assegno di mantenimento

Assegno divorzile: revisione importo se cambia lo stato di salute

Pubblicato il 11 Ago 2019 alle 6:25am

L’importo spettante per l’assegno divorzile non viene calcolato (o almeno non più) in base al tenore di vita tenuto dai coniugi nel periodo in cui erano sposati, in quanto, il vincolo matrimoniale si interrompe, e quello più debole economicamente, salvo casi particolari, ha diritto all’assegno di mantenimento qualora non possa più permettersi di mantenersi da solo.

Infatti, in tal caso, può essere rilevata l’incapacità lavorativa, parziale o totale del soggetto ex coniuge. Ecco perché è possibile un eventuale aggravamento delle condizioni di salute che impediscano di lavorare, comportando un conseguente ricalcolo dell’assegno di mantenimento.

Il giudice che segue la causa di divorzio, può fissare l’importo dell’assegno divorzile in base:

– all’apporto dato dal coniuge nel concorrere alla formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro; – durata del matrimonio.

L’importo dell’assegno di divorzio così calcolato verrà poi indicizzato in base al costo della vita in modo tale da essere automaticamente aggiornato al valore effettivo della somma.

Se mutano le condizioni delle parti, può essere richiesta la revisione dell’assegno di mantenimento in modo tale che l’importo sia dignitosamente adeguato. Di solito il riferimento è legato ad un peggioramento delle condizioni economiche del coniuge obbligato ma che potrebbe anche accadere, appunto, che vi sia un aggravamento delle condizioni di salute di chi beneficia del trattamento. Chiaramente queste circostanze vanno provate. Se certificate potrebbero comportare una revisione dell’assegno divorzile, in senso peggiorativo o migliorativo a seconda del caso trattato.

Arriva in Senato il Ddl ‘affido’, la proposta che cancella l’assegno di mantenimento

Pubblicato il 15 Set 2018 alle 5:04am

Si ispira al principio della “bigenitorialità perfetta” e riscrive la legge del 2006 sull’affido condiviso dei figli a seguito di separazioni e divorzi. Questo il disegno di legge, voluto da associazioni dei padri separati, firmato dal leghista Simone Pillon, che inizia il suo iter parlamentare in commissione Giustizia del Senato. Il testo, che già ha fatto discutere, cancella l’assegno di mantenimento, prevede il doppio domicilio per il minore e introduce l’obbligo della figura del mediatore familiare.

“Basta ai papà ridotti a padri-bancomat o a genitori della domenica”. Con queste parole il leghista Pillon si fa portavoce dei diritti dei padri separati e cerca di garantire, con la sua proposta, maggiore parità dei genitori a seguito di separazione o divorzio.

Il ddl, così come spiegato nella relazione di accompagnamento, introdurrebbe rilevanti modifiche volte a rimettere “al centro” delle decisioni per i figli “la famiglia e i genitori”.

Mamma e papà dovranno provvedere a metà allo stesso sostentamento della prole. Le statistiche dicono che nel nostro Paese l’occupazione femminile non supera il 49% con forti sbilanciamenti tra Nord e Sud e, quasi sempre, il ritiro o la perdita del lavoro di una donna coincide con la nascita del primo figlio.

L’assegno di mantenimento sparisce dunque perché i figli avranno due case, doppio domicilio e tempo, equamente diviso, tra mamma e papà. Ciò significa che – a meno che i genitori non si accordino diversamente, e non ci sia nessun pericolo per la salute del bambino – i figli dovranno trascorrere non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, sia con la madre che con il padre. In questo modo si garantisce, secondo il ddl, un rapporto equilibrato e continuativo con entrambe le figure genitoriali.