Si sta discutendo moltissimo sul reddito di cittadinanza. La possibilità più concreta è quella di poter separare il sussidio anti-povertà dall’incentivo al ricollocamento dei lavoratori. In buona sostanza, si riesumerebbe il vecchio Rei (reddito di inclusione) del governo Gentiloni. D’altronde, i due terzi del reddito di cittadinanza, che comporta una spesa di circa 750 milioni di euro mensili (circa 9 miliardi l’anno), è destinato proprio alle fasce più indigenti della società. Dunque, i poveri sarebbero salvaguardati. A essere ripensato sarebbe il terzo restante che è dedicato alle politiche attive. In primo luogo, dovrebbe essere previsto un décalage, cioè una progressiva diminuzione nel corso della sua vigenza se il percettore non si industria per trovarsi un’occupazione. In secondo luogo, dovrebbe essere rafforzato il collegamento con il mondo del lavoro stesso. Il ministero del Lavoro punta al rafforzamento dei centri per l’impiego anche se da questi passa meno del 5% delle assunzioni. Per il resto, le persone si affidano alle agenzie per il lavoro e ai canali informali.

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