Gennaio 28th, 2021

Recovery fund, pioggia di miliardi per la sanità. Ma i medici non sono stati interpellati nella bozza del piano che cambierà il volto del sistema sanitario italiano

Pubblicato il 28 Gen 2021 alle 6:00am

Pioveranno miliardi sulla testa della sanità italiana e le aspettative sono tante sia da parte dei veri protagonisti della bollente questione ossia i medici, associazioni di categoria, società scientifiche, che non sono state interpellate nella elaborazione della bozza del Recovery Plan, sia da parte dei cittadini che sperano in una vera rivoluzione sanitaria delle cure e dell’assistenza. Per i medici urge comunicare quello che servirà per cambiare pagina ed aprire un nuovo capitolo della sanità del prossimo futuro. Dalla rete territoriale all’organizzazione ospedaliera, all’assistenza territoriale e domiciliare, dal potenziamento delle file degli operatori sanitari alla digitalizzazione in sanità.

Per discutere e fare chiarezza sugli stanziamenti sulla sanità, sulle necessità e sulle possibilità reali dell’Italia, Motore Sanità ha organizzato il webinar “RECOVERY FUND, INVESTIMENTO IN SALUTE E SOSTENIBILITÀ FUTURA DEL SSN”.

Il Piano Nazionale italiano per l’uso del Recovery Fund europeo per accedere al Next Generation UE prevede uno stanziamento su più voci per la sanità alla quale saranno destinati 19,7 miliardi dei fondi complessivi del Next Generation EU. La missione si articola in due componenti: “assistenza di prossimità e telemedicina” a cui sono destinati 7,9 miliardi in totale e “innovazione dell’assistenza sanitaria” che assorbirà 11,8 miliardi.

“Stiamo parlando di un piano approvato dal Consiglio dei Ministri che dovrà andare in Parlamento e poi anche ad un confronto ulteriore con le parti sociali, quindi parliamo ovviamente di qualcosa che può cambiare, anche per via della situazione politica – ha spiegato Brando Benifei, Europarlamentare -.

Vedremo cosa succederà dato che oggi sappiamo che c’è un governo dimissionario che può solo disbrigare gli affari correnti per come sono le cose, ma vedremo come evolve la discussione sul piano di ripresa e vedremo come verrà anche migliorato il lavoro con le parti sociali e con il Parlamento. Sarà importante che chi governa, chiunque sarà, riesca a utilizzarla al meglio”.

I medici di medicina generale hanno più volte ribadito il bisogno della medicina generale di un sistema più strutturato a livello di personale e di strumentazioni (tecnologie) per assicurare le più efficaci cure e la migliore assistenza al paziente.

“Lo ribadiamo anche in questa occasione – si è appellato Claudio Cricelli, Presidente Nazionale SIMG – perché è importante far operare 46mila medici di medicina generale, aggregarli in strutture che funzionino sul territorio e che intercettino le esigenze dei loro assistiti. Per fare questo è necessario il potenziamento stimato in circa 90 mila unità, della dotazione di personale sanitario, e penso alla figura dell’infermiere, e di personale di segreteria, per un investimento annuale stabile di 3,8 milioni. E poi sono necessarie strutture adeguate per esercitare la professione sanitaria e anche infrastrutture digitali”.

I medici internisti ospedalieri ambiscono ad un modello ospedaliero «a fisarmonica».

“Ossia che si allarga e si restringe a seconda delle necessità – ha spiegato Dario Manfellotto, Presidente FADOI -. Inoltre, di fronte alla drastica riduzione del numero dei posti letto ospedalieri, tutte le Regioni, sulla base delle indicazioni ministeriali, dovrebbero attivare un piano che stabilisca minuziosamente il numero di posti letto, Covid e no, di ciascun ospedale, da incrementare o ridurre a seconda dell’andamento del contagio. Apprezziamo il fatto che nella bozza appena divulgata del Recovery plan sia citata espressamente la Medicina Interna, con queste parole: “è necessario colmare le carenze relative sia relativamente ad alcune figure specialistiche (in particolare in anestesia e terapia intensiva, medicina interna, pneumologia, pediatria) sia nel campo della medicina generale”.

La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri esprime la

necessità di avere progetti adeguati, concretezza e progettualità adeguate.

“Sarà necessario potenziare il personale sanitario – ha avanzato Giovanni Leoni, Vicepresidente

Nazionale FNOMCEO – e avere una condivisione delle informazioni. La condivisione delle informazioni

è qualcosa di fantastico tra il territorio e l’ospedale, la base è dunque la possibilità, al netto delle

implementazioni del fascicolo sanitario elettronico di cui si parla da moltissimo tempo, di trovare un

linguaggio comune per quanto riguarda i dati del laboratorio, trovare un sistema universale per quanto

riguarda le radiografie. Persino tra gli ospedali le cartelle elettroniche sono differenti. Speriamo di essere

coinvolti nella bozza del Recovery Plan per portare le nostre proposte”.

