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La ricerca della gravidanza e le terapie per la fertilità al tempo del Coronavirus

Pubblicato il 11 Mar 2020 alle 6:04am

. Il dottor Mario Mignini Renzini – professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Milano-Bicocca; referente medico per gli aspetti clinici dei centri Eugin in Italia e responsabile del Centro di Procreazione Medicalmente Assistita della Casa di Cura La Madonnina di Milano, parte del Gruppo San Donato – ci racconta la sua esperienza con coppie e donne in cerca di gravidanza e donne in fase di allattamento.

. Vediamo con lui i quesiti più frequenti e le evidenze scientifiche su maternità e coronavirus.

“Dottore, io e mio marito stavamo seriamente pensando ad una gravidanza. Vista la diffusione del coronavirus nel nostro Paese, non è forse meglio rimandare…?” e ancora: “Dottore, con mio marito eravamo in procinto di eseguire la fecondazione assistita, ma visto il periodo, non è meglio aspettare qualche mese?”.

Queste sono le tipiche domande che i ginecologi ricevono in questo periodo, in cui tutte le nostre azioni quotidiane e i nostri programmi vengono rivisti alla luce di una nuova presenza: il coronavirus. In particolare, le donne in procinto di ottenere una gravidanza, ma anche quelle gravide e quelle in fase di allattamento, sono seriamente preoccupate circa i possibili effetti di un’infezione da coronavirus sulla propria salute e su quella del bebè.

Donne alla ricerca di gravidanza

“Da quando si è avuta la percezione che il coronavirus non è più un problema lontano, che riguarda solo i paesi asiatici, ricevo numerose richieste di consulti da pazienti che desiderano sapere se interrompere la ricerca di una gravidanza e attendere un momento più tranquillo per riprovarci. Questo mi accade sia con pazienti fertili, che stanno quindi provando a concepire in maniera naturale, sia con pazienti infertili che stanno seguendo un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA)” spiega il dottor Mignini Renzini. “Innanzitutto, è importante precisare che qualsiasi sia il metodo di concepimento, i comportamenti da tenere e le precauzioni sono gli stessi. Presso la Clinica Eugin, dove eseguiamo trattamenti di fecondazione omologa ed eterologa, proviamo a confortare le coppie e raccomandiamo loro di adottare scrupolosamente le norme e misure dettate dalle Istituzioni allo scopo di prevenire il contagio. Per quel che riguarda poi l’aspetto riproduttivo, non sono presenti ad oggi evidenze circa la possibile trasmissione del virus attraverso gli ovociti o il liquido seminale. Quindi, da un punto di vista laboratoristico, l’impiego dei gameti dei coniugi o di donatore/donatrice nei trattamenti di fecondazione assistita risulta essere sicuro esattamente come alcune settimane fa, prima dell’avvento del virus”.

Donne in dolce attesa

La preoccupazione principale di tutte le pazienti in gravidanza è quella di poter trasmettere – in caso di positività – il virus al feto. Gli studi riguardanti la trasmissione verticale del virus – ossia dalla madre al feto – non sono ancora del tutto conclusi, ma sono indicativi di assenza di passaggio transplacentare del SARS-CoV-2, la sigla corretta che indica il coronavirus di cui tanto si parla. Si può pertanto al momento propendere per assenza di embriopatie legate all’infezione in corso di gravidanza. Un recentissimo studio condotto in Cina e pubblicato su The Lancet1, riporta i primi 19 casi di donne in gravidanza e neonati da madri con sintomatologia clinica da COVID-19 e sappiamo che il virus non è stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato da cordone ombelicale. Ne è recente conferma anche il caso del neonato di Piacenza nato negativo da madre positiva. Un ulteriore studio pubblicato da The Lancet nel Vol. 395 del 7 marzo 20203 afferma che nei due casi di infezione neonatale verificatisi in Cina – registrati 17 giorni e 36 ore dopo la nascita – vi è stato, rispettivamente, nel primo caso un contatto diretto con persone positive al coronavirus (la madre e la caposala del reparto maternità), mentre nel secondo caso un contatto diretto non può essere escluso. Al contempo, lo studio rileva che non vi è al momento evidenza di trasmissione verticale da mamma a bambino. “In ogni caso, le donne in gravidanza sono considerate una popolazione suscettibile di infezioni respiratorie virali, anche per quanto riguarda la semplice influenza stagionale. Per questa ragione il consiglio, sia per loro sia per le persone che vivono a loro stretto contatto, è quello di seguire il più scrupolosamente possibile il Decalogo Coronavirus emanato dal Ministero della Salute e le norme dettate dal buonsenso: lavandosi e disinfettandosi spesso le mani, evitando il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, evitando viaggi, a meno che non sia strettamente necessario, evitando di frequentare luoghi affollati. Anche in questo caso, che la gravidanza si sia ottenuta con metodi naturali o mediante procreazione assistita, i comportamenti da tenere sono esattamente gli stessi” spiega il dottor Mignini Renzini.

Donne che allattano

Le preoccupazioni legate alla possibilità di contagio non terminano con la nascita del bambino, ma continuano durante l’allattamento. Non vi sono al momento evidenze di trasmissibilità del virus attraverso il latte materno e il virus non è stato rilevato già nel latte raccolto dopo la prima poppata – detto colostro – delle donne affette.4 Di conseguenza – date le informazioni scientifiche attualmente disponibili e il notevole ruolo protettivo del latte materno – gli specialisti ritengono che, nel caso di donna con sospetta o confermata infezione da coronavirus, se le condizioni cliniche lo consentono e nel rispetto del suo desiderio, l’allattamento possa essere avviato e mantenuto direttamente al seno o con biberon. La cosa fondamentale, durante l’allattamento, è ovviamente la protezione del neonato dal possibile contagio. Per ridurre il rischio di trasmissione al bambino, si raccomandano l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso, durante la poppata, di dispositivi di protezione come mascherina e guanti in lattice usa e getta, secondo le raccomandazioni del Ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino debbano essere temporaneamente separati, è possibile aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso tiralatte, che dovrà essere effettuata seguendo le stesse indicazioni igieniche, e la somministrazione al bambino attraverso biberon. In caso di positività al virus, sarà il curante a valutare eventuali controindicazioni all’allattamento derivanti da terapie farmacologiche in atto, sebbene al momento la terapia per i pazienti affetti da coronavirus non si basi in primis sulla prescrizione di farmaci. “Fortunatamente viviamo in un Paese dotato di un Sistema Sanitario che rappresenta un’eccellenza a livello internazionale e che ha risposto in maniera pronta, competente ed efficace a questa nuova sfida che ci si impone. Confidiamo nel fatto che a breve questo periodo di emergenza, sebbene stia richiedendo un importante sacrificio a tutti i livelli, possa diventare un lontano ricordo per i nostri pazienti”. Conclude il dottor Mario Mignini Renzini.

Arriva il contraccettivo orale da assumere una volta al mese

Pubblicato il 12 Dic 2019 alle 6:15am

Una capsula molle che può essere deglutita una sola volta al mese, per evitare gravidanze indesiderate: è questa la promessa di un metodo contraccettivo, messo a punto dal MIT, e sperimentato intanto, con successo sugli animali. Nei primi test eseguiti sui maiali, il dispositivo ha rilasciato gradualmente l’ormone progesterone nello stomaco, garantendo l’effetto contraccettivo per intere settimane.

Ma come funziona? La compressa in gelatina è stata studiata per dissolversi nell’ambiente acido dello stomaco e liberare una struttura polimerica a forma di stella, con sei braccia attaccate a un corpo centrale. Ogni braccio è carico del contraccettivo ormonale levonorgestrel, una forma sintetica di progesterone usata nelle terapie ormonali e nei metodi di controllo delle nascite.

All’interno della capsula, il polimero è ripiegato. Ma quando l’involucro si dissolve, si apre completamente assumendo dimensioni che ne impediscono il passaggio attraverso il piloro, la “porta” che controlla l’uscita dallo stomaco. Nelle settimane seguenti, le braccia si dissolvono in modo graduale rilasciando il loro contenuto di ormone, finché quel che resta della stella non viene espulso ed eliminato dall’organismo.

La ricerca è stata pubblicata su Science Translational Medicine. I ricercatori si dicono molto soddisfatti. Hanno testato due diverse conformazioni geometriche del dispositivo su sei femmine di maiale, scegliendo di misurare i livelli di progesterone rilasciati (e non di verificare se la formula fosse efficace nell’impedire nuove gravidanze). La concentrazione di ormone nel sangue è stata confrontata con quella di cinque altre scrofe che avevano assunto lo stesso ormone, ma a cadenza giornaliera.

Entrambe le versioni hanno garantito un rilascio prolungato dell’ormone: al ventunesimo giorno, il livello di levonorgestrel nel sangue dei maiali era simile a quello riscontrato nelle femmine del gruppo di controllo che avevano appena assunto la dose giornaliera. Al ventinovesimo giorno l’ormone era ancora presente nel sangue, anche se i livelli sono calati nel corso del mese.

Il prossimo passo sarà ora quello di incorporare anche l’estrogeno nella struttura, per arrivare alla formulazione combinata più usata nei contraccettivi umani. Per i primi test clinici sull’uomo occorreranno almeno cinque anni. La speranza è che un dispositivo da assumere una volta mese, senza l’intervento di un medico, possa risultare prezioso soprattutto nei paesi a medio e basso reddito, nelle situazioni in cui le donne vorrebbero evitare una gravidanza, quando non sono nelle condizioni sanitarie, sociali e culturali idonee per farlo. acei.

In arrivo il ‘pillolo’, anticoncezionale maschile

Pubblicato il 27 Mar 2019 alle 11:07am

E’ in arrivo una versione maschile della pillola anticoncezionale che può essere assunta per un mese senza effetti collaterali dagli uomini, essendo in grado di abbassare i livelli di due ormoni necessari per la produzione dello sperma. Ad affermarlo sono i risultati condotti dal primo test clinico di fase 1 su un ‘pillolo’, presentato in occasione del congresso della Endocrine Society che si è tenuto alcuni giorni fa a New Orleans. (altro…)

Infertilità maschile, efficace la tecnica che preleva spermatozoi direttamente dai testicoli

Pubblicato il 23 Mar 2019 alle 7:29am

L’infertilità maschile è causa di quasi la metà dei mancati concepimenti. L’incapacità di fecondare un ovocita sembra infatti maturare lungo il percorso che porta i gameti maschili dagli organi deputati alla loro produzione verso l’esterno. Il percorso che ha inizio dall’epididimo e termina con l’eiaculazione è quello in cui gli spermatozoi vengono maggiormente «stressati». Al punto che, se prelevati direttamente dai testicoli di persone che fino a quel momento sono infertili, mostrano tassi di danneggiamento del Dna analoghi a quelli rilevabili in uomini che hanno già avuto figli o che non mostrano comunque problemi di fertilità.

Jonathan Ramsay, urologo dell’Imperial College di Londra, ha dichiarato che funzionano gli spermatozooi prelevati direttamente dai testicoli. Una importante scoperta questa, che è stata presentata nel corso del congresso della Società Europea di Urologia, che si è tenuto alcuni giorni fa a Barcellona.

Assieme ai suoi collegi, il ricercatore è arrivato a questa conclusione, dopo aver posto a confronto lo sperma prelevato direttamente dai testicoli di 63 uomini infertili – alle cui spalle era già avvenuto un fallimento di una procedura di iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo – con quello di 76 volontari, il cui liquido seminale è stato raccolto soltanto dopo l’eiaculazione. Obbiettivo del lavoro svolto?

Naturalmente, quello di comparare la qualità del seme raccolto. Ebbene, osservando le cellule in laboratorio, i ricercatori hanno notato un danno della doppia elica del Dna esteso per una quota prossima al 15 per cento, sia tra gli uomini infertili che fertili. La percentuale, considerata fisiologica e non in grado da sola di compromettere la capacità riproduttiva, è risultata di gran lunga inferiore rispetto a quella rilevata (40%) raccogliendo lo sperma degli uomini infertili attraverso l’eiaculazione. Un riscontro questo, molto importante che ha spinto Ramsay ad affermare che «evidentemente il danno ossidativo si concretizza soprattutto a livello dei dotti». Motivo per cui ricorrendo al prelievo degli spermatozoi direttamente dai testicoli – procedure che in alcuni centri di procreazione medicalmente assistita (Pma) vengono già effettuate, soprattutto nei casi in cui l’infertilità maschile è da ricondurre a deficit di eiaculazione o all’ostruzione dei diversi dotti: sono note con gli acronimi «Tesa», «Pesa» e «Tese» – «si può immaginare che questi uomini, pur avendo già visto fallire una procedura di Pma, possano comunque diventare padri», per dirla con Sheena Lewi, docente di medicina riproduttiva all’Università di Belfast e presidente della British Andrology Society.

Gli esperti dichiarano che la ridotta capacitazione degli spermatozoi, ovvero la possibilità di fecondare la cellula uovo femminile una volta incontrata nelle tube, possono essere diversi fattori: patogeni sessualmente trasmessi, sostanze sprigionate dal fumo, inquinanti, molecole infiammatorie maggiormente presenti in persone in sovrappeso o obese. Secondo Ramsay, «questa scoperta potrebbe contribuire a risolvere una buona parte di quei casi di infertilità maschile per cui non si trova ancora una soluzione».

«Oggi sappiamo che gli spermatozoi di queste persone sono più integri a livello testicolare di quanto non appaiano dopo l’eiaculazione», aggiunge Lewi, lasciando intendere come sia a questo punto importante acquisire ulteriori prove: l’eventuale fecondazione fugherebbe i dubbi residui. Procedure di prelievo degli spermatozoi direttamente dai testicoli «potrebbero aumentare i tassi di successo delle procedure di procreazione assistita – chiosa Maarten Albersen, andrologo dell’Università di Leuven (Belgio) -. Di questo aspetto, una volta verificato lo step successivo, occorrerà tenerne conto soprattutto in quei Paesi in cui il numero di cicli di Pma rimborsati è limitato e molti uomini si sottopongono a trattamenti destinati comunque al fallimento».

Uomini e fertilità: sperma migliore quando mangiano noci, noccioline e mandorle

Pubblicato il 08 Lug 2018 alle 6:39am

Lo sperma degli uomini che mangiano frutta secca con una certa regolarità, in particolare, noci, noccioline e mandorle è migliore di quelli che non ne mangiano mai.

A dirlo, sono i ricercatori della spagnola Human Nutrition Unit of the Universitat Rovira i Virgil in Reus che hanno pubblicato lo studio intitolato “Effect of nut consumption on semen quality an d functionality in healthy males: a randomized controlled trial”.

Lo studio, per giungere a questa conclusione, si è incentrato sulla partecipazione di 119 persone tra i 18 e i 35 anni che seguivano una dieta occidentale e suddividendoli in due gruppi: per 14 giorni è stato chiesto ad un gruppo di proseguire con la loro alimentazione e di mangiare in più 60 grammi di noci, noccioline e mandorle, mentre agli altri non è stato chiesto di aggiungere la frutta secca alla dieta.

Ebbene, dai test effettuati sullo sperma dei partecipanti, prima e dopo l’esperimento, i ricercatori hanno evidenziato un miglioramento nel numero degli spermatozoi, ma anche della loro vitalità, motilità (come si muovono) e morfologia. Nello specifico hanno evidenziato un incremento del 16% per quanto riguarda il numero, del 4% per la vitalità, del 6% per la motilità e dell’1% per la morfologia.

First To Know: l’unico test di gravidanza per autodiagnosi, su sangue capillare, in vendita in farmacia

Pubblicato il 28 Giu 2018 alle 8:21am

Da alcuni giorni è disponibile un nuovo strumento per sapere in pochi minuti e precocemente se è in corso una gravidanza.

First To Know®, è il primo esame di autodiagnosi che si basa sul prelievo di una goccia di sangue dal polpastrello.

Il test, prodotto dalla società americana Now Diagnostics Inc, si distingue per una sensibilità elevata (10 mIU/ml) che consente di rilevare nel sangue anche piccolissime quantità dell’ormone della gravidanza, la gonadotropina corionica umana (beta hCG), dopo circa una settimana dal presunto concepimento e circa sei giorni prima dell’atteso ciclo mestruale o comunque sin dal giorno stesso della mancata mestruazione.

La precocità è dovuta al fatto che circa una settimana dopo il concepimento l’ovulo fecondato si annida nell’utero; in questa fase inizia la produzione dell’ormone della gravidanza che è presente e quindi rilevabile già nel sangue, anche in piccolissime quantità.

In presenza dell’ormone della gravidanza, utilizzando First To Know® si verifica una reazione immunologica che forma una linea rossa nella zona “T” linea del test. Altri anticorpi formano una linea rossa nella zona “C” linea di controllo. La linea di controllo indica il corretto funzionamento del test, per cui deve essere sempre presente. Se assente, il risultato non deve essere considerato valido.

A differenza del prelievo venoso effettuato in un laboratorio di analisi, che presenta un dosaggio della quantità di ormone presente nel sangue, la nuova soluzione di Now Diagnostics Inc ne conferma solo la presenza o assenza avendo una natura qualitativa (e non quantitativa).

First To Know® è dunque l’ideale per chi sospetta una gravidanza e vuole averne conferma o meno il prima possibile e nella privacy di casa: semplice da usare, tramite una puntura eseguita con un apposito pungidito, permette di ottenere un risultato in dieci minuti. La confezione, contenente il necessario per due test, è venduta in farmacia al costo di 19,90 euro.

Fecondazione assistita: a 40 anni le mamme non superano il 10% con rischio per loro e il bambino

Pubblicato il 03 Mar 2018 alle 8:39am

La possibilità di avere un bambino sano fino a 30 anni, per ogni ciclo di fecondazione assistita è del 35-40%; a 38 anni la percentuale cala al 20%; a 40 anni al 10%; a 42 al 5%; fino ad arrivare all’1-2% a 45 anni. (altro…)

Fecondazione assistita, spettano i permessi a lavoro?

Pubblicato il 24 Feb 2018 alle 9:51am

Per le coppie che non riescono ad avere figli in modo naturale, un aiuto può arrivare dalla procreazione assistita, anche se spesso richiede molti tentativi, ricoveri e tanta tanta pazienza.

Con la conseguenza che, al pari di tutti gli altri lavoratori e lavoratrici, bisognerà chiedere di giorni di permesso dal lavoro.

La legge italiana consente di ricorrere alla procreazione assistita alle seguenti coppie:

– coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi in età fertile,

– che abbiano problemi di sterilità (cioè entrambi o anche solo uno dei due si trovi in una condizione fisica permanente caratterizzata dall’impossibilità di procreare)

– o quando la coppia non è riuscita a concepire figli dopo almeno un anno di tentativi.

Condizione assoluta è quella che non ci siano altri metodi terapeutici per risolvere l’infertilità o la sterilità. In pratica la fecondazione deve essere l’ultima spiaggia.

Ma come avviene la fecondazione assistita?

Per ricorrere al trattamento di fecondazione assistita si deve innanzitutto essere in possesso di un certificato che attesti in modo inequivocabile la condizione di sterilità o infertilità degli aspiranti genitori. Con il quale sarà possibile accedere alla fecondazione assistita in strutture pubbliche o private, autorizzate dalle varie Regioni e iscritte in un apposito registro custodito presso l’Istituto superiore di sanità, chiamati centri di procreazione medicalmente assistita, con tutti gli effetti clinici presso cui è possibile iniziare il proprio trattamento di fecondazione, che consiste in tecniche e pratiche cliniche al fine di favorire la gravidanza attraverso il trattamento di ovociti, spermatozoi ed embrioni.

Le tecniche hanno diversi gradi di complessità e invasività andando dalla fecondazione omologa a quella eterologa:

– Inseminazione semplice (nel corpo della donna) – Fecondazione in vitro (all’esterno del corpo della donna) – Trasferimento embrionale – Trasferimento dei gameti – Microiniezione dello o degli spermatozoi – Crioconservazione di gameti e embrioni (congelamento)

La fecondazione assistita per legge non rientra nel termini dell’aspettativa retribuita da lavoro. Non è quindi possibile fare ricorso a questa tutela. E non è neppure considerata una malattia nel senso classico del termine. Ciò non toglie che dall’Inps venga comunque assimilata a una malattia e quindi venga concesso alle coppie che hanno intrapreso l’iter di beneficiare dell’assenza retribuita da lavoro.

Si ha infatti diritto a 3 settimane di malattia retribuita (nello specifico 21 giorni): 1 settimana prima del transfer (trasferimento dell’embrione nell’utero) e 2 settimane dopo il transfer.

Giorni di malattia considerati anche i giorni di ricovero in day hospital.

Per avvalersi di questo beneficio basterà richiedere l’astensione da lavoro motivata da fecondazione assistita come cura della sterilità. La procedura burocratica è la seguente: “La clinica presso cui effettui la fecondazione ti rilascerà il certificato di trattamento sterilità e fecondazione assistita per le giornate di ricovero in day hospital. Questo certificato ti verrà rilasciato in 3 copie: per te, per il datore e per l’Inps. Per i giorni di assenza pre ricovero e post dimissione puoi andare dal medico di base, che ti rilascerà il certificato di malattia con diagnosi “cure per fertilità e fecondazione assistita secondo circolare Inps 7412, 4 marzo 2005”.

Questo certificato verrà inviato direttamente per via telematica all’Inps e ti verrà rilasciata copia per il datore di lavoro. Mentre per l’Inps il certificato dovrà contenere sia la diagnosi sia la prognosi, al datore di lavoro servirà solo il certificato con la prognosi (quindi i giorni di assenza).

Per i ricoveri in day hospital (pick up e transfer) servirà il certificato di ricovero rilasciato dalla clinica; le giornate successive alle dimissioni – massimo 2 settimane – richiederanno il certificato del medico curante. Così come anche l’eventuale settimana di assenza per malattia pre-ricovero per fecondazione necessiterà di certificato del medico di base.

Contraccezione, millenial “disinformate” almeno quanto lo erano le loro madri

Pubblicato il 20 Gen 2018 alle 9:38am

Le giovani donne ancora non sanno bene cosa sia la contraccezione. Non stupisce infatti che ogni anno quasi la metà delle gravidanze in tutto il mondo non siano programmate. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che delle 208 milioni di gravidanze annue, il 41 per cento non era cercata. Di queste l’11 per cento riguarda ragazze tra i 15 e i 19 anni d’età per un totale di circa 16 milioni di gravidanze adolescenziali l’anno.

A fare un bilancio sui trend dei giovani e sul loro approccio alla sessualità e sulle conoscenze in ambito contraccettivo è stata la Bayer. Che ha condotto uno studio in 9 paesi europei, tra cui l’Italia, su un totale di 9mila donne tra i 21 e i 65 anni d’età.

Le ragazze dai 21 ai 29 anni d’età, affrontano la prevenzione in ambito sessuale in modo molto simile alle loro madri, le baby boomer, ovvero le donne dai 50 ai 65 anni d’età.

Il 51 per cento delle baby boomer riteneva di non possedere le informazioni necessarie per intraprendere una scelta consapevole e lo stesso problema viene ora riferito dal 35 per cento delle millennial, malgrado queste ultime abbiano accesso e informazioni a libri, rete, specialisti, consultori, scuola, ecc

Procreazione medicalmente assistita: sempre più coppie ne fanno uso, ma hanno bisogno di un sostegno psicologico

Pubblicato il 24 Dic 2017 alle 7:00am

I dati pubblicati dal registro sulla Pma dell’Istituto Superiore di Sanità del 2015, parlano di circa 13 mila bambini nati nell’arco di un anno grazie alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e, nello stesso tempo, circa 75 mila persone che si sono rivolte a ai centri di Procreazione Medicalmente Assistita, Pma.

Il 40% delle coppie, abbandona il percorso già al terzo tentativo, si registra infatti la percentuale di abbandono più alta.

Una delle cause sarebbe da attribuire, dicono gli esperti alla difficoltà a livello emotivo e psicologico della coppia di affrontare lo stress di ripetuti esiti negativi, che evidenzierebbero anche che nei centri di Pma c’è bisogno ed è d’obbligo garantire alle coppie anche un sostegno psicologico.

Dai dati raccolti infatti, grazie alla ricerca condotta dall’equipe del Dipartimento di Psicologia della “Sapienza” Università di Roma è emerso che vanno avanti con la procreazione medicalmente assistita, nonostante i diversi ostacoli, solo le coppie che hanno maggiore convinzione di riuscire a procreare, insieme al supporto della rete sociale e medica specialistica.