di stimolo per un atteggiamento green è un pensiero condiviso anche da una ricerca pubblicata su BBC News, da cui è emerso che il 54% dei bambini di fascia età compresa tra i 6 e i 10 anni ha migliorato il proprio rapporto con la natura grazie all’insegnamento all’aria aperta. E ancora, giocare con materiali composti in legno migliora la creatività e stimola le relazioni sociali con i coetanei nel 72% dei più piccoli secondo una ricerca dell’American Health Associationpubblicata sul New York Times. Dati eloquenti che dimostrano come la “Wooden Education” sia una delle migliori forme di apprendimento da utilizzare nelle realtà scolastiche sia in spazi chiusi che all’aria aperta.

“Il rapporto diretto con la natura e i giochi realizzati in legno e materiali naturali risultano fondamentali per la crescita psicologica dei bambini – ha spiegato Mariarosa Porro, esperta pedagogista – Grazie alla “Wooden Education” i più piccoli riescono a sviluppare aspetti primari della loro formazione e della loro personalità, stabilendo un legame diretto con l’ambiente esterno e vivendo esperienze dirette e concrete. Tutti i benefici di questo metodo educativo possono ritrovarsi anche nel semplice cortile della scuola o nei parchi in prossimità degli istituti. L’importante è che siano favorite le esperienze di apprendimento in grado di amplificare i processi cognitivi, emotivi e fisici dei bambini e tutte le esperienze che coinvolgono tutti i sensi del bambino che, a loro volta, vengono stimolati dall’ambiente naturale come in nessun altro luogo”.

Epatite C: Basilicata, modello per l’eliminazione di questo virus, tra screening mirati e trattamenti immediati

Pubblicato il 12 Nov 2020 alle 6:00am

La pandemia da Covid-19, durante il blocco di tutte le attività della scorsa primavera, ha ridotto a livello nazionale di oltre il 90% i trattamenti per l’eradicazione dell’Epatite C. Nei mesi estivi, la ripresa ha proceduto a rilento e la seconda ondata in questi mesi autunnali sta ponendo un nuovo freno. Questa situazione ha messo in discussione l’obiettivo dichiarato dall’OMS di eliminare l’Epatite C dal nostro Paese entro il 2030: un risultato reso possibile dalla disponibilità dei nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA), che permettono di eradicare il virus in maniera definitiva, in tempi brevi (8-12 settimane) e senza effetti collaterali.

Ancora prima dei trattamenti, però, devono essere identificati i pazienti affetti dal virus, spesso non consapevoli: il cosiddetto “sommerso” si stima che ammonti a circa 300mila soggetti. Questi temi sono stati al centro in questi mesi autunnali del progetto MOON di AbbVie: una serie di webinar per mettere a confronto infettivologi, epatologi ed internisti, affinché facciano rete per trovare efficaci strategie alla luce anche di modelli locali che già abbiano dato risultati interessanti.

ELIMINAZIONE MICRO E MACRO. IL MODELLO BASILICATA: DA QUI PARTE UN NUOVO SLANCIO CON I MMG – La Basilicata si è rivelata un modello a questo proposito. Istituzioni e clinici sono infatti riusciti a fare rete e la loro sinergia ha promosso un’azione che potenzialmente potrebbe portare importanti risultati. La Regione, infatti, si è dotata di un piano di eradicazione ufficialmente approvato dalla Giunta regionale che prevede dei punti fondamentali basati sulla valorizzazione del territorio, il coinvolgimento della Medicina Generale e una grande attenzione per le categorie maggiormente esposte al contagio dell’HCV. Il Documento emanato dalla Giunta regionale a fine luglio 2019 ha posto come obiettivo l’eradicazione del virus dell’Epatite C nella Regione attraverso due percorsi paralleli: una micro e una macro eliminazione.

“La microeliminazione è rivolta a quegli ambiti in cui si verifica una prevalenza della circolazione del virus – evidenzia il prof. Nello Buccianti, direttore U.O.C. Medicina interna A.O.U. San Carlo, Potenza – Questa azione interviene sulle cosiddette key populations, come tossicodipendenti e detenuti, insieme a tutte le categorie più fragili. I punti di riferimento sono dunque i SerD e gli istituti penitenziari. La macroeliminazione costituisce invece l’aspetto più innovativo e articolato: viene presa in considerazione la fascia di popolazione dei nati tra il 1945 e il 1970, in merito ai quali è emerso dagli studi epidemiologici che la prevalenza è più alta. La popolazione potenzialmente target dello screening è di 194.828 persone: con lo screening distribuito su tre anni (65mila persone per anno), considerando un’adesione del 60%, è verosimile un coinvolgimento di 30mila persone per anno (circa 2500 persone al mese). Questi soggetti verranno contattati attraverso un recall dal Medico di Medicina Generale e saranno somministrati loro i test salivari o i test rapidi sul sangue nei distretti sanitari ad hoc o presso gli stessi studi dei medici di famiglia. Tutti coloro che risulteranno positivi a questo test saranno avviati per la presa in carico ai centri di riferimento, già delineati nella piattaforma regionale e consistenti nei principali ospedali della Regione e negli ambulatori dedicati allo studio di questa infezione”.

LE PECULIARITA’ VINCENTI DELLA STRATEGIA DELLA BASILICATA – Questa strategia ha il merito di coinvolgere attivamente i Medici di Medicina Generale, che saranno attori importanti in questo nuovo percorso di eradicazione dell’infezione e che riceveranno anche un riconoscimento economico, segno di un impegno reale e non meramente teorico della Regione a eseguire questa campagna di screening. L’altro elemento spesso emerso come critico era quello dell’approvvigionamento dei test rapidi: la Regione Basilicata ha lanciato un bando per ‘approvvigionamento che ha permesso di ottenerli.

“Purtroppo le due ondate della pandemia hanno bloccato il processo in momenti cruciali– sottolinea il Prof. Buccianti – Tuttavia, possiamo affermare che la strategia è ben definita e aspetta solo di essere implementata. Siamo infatti adesso alla vigilia della fase dell’esecuzione della campagna di screening, da cui ci aspettiamo che emerga un “sommerso” di circa 300 persone positive per anno (1% del campione), che significherebbe identificare in totale circa mille pazienti contagiati. In attesa che la pandemia ci dia tregua, si sta proseguendo l’attività di monitoraggio e sorveglianza: a tale proposito, posso confermare che da quando abbiamo ripreso le attività, da giugno a ottobre, abbiamo analizzato circa 30 pazienti. Questo è il segno di come l’attività ambulatoriale abbia conservato la sua specificità nonostante le evidenti difficoltà del momento”.