La regione Lombardia nella sua banca dati registra che oltre il 75% delle persone con malattia epatica ha oltre 3 patologie, la Campania è invece l’unica regione che ha elaborato dei dati sui costi dei pazienti stimandoli per cirrosi in 71,5 milioni di euro per anno. Di fronte a questo scenario di numeri imponenti sono necessari nuovi percorsi di analisi per le popolazioni, soprattutto con risorse limitate e a bassi tassi diagnostici per far emergere un sommerso considerevole e rivedere l’approccio ai test.

Il recente Decreto “Screening HCV” prevede che le regioni comunichino il referente che segue i flussi da inviare a livello nazionale; lo screening nazionale gratuito per l’eliminazione del virus HCV è rivolto in via sperimentale per il 2020-2021 sia a tutta la popolazione iscritta all’anagrafe e nata dal 1969 al 1989 sia a persone seguite dai SerdD e ai detenuti in carcere, indipendentemente da coorte di nascita e nazionalità. Queste operazioni devono essere organizzate dalle Regioni onde evitare le complicanze di una malattia epatica avanzata, delle manifestazioni extraepatiche e interrompere la circolazione del virus impedendo nuove infezioni.

La proposta per raggiungere tutto ciò è che i soggetti nati dal 1969 al 1989 vengano contattati dai medici di medicina generale o dal servizio di prevenzione territoriale, vengano sottoposti a test sierologici per HCV: in caso di positività il laboratorio esegue sullo stesso campione la ricerca dell’HCV RNA o dell’antigene HCV-HCV Ag, in alternativa il test capillare rapido e, nel caso di risultato positivo, conferma con HCV RNA. Per i soggetti a carico dei SerD e detenuti la scelta viene effettuata in relazione al contesto epidemiologico locale: test rapido, eseguibile su sangue intero con prelievo capillare o con HCV Ab POCT (point of care test), in alternativa direttamente test rapido HCV RNA (POCT) test rapido.

Durante il webinar “Tavolo nazionale di lavoro sullo screening dell’HCV” organizzato da Motore Sanità, con il contributo non condizionante di Abbott sono stati presi in esame i farmaci innovativi e le campagne e le previsioni per l’eradicazione dell’HCV entro il 2030.

“Entro il 2030 abbiamo la necessità di coprire il sommerso che è stimato attorno al 70% delle diagnosi non effettuate e di andare a coprire il 70% dei pazienti che non sanno di avere l’infezione” è stato l’appello di Valeria Ghisetti, Direttore Responsabile Laboratorio di Microbiologia e Virologia Ospedale Amedeo di Savoia, Torino.
“La differenza fondamentale tra il sommerso che riguarda altre infezioni estremamente importanti come l’HIV e l’HBV, è che con l’HCV abbiamo a disposizione degli efficaci sistemi di cura dell’infezione fino all’eradicazione, e tutto ciò è reso possibile dai relativamente nuovi farmaci che hanno la funzionalità di andare ad inibire alcuni enzimi fondamentali nel ciclo replicativo del virus. Ma abbiamo un ostacolo dal punto di vista della prevenzione ed è la variabilità genetica del virus, variabilità che è anche l’ostacolo allo sviluppo dei vaccini. Di fronte a questo scenario dobbiamo riprendere di effettuare i test. Il Decreto pone l’accento sulla necessità di testare, quindi fatto salvo che abbiamo avuto una grossa interruzione nella politica di testing a seguito del Covid, dobbiamo riprendere la campagna dei test che deve passare attraverso un dosaggio anticorpale come presidio di screening ad alta priorità eventualmente associato con dei sistemi tipo poin of care”.

