cosa non fare

Perché alcuni bambini urlano piuttosto che parlare?

Pubblicato il 22 Gen 2019 alle 6:26am

Per rispondere a questa domanda è sicuramente opportuno effettuare delle visite specialistiche più approfondite, tuttavia in linea teorica è possibile avanzare alcune ipotesi che possono determinare l’instaurarsi di questa condizione. Spesso motivo di grande apprensione nei familiari.

Tale situazione potrebbe riscontrarsi per fattori organici, come ad esempio difficoltà uditive, di qualunque gravità, poiché si tratta di condizioni che in ogni caso alterano la percezione uditiva del bambino. E pertanto, non si includono solamente bambini con disturbi strettamente circoscritti all’apparato uditivo, ma anche coloro che presentino frequenti episodi di otite e difficoltà respiratore croniche.

Un’ulteriore causa possibile è la disprassia verbale. Questo disturbo è caratterizzato da una difficoltà dell’apparato fono-articolatorio nel ricostruire uno schema motorio adeguato per permette una corretta produzione verbale, determinando così un’influenza negativa sull’inventario fonetico del bambino e le sue combinazioni fonotattiche. Alcune caratteristiche del linguaggio del bambino poi, con la disprassia sono proprio un linguaggio disprosodico (cioè con un’intonazione alterata, specialmente per quanto concerne velocità, ritmo, fluenza e timbro), produzione di pochi fonemi ed eventualmente distorsione dei fonemi più complessi.

Tuttavia non è da trascurare l’aspetto comportamentale; infatti bisogna considerare che un bambino che urla potrebbe anche semplicemente attuare una strategia comportamentale utile per attirare l’attenzione dell’adulto o per comunicare in un ambiente estremamente rumoroso. Trattandosi di casistica molto ampia, l’intervento di interesse logopedico vuole mirare a raggiungere il miglior risultato possibile a livello comunicativo attraverso il quadro precedentemente presentato.

Il trattamento per farlo parlare, includerà, pertanto, un counseling logopedico rivolto ai genitori riguardo le modalità comunicative più adeguate per rivolgersi al proprio bambino; inoltre potrà essere proposta una stimolazione uditivo-percettiva, una stimolazione cognitivo-linguistica o interventi di Comunicazione Aumentativa e Alternativa, a seconda del quadro clinico riscontrato.

In ogni caso, dicono gli esperti, l’abitudine dell’urlare può determinare un’alterazione della voce fisiologica e, nel lungo termine, può anche dar luogo a problemi organici della voce.

Possibili cause La prima cosa da fare è analizzare il proprio stile familiare. Un bambino che utilizza in maniera inappropriata la voce, potrebbe semplicemente averlo appreso dalle modalità comunicative di cui si avvalgono i propri genitori; ad esempio, un bambino con genitori che utilizzano un tono di voce alto, difficilmente ne avrà uno diametralmente differente. Un altro fattore molto considerato è quello dello stile di vita dei genitori. Figure genitoriali con ritmi estremamente veloci nel lavoro e nella vita quotidiana potrebbero influenzare l’uso del tono della voce del bambino, che aumenterà per richiedere maggiori attenzioni nel crogiolo di stimoli ricevuti ordinariamente.

Tra queste risulta essere efficace:

– Regolare il timbro della propria voce: questo è il punto più spigoloso poiché consiste nel modificare una propria abitudine, tuttavia è imprescindibile perché il bambino utilizza le figure genitoriali come modelli. Al contrario è opportuno avvicinarsi al bambino e comunicare con lui utilizzando un tono di voce adeguato; – Ridurre eventuali rumori di sottofondo per creare un ambiente ottimale per modificare una modalità comunicativa abituale. Inoltre è comunque buona consuetudine, spegnere il televisore o la radio durante una qualunque conversazione. – Quando il bambino urla per ottenere qualcosa (ad esempio per una richiesta non necessaria dell’attenzione dei genitori o per l’acquisto di un giocattolo), il genitore che cede a un “capriccio” rafforza una modalità comportamentale sbagliata del bambino, che quindi implicitamente riconosce nell’urlo un buon mezzo per ottenere tutto ciò che vuole.

Roma, al Fatebenefratelli nasce l’ambulatorio per complicanze da filler

Pubblicato il 14 Mag 2016 alle 12:09pm

E’ in costante crescita il numero di donne, ma anche di uomini che si affida alla chirurgia estetica e plastica.

Molte volte riccorrendo a professionisti non abilitati o improvvisati, con conseguenze devastanti anche per dei semplici fillers all’acido ialuronico.

Così all’ Isola Tiberina, all’interno dell’ospedale Fatebenefratelli nasce un ambulatorio di Medicina estetica, per rimediare proprio alle complicanze di possibili trattamenti sbagliati.

“I danni maggiori – spiega Emanuele Bartoletti, direttore dell’ambulatorio di medicina estetica al Fatebenefratelli – si manifestano sulla pelle di chi 10-12 anni fa ha utilizzato i filler permanenti, cioè quelli che non si riassorbono. Ora per fortuna non si parla più di questa modalità, ma se si inietta acido ialuronico dove in precedenza è stato iniettato un filler permanente, come minimo appare un ascesso”.

Pertanto è importante, spiega ancora l’esperto, seguire un protocollo ben preciso, prima di sottoporsi ai trattamenti estetici con filler.

Il prodotto deve essere certificato, avere una scadenza, una rintracciabilità, non essere sensibilizzante, ma totalmente riassorbibile, non cancerogeno, atossico, non immunogeno, non migrante, di la sua consistenza molto simile al tessuto che lo ospita, deve tener conto dell’età del paziente, e deve essere iniettato da una mano esperta, un professionista serio e scrupoloso.

Perché non rispettare queste caratteristiche significa essere pronti a possibili conseguenze: ematomi, gonfiori, bruciori, dolore e prurito e nei più gravi, noduli, granulomi e necrosi.

“La costituzione di un ambulatorio dedicato alla gestione delle complicanze da filler rende per questo possibile, da un lato una maggiore sensibilizzazione degli operatori del settore a rispettare i suggerimenti delle linee guida e dall’altro obbliga la gestione da parte di esperti del trattamento delle complicanze più gravi”, assicura Bartoletti.

In ambulatorio, il paziente viene valutato dal punto di vista clinico, con un esame ecografico del derma, che permette una precisa caratterizzazione del danno e del materiale presente nella sezione indagata. In alcuni casi possono essere prescritte ulteriori indagini (ematochimiche, radiologiche e più controlli nel corso del tempo).

A tal fine, per mettere in guardia da possibili e gravi effetti collaterali consiglia la prevenzione, in occasione del 37mo Congresso della Sime (nonché undicesimo congresso europeo di medicina estetica), che si apre oggi a Roma, lanciando una campagna di sensibilizzazione «Verità è bellezza», al fine di puntare proprio sulla corretta informazione.