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Alzheimer, scoperta la causa

Pubblicato il 24 Mag 2019 alle 6:53am

E’ stato scoperto un meccanismo in grado di accelerare la morte delle cellule nervose nell’Alzheimer: il cervello perde più rapidamente le sequenze di Dna che modulano l’attività dei geni che lo mantengono giovane e nello stesso tempo viene accelerata l’attività dei geni coinvolti nella formazione delle placche, tossiche per i neuroni. Lo studio apre la strada a nuovi possibili strumenti di diagnosi e cure per combattere la malattia. Pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications dal gruppo dell’Istituto americano Van Andel è stato coordinato da Viviane Labrie.

I ricercatori hanno studiato delle sequenze di Dna che, a seconda dell’età e dei fattori ambientali, intensificano o abbassano l’attività di un gran numero di geni cerebrali. Confrontando questi interruttori che accendono e spengono i geni del cervello tra individui sani e malati di Alzheimer, osservando in questi ultimi, hanno scoperto una progressiva perdita di sequenze di Dna nei vari stadi della malattia.

“Il risultato è che le cellule nervose di chi è malato si comportano come se fossero più vecchie, diventando anche più vulnerabili all’Alzheimer”, dice Labrie. “Adesso che abbiamo una migliore comprensione dei fattori molecolari che portano alla malattia – conclude l’esperta – potremmo in futuro utilizzarli per individuare nuove possibili strategie terapeutiche”.

Placche di Alzheimer distrutte con luci e suoni

Pubblicato il 17 Mar 2019 alle 7:07am

Grazie all’aiuto di luce e suoni sono state distrutte le placche responsabili dell’Alzheimer. Il risultato, registrato nei topi, è stato dichiarato molto importante in quanto nel cervello degli animali sono state osservate nuovamente le funzioni cognitive in precedenza perdute con l’aiuto di luce e suoni e distrutte le placche responsabili dell’Alzheimer.

I ricercatori, coordinati da Li-Huei Tsai, del Massachusetts Institute of Technology (Mit), visti i risultati ottenuti, puntano ora a sperimentare anche sull’uomo. Lo studio in questione è stato pubblicato sulla rivista scientifica Cell.

L’Alzheimer è una malattia caratterizzata dall’accumulo nel cervello della proteina beta-amiloide in grado di bloccare la trasmissione dei segnali elettrici tra le cellule. E, giacché questi segnali sono coinvolti anche nella produzione delle onde cerebrali, la malattia riduce la generazione di queste onde e in particolare di quelle coinvolte nelle funzioni cerebrali come ad esempio attenzione, percezione e memoria.

Nell’esperimento condotto dagli scienziati, la stimolazione visiva e uditiva ha indotto il cervello dei topi a ricreare le onde cerebrali in precedenza perse a causa della malattia e questo ha avuto l’effetto di rimuovere la placca in ampie aree del cervello, comprese quelle cruciali per funzioni cognitive come ad esempio, apprendimento e memoria. Un risultato basato su due ricerche precedenti condotte dallo stesso gruppo. In cui nella prima era stato dimostrato che una luce lampeggiante 40 volte al secondo, fatta osservare ai topi con Alzheimer, aveva ripristinato alcune delle onde cerebrali perse, rimuovendo parte delle placche; mentre nella seconda era stato testato l’effetto della stimolazione uditiva sulle capacità cognitive dei topi. Gli animali erano stati stimolati con suoni e dopo il trattamento avevano anche affrontato meglio il percorso di un labirinto che richiedeva di ricordare alcuni punti chiave.