Il coinvolgimento del “territorio” è fondamentale. “Dobbiamo trovare degli strumenti da dare ai medici di medicina generale in modo da coinvolgerli” ha aggiunto la professoressa Ghisetti.
Sui temi relativi alle esenzioni, al test reflex e alla richiedibilità dei test, ha aggiunto
“Sarebbe auspicabile avere un percorso semplificato dal punto di vista delle esenzioni: il test anticorpale dobbiamo renderlo esente ticket. Anche il reflex test, che sia con antigene che con HCV RNA, deve essere studiato e reso ottimale dal Ministero della Salute. Se il Ministero aiuta le regioni in questo tipo di percorso, sicuramente ci saranno degli aspetti che faciliteranno lo screening e l’utilizzo dei vari presidi”.

Angelo D’Argenzio, Dirigente UOD Prevenzione e Igiene Sanitaria – prevenzione e tutela della salute e della sicurezza negli ambienti di vita e lavoro – O.E.R., Regione Campania ha spiegato le linee di azione regionali per la diagnosi dell’HCV.

“Per una regione come la Campania la scelta del test è fondamentale, pertanto dobbiamo andare, in base alla nostra organizzazione regionale, a capire qual è il test più adatto per raggiungere una più ampia popolazione, possibilmente deve essere versatile e non particolarmente invasivo. Abbiamo coinvolto già la piattaforma regionale dell’Anagrafe assistiti, quale risorsa che ci aiuta a monitorare e valutare la situazione. Parallelamente è fondamentale, ed è in corso questo progetto, il collegamento di tutte le strutture coinvolte, come la possibilità di collegare i medici di medicina generale, i laboratori di analisi delle strutture pubbliche e private e tutti gli alti operatori dell’Asl”.

Secondo D’Argenzio si tratta di una grande scommessa “ma, se siamo in grado di stabilire bene i percorsi, dal sospetto alla conferma diagnostica alla terapia nei centri che hanno sviluppato questa expertice, credo che riusciremmo a raggiungere numeri importanti. Il Gruppo scientifico e quello operativo, che fanno parte del Decreto regionale che stiamo mettendo in campo, saranno il nostro punto di riferimento per le scelte che andremo a discutere”.

C’è la necessità che lo screening venga assolutamente implementato, il prima possibile, ed è necessario che vengano implementati anche i fondi, secondo Loreta Kondili Direttore Scientifico PITER, Istituto Superiore di Sanità.

“Bisogna garantire fondi dedicati e l’efficienza del sistema per lo screening di tutta la coorte di nascita 1948-1988 come indicato in Italia ai fini dell’eliminazione della HCV. Lo screening è solo il punto di partenza e all’efficienza degli screening deve corrispondere un rapido linkage to care e avviamento dei pazienti ai trattamenti. È indispensabile aumentare la sensibilizzazione, la formazione, l’informazione dei medici e del personale sanitario e aumentare la sensibilizzazione e l’aderenza allo screening della popolazione generale e delle popolazioni chiave. E’ utile ed efficiente, infine, l’implementazione di strategie che abbinano lo screening e la vaccinazione di Sar-Cov-2 con lo screening per l’infezione da HCV”.

In questa fase il Ministero della Salute sta raccogliendo le informazioni sui referenti regionali.
“Il decreto è uno studio sperimentale ed è importante vedere cosa emergerà. Avere ottimi dati sarebbe una grande opportunità per procedere su questa strada. Ci vuole pertanto un grande impegno delle regioni poiché da loro dipende la parte organizzativa e gestionale” ha concluso Sabrina Valle, Dirigente Medico, Ufficio 5 Prevenzione delle Malattie Trasmissibili e Profilassi Internazionale, Direzione Generale della Prevenzione, Ministero della Salute. “Credo che l’idea che deve guidare le regioni debba essere quella in primis di garantire che gli aventi diritto individuati dal decreto, possono essere coinvolti tutti per riuscire ad avere il massimo dell’estensione del programma di screening. È importante altresì avere dei protocolli scritti perché si lavori tutti sullo stesso binario per non avere situazioni diversificate. Infine, non va trascurata la messa in rete dei flussi informativi che si preannuncia complessa, pertanto lavorare anche sulla parte dell’organizzazione dei sistemi informativi è l’occasione per integrarli al fine di avere dei dati validati e raccolti con semplicità maggiore”.

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