“Non c’è chiarezza nell’informazione di questo documento purtroppo – ha spiegato Francesco S. Mennini,

Professore di Economia Sanitaria e Economia Politica, Research Director-Economic Evaluation and HTA,

CEIS, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Presidente SIHTA -. A mio avviso le risorse devono

essere stabilmente inserite nel finanziamento o perlomeno trovare degli strumenti finanziari per farlo, per

evitare fenomeni di sotto finanziamento del sistema, come è già sotto gli occhi di tutti. Spero che queste

risorse vengano investite bene, ma ho punti interrogativi sul tema, per esempio, dell’assistenza domiciliare

e territoriale, visto che leggo che si prevede di costruire mini ambulatori o mini ospedali, che ritengo siano

miniduplicati di centri di costo che generano anche inefficienza sul sistema. Sugli strumenti da utilizzare

ribadisco che se avessimo preso subito le risorse del Mes, 37 miliardi di euro, avremmo potuto incominciare

a ragionare veramente su una nuova architettura del sistema sanitario e avremmo potuto incominciare a

investire sull’assistenza territoriale e domiciliare che, ricordo, sarà fondamentale nei prossimi due-tre anni

perché, a causa dell’emergenza Covid, che purtroppo rimarrà almeno per tutto il 2021, ci sarà un

rallentamento molto forte anche della mobilità sanitaria. Quindi il sistema deve essere pronto ad investire in

quelle regioni dove prima c’era una grande mobilità passiva perché adesso quella domanda di assistenza

sanitaria ricadrà sulle queste regioni stesse. La domanda è se saranno in grado e hanno le tecnologie e le

strutture idonee per rispondere a questo incremento molto forte di domanda di assistenza sanitaria, anche

creando un collegamento importante tra pubblico e privato”.

Dal Veneto l’invito è di “ragionare sul servizio sanitario, come istituto e istituzione del paese che attraversa un

momento di visibilità ma che ha retto in questo momento tragico – ha spiegato Luciano Flor, Direttore

Generale Area Sanità e Sociale Regione del Veneto -. Dobbiamo iniziare a fare quello che non abbiamo fatto

fino ad oggi, riscrivere le regole di funzionamento del servizio sanitario. Inoltre c’è da fare un’opera di

investimento: il SSN ha in questi anni investito poco in infrastrutture sul territorio, questo è il momento per farlo,

ricordo che una buona struttura aiuta l’organizzazione. Per gli ospedali dobbiamo ragionare su una vera rete”.

Giusy Versace, intervento alla gamba riuscito alla perfezione, il commento dell’ASST Pini-CTO

Pubblicato il 28 Gen 2021 alle 6:00am

“La nostra capacità di reagire agli eventi determina la strada da percorrere e la rende più o meno semplice. Questo l’ho già imparato 15 anni fa e ne faccio tesoro, oggi più che mai! Ho avuto bisogno di un piccolo ritocco alla mia gambina sinistra per tornare a camminare, correre e ballare più forte di prima. Poi ero nelle mani giuste, quelle del mitico prof. Pietro S. Randelli e del suo staff a cui sono infinitamente grata”. Lo ha scritto sul suo profilo Facebook Giusy Versace ricoverata al Presidio CTO dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano. “La paziente – commenta il prof. Pietro S. Randelli, Direttore della I Clinica dell’ASST Gaetano Pini-CTO – ha dimostrato una grande resistenza fisica e psicologica, nonché ha dato prova di grandissima umanità. Medici e infermieri del mio staff sono onorati di aver potuto contribuire al miglioramento dello stato di salute di Giusy Versace. L’intervento, seppur molto impegnativo, è stato superato brillantemente dalla paziente che, sono certo, presto potrà tornare alla sua attività sportiva paraolimpica”.

Spalla congelata, un dolore acuto da essere confuso con una lesione

Pubblicato il 28 Gen 2021 alle 6:00am

La capsulite adesiva o spalla congelata è un’infiammazione della capsula articolare della spalla che ne provoca l’ispessimento fino a bloccare i movimenti. Colpisce maggiormente le donne tra i 35 e i 55 anni. Fondamentale è la collaborazione tra ortopedico, radiologo e fisiatra per la corretta diagnosi e cura Milano, 26 gennaio 2021 – Un dolore forte alla spalla che aumenta velocemente fino a non permettere di muovere l’articolazione gleno-omerale. Si tratta della ‘spalla congelata’, ovvero la capsulite adesiva, l’infiammazione e il progressivo ispessimento della capsula articolare della spalla, senza evidenza di lesioni strutturali capsulo-legamentose. Sebbene possa colpire pazienti di tutte le età tipicamente sono affette da capsulite adesiva le donne con un’età compresa tra i 35 e 55 anni. Studi epidemiologici hanno dimostrato che, includendo i quadri più o meno complessi, la capsulite adesiva arriva a colpire circa il 2% della popolazione generale.

Come spiega il dott. Riccardo Compagnoni, ortopedico della I Clinica Ortopedica dell’ASST Gaetano Pini-CTO, i sintomi tipici della spalla congelata (dolore e la limitazione dell’articolarità della spalla) si presentano con una sequenza tipica descritta in 4 fasi dal Dr. Robert J. Neviaser nel 1962. “La prima fase è caratterizzata da dolore acuto e che aumenta velocemente, senza però limitare il movimento della spalla. Nella seconda fase si assiste a una significativa limitazione dei movimenti, specialmente dell’extra-rotazione, dovuta alla retrazione capsulare, ossia alla contrattura. In questa seconda fase il dolore è presente anche a riposo e poco responsivo ai comuni anti-infiammatori, ma può essere alleviato da un ciclo di infiltrazioni con cortisone intra-articolare. Tale fase può durare anche mesi ed è sconsigliato iniziare una fisioterapia troppo aggressiva in quanto potrebbe infiammare ulteriormente la capsula rallentando il processo di guarigione. Nella terza fase la spalla è ancora congelata ma il dolore è presente solo ai massimi gradi di escursione articolare, la fisioterapia può essere intrapresa con estrema delicatezza. Nella quarta fase si assiste alla scomparsa del dolore e al progressivo recupero funzionale, è possibile intensificare la fisioterapia che nella maggior parte dei casi porta a un pieno recupero”.

A oggi non si conoscono le cause dell’insorgenza della spalla congelata ma, dice l’ortopedico, “alcune ricerche sostengono una possibile correlazione con patologie autoimmuni”. Per quanto concerne le terapie, invece, devono essere mirate al controllo del dolore e al recupero dell’articolarità: “Nella prime due fasi, quelle più dolorose, si raccomanda un’adeguata terapia con anti-infiammatori e anti-dolorifici, associata a un ciclo di infiltrazioni. Dalla terza fase è possibile iniziare con una delicata e progressiva fisioterapia, mirata al recupero dell’articolarità della spalla, sempre evitando di forzare i movimenti se si sente dolore”. Come sottolinea il dott. Compagnoni, la capsulite adesiva o spalla congelata è una patologia che non richiede trattamenti chirurgici: “Il rischio di un’errata diagnosi è proprio quello di confondere il quadro iniziale doloroso con una lesione della cuffia dei rotatori, sottoponendo il paziente a un intervento che può accentuare l’infiammazione locale rallentando la guarigione”.

Rischi che possono essere evitati inquadrando correttamente la patologia, così come accade all’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano dove la presenza di risonanze magnetiche ad alta definizione e di medici radiologi specializzati permettono di evidenziare in molti casi l’ispessimento capsulare antero-inferiore e soprattutto di escludere patologie concomitanti. “Il servizio di radiodiagnostica garantisce la possibilità di eseguire ecografie da parte di medici con grande esperienza nella diagnostica della spalla che possono fornire informazioni molto utili per l’inquadramento clinico”, spiega l’esperto. Sono attivi inoltre ambulatori dedicati alla patologie della spalla, in cui ortopedici specializzati valutano la storia e il quadro clinico del paziente per impostare le terapie ed eseguire le infiltrazioni necessarie.

È inoltre possibile programmare la fisioterapia presso il Polo riabilitativo Fanny Finzi Ottolenghi dove sono presenti fisiatri e fisioterapisti di grande esperienza. Come si articola il piano riabilitati lo spiega il dott. Alessandro Tomba: “Il fisiatra stila il Progetto Riabilitativo Individuale per il paziente che può comprendere l’utilizzo di terapie fisiche a scopo antiinfiammatorie, come la tecarterapia e laserterapia ad alta potenza, e un programma di rieducazione assistita per il recupero articolare che deve avvenire il più precocemente possibile nel rispetto delle fasi di evoluzione della patologia. Il fisioterapista applica il programma riabilitativo attraverso tecniche di mobilizzazione passiva di tutte le articolazioni del cingolo scapolare e di assistenza ai movimenti attivi da parte del paziente con un attento monitoraggio della sintomatologia dolorosa onde evitare un ulteriore stimolo infiammatorio e la sviluppo di reazioni di difesa. Recuperata la mobilità dell’arto il paziente può seguire un programma di rinforzo della muscolatura della cuffia dei rotatori della spalla e la rieducazione al gesto funzionale”.