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La Corte di Cassazione ha stabilito che uno sputo in faccia a un collega, accompagnato da insulti, non costituisce automaticamente una giusta causa di licenziamento. La decisione conferma l’illegittimità del licenziamento disciplinare inflitto a una lavoratrice da una società farmaceutica.

Il caso

L’episodio risale al 2020 e si è verificato nel parcheggio aziendale, al termine di una relazione sentimentale finita tra due colleghi. Secondo la ricostruzione dei giudici, il rapporto tra i due era rimasto teso, con comportamenti insistenti e conflittuali da parte dell’uomo anche dopo la fine della relazione.

Nel corso di un acceso litigio, la dipendente avrebbe rivolto insulti all’ex compagno e gli avrebbe sputato contro più volte, colpendolo al volto e raggiungendo anche la sua auto.

La decisione dell’azienda

La società aveva ritenuto il comportamento talmente grave da giustificare il licenziamento per giusta causa, anche in considerazione del periodo storico in cui il fatto è avvenuto, durante l’emergenza Covid-19, quando particolare attenzione era riservata ai rischi sanitari.

Il verdetto della Cassazione

La Suprema Corte ha però confermato le decisioni dei giudici di merito, ribadendo un principio centrale del diritto del lavoro: la sanzione disciplinare deve essere sempre proporzionata al fatto concreto e al contesto in cui si è verificato.

Secondo i giudici, il licenziamento è legittimo solo quando il comportamento del dipendente compromette in modo irreparabile il rapporto di fiducia con il datore di lavoro.

Nel caso specifico, il contesto personale e relazionale tra le parti e l’assenza di un concreto pericolo per la salute del collega sono stati elementi decisivi per escludere la giusta causa.

Il principio ribadito

La Cassazione ha quindi respinto il ricorso della società, sottolineando che anche gesti offensivi o inappropriati non comportano automaticamente il licenziamento, che deve sempre essere valutato caso per caso.