Alzheimer, una scoperta rivoluzionaria. Presto un vaccino per prevenire il 50-80% dei casi

Pubblicato il 20 Dic 2018 alle 7:22am

Un team di ricerca dell’Università del Texas Sudoccidentale è riuscito per la prima volta in assoluto nella storia a neutralizzare gli effetti negativi di uno dei fattori genetici responsabili dell’arrivo dell’Alzheimer, l’alipoproteina E4. Una molecola che sarebbe in grado di favorire l’accumulo delle placche di beta amiloide nelle cellule e determinare la neurodegenerazione. (altro…)

Alzheimer, la pressione alta può aumentare il rischio

Pubblicato il 18 Lug 2018 alle 7:16am

Secondo recenti studi la pressione alta può aumentare il rischio di ammalarsi di Alzheimer. (altro…)

Alzheimer, in arrivo un nuovo farmaco sperimentale che rallenta la malattia

Pubblicato il 16 Lug 2018 alle 10:33am

Una nuova speranza si profila all’orizzonte per tutti i malati di Alzheimer.

Un nuovo farmaco sperimentale, il BAN2401 che la casa farmaceutica Biogen sta testando nel corso di un progetto di ricerca condotto insieme alla giapponese Eism, che ha dato risultati molto positivi in quanto, sarebbe in grado di rallentare l’avanzamento della malattia.

L’annuncio è stato dato dalla società stessa, tant’è che le quotazioni in borsa della casa farmaceutica sono salite del 20% nella sola seduta di venerdì 6 luglio a 357 dollari, livello sostanzialmente mantenuto nei giorni successivi.

Alzheimer, regredisce nei topi, buone speranze anche per l’uomo

Pubblicato il 22 Feb 2018 alle 7:02am

L’Alzheimer può regredire nel cervello dei topi, parola di esperti. Semplicemente eliminando l’enzima che nel cervello fa accumulare le placche tipiche della malattia. A rivelarlo è uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Medicine e coordinato dal gruppo dell’Istituto Lerner, di Cleveland, guidato da Riqiang Yan. Uno dei primi segni della malattia è la formazione nel cervello di placche di una sostanza proteica, chiamate placche amiloidi, la cui formazione è alimentata dall’enzima Bace1.

Il primo passo dei ricercatori è quello di ottenere topi privi dell’enzima, fatti incrociare con topi che cominciavano a sviluppare le placche amiloidi tipiche dell’Alzheimer. Nei topi nati da queste coppie i ricercatori avevano scoperto che i livelli dell’enzima erano dimezzati e le placche, inizialmente formate, avevano cominciato gradualmente a ridursi fino a scomparire. Per Marcello D’Amelio, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della Fondazione Santa Lucia, “è vero che per la prima volta si osserva una diminuzione delle placche, ma ridurne la formazione potrebbe non avere effetti clinici”.

Andrea Fuso, dell’università Sapienza di Roma, dice: “il punto debole di questa ricerca è l’applicabilità sull’uomo, al momento lontanissima. L’avere dimostrato che gli effetti neurodegenerativi sui topi possono regredire è positivo, ma non sappiamo se l’inattivazione di Bace1 a lungo termine creerebbe problemi nell’uomo. Finora seguire la via di questo enzima si è rivelata fallimentare, come dimostra la recente decisione di alcune case farmaceutiche di abbandonare la ricerca sull’Alzheimer dopo aver puntato anche su Bace1”.

Pronto Alzheimer per aiutare malati e famiglie e sostenerlo con una donazione

Pubblicato il 29 Gen 2018 alle 9:00am

E’ operativo da anni, ma non tutti lo sanno il numero 02-809767 Pronto Alzheimer, la prima linea telefonica in Italia di orientamento e assistenza alle persone con demenza e ai problemi che devono superare i loro familiari. Nato nel 1993, viene gestito ininterrottamente da 24 anni dalla Federazione Alzheimer Italia, la maggiore non profit nazionale dedicata al sostegno dei malati e di chi vive loro accanto. (altro…)

Alzheimer: un mix di nutrienti efficace per lo stadio iniziale

Pubblicato il 02 Nov 2017 alle 7:12am

Un mix di nutrienti, assunto una volta al giorno, sarebbe in grado di stabilizzare le prestazioni cognitive e funzionali delle persone affette da Alzheimer in stadio iniziare. A darne notizia uno studio clinico europeo LipiDiDiet, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Neurology.

Nel nuovo studio infatti, e’ stata testata con successo la miscela contenuta nell’alimento a fini medici speciali Souvenaid, che e’ a base di “Fortasyn Connect”, un composto di acidi grassi essenziali, vitamine e altri nutrienti che farebbero bene all’organismo combattendo efficacemente questa malattia che colpisce le prestazioni cognitive e funzionali delle persone che ne sono affette.

Sebbene questo intervento nutrizionale non possa rappresentare una cura per l’Alzheimer, dicono gli esperti, che mostri in maniera evidente che prima si interviene, maggiore e’ il vantaggio per il paziente”, ha affermato Tobias Hartmann, coordinatore del progetto LipiDiDiet.

“E’ importante notare come la riduzione dell’atrofia cerebrale mostri che il beneficio non e’ solo sintomatico. Questo risultato non si era mai ottenuto prima”, ha aggiunto il ricercatore.

Lo studio LipiDiDiet e’ parte di un ampio progetto di ricerca finanziato dall’Unione Europea che ha coinvolto 311 pazienti con Alzheimer in stadio iniziale (definito anche come MCI, Mild Cognitive Impairment, o lieve ritardo cognitivo) in 11 centri di quattro nazioni (Finlandia, Germania, Olanda e Svezia). I pazienti sono stati randomizzati per ricevere per 2 anni la bevanda funzionale in studio o una bevanda di controllo isocalorica.

Alzheimer, con l’intelligenza artificiale diagnosi precoce di 10 anni

Pubblicato il 24 Set 2017 alle 10:42am

Con l’intelligenza artificiale è possibile diagnosticare l’Alzheimer dieci anni dal suo esordio. Parola di esperti. (altro…)

Alzheimer, verso nuovi test per una diagnosi precoce ma mancano ancora cure risolutive

Pubblicato il 21 Set 2017 alle 8:20am

Sempre più vicini a disporre di un pacchetto di esami per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer, la forma più diffusa di demenza senile (rappresenta il 50-60% di tutti i casi). Ad annunciarlo è Stefano Cappa, direttore scientifico dell’IRCSS San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia in un’intervista rilasciata all’ANSA in occasione della 24/ima giornata mondiale Alzheimer che si celebra il 21 settembre.

La cui applicabilità di questo pacchetto dipenderà dalla disponibilità di farmaci contro la malattia”, farmaci ad oggi ancora non disponibili. Sottolinea l’esperto.

In Italia sono oltre un milione le persone affette da qualche demenza (circa 600 mila soffrono di morbo di Alzheimer) e nei prossimi 20 anni, si avrà un aumento dei casi del 50% e un raddoppio dei casi entro il 2050. Si stima infatti che l’aspettativa di vita di un paziente con demenza sia in media dimezzata rispetto all’aspettativa di un coetaneo sano, spiega all’ANSA Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golgi Cenci presso Abbiategrasso, tra i relatori del convegno sulle demenze in corso a Milano, promosso dalla Federazione Alzheimer Italia.

Un TEST DI DIAGNOSI PRECOCE, spiega Cappa, consisterà in un esame del sangue (per cercare molecole presenti solo nel plasma di chi è destinato ad ammalarsi anche 10-20 anni dopo), o della retina e di altri tessuti alla ricerca di anomalie predittive, fino a un software, il cui prototipo è stato messo a punto all’Università di Bari, in grado di predirla guardando le immagini fornite dalla risonanza del cervello di un individuo. A chi ha un rischio certo di malattia (perché con malati in famiglia) saranno proposti esami quali la tomografia (PET, più costosa e non utilizzabile sulla popolazione generale) e l’esame del liquido cerebro-spinale (invasivo).

Certamente, un grande passo avanti, anche se terapie risolutive della malattia, ancora non ce ne sono.