cuore

Cardiocenter dell’ospedale Niguarda salva 51enne in piena emergenza sanitaria

Pubblicato il 19 Apr 2020 alle 6:13am

Al Cardiocenter del Niguarda, sostenuto dalla fondazione De Gasperis, in piena emergenza sanitaria da Covid -19, è stato riconosciuto da Newsweek, uno dei 50 ospedali migliori al mondo. Leader nei trapianti di cuore, ha appena trapiantato con successo un uomo di 51 anni, arrivato in condizioni gravissime al Niguarda da un altro ospedale. Il cuore del donatore proveniva dal Piemonte. Il paziente era in imminente pericolo di vita e il trapianto è avvenuto con circolo sostenuto da supporto meccanico: «Si è trattato di un caso complesso, come purtroppo ne trattiamo molti – spiega Claudio Russo, direttore di Cardiochirurgia – e abbiamo dovuto “combattere” per oltre quindici giorni insieme a lui, in rianimazione».

L’emergenza Covid 19 ha complicato il caso complesso e probabilmente renderà impossibile tenere la media di interventi al cuore che si effettuano in questa unità, giunti ormai a 850 all’anno (1° centro in Italia con 34 trapianti di cuore nel 2019): «Ovviamente, l’emergenza ha rallentato la nostra attività – spiega Russo -, ma continuiamo a essere operativi per le emergenze e i casi complessi, come questo». Perciò, la fondazione De Gasperis si batte per sostenere quest’eccellenza italiana e ha appena avviato una raccolta fondi (https://www.degasperis.it/raccolta-fondi-covid-19-niguarda.html). Come commenta il presidente della fondazione, Benito Benedini, «il sistema cardiovascolare è direttamente interessato dall’infezione. Il virus non ci ferma». Si può dire #vatuttobene

Coronavirus e quei danni a cuore e reni

Pubblicato il 16 Apr 2020 alle 7:15am

La sindrome respiratoria acuta grave, legata al Covid-19 può attaccare anche il miocardio. Studi recenti hanno valutato il livello ematico di marker cardiaci, sostanze normalmente presenti nel muscolo cardiaco, ma che vengono rilasciate nella circolazione solo se il miocardio è danneggiato o necrotico, scoprendo che rispetto ai pazienti senza malattie cardiache, quelli che hanno sviluppato questo tipo di lesione erano più anziani (età media 74 anni contro 60 anni).

La presenza di una patologia preesistente (ipertensione, diabete, malattia coronarica, insufficienza cardiaca, malattia cerebrovascolare) era più frequente nei pazienti che hanno avuto un coinvolgimento cardiaco. Ma soprattutto, i pazienti con patologie cardiache erano quelli (il 58%) che presentavano un disturbo respiratorio acuto rispetto agli altri (4%). Tra questi, il tasso di mortalità era significativamente più alto (51%) rispetto ai pazienti senza coinvolgimento cardiaco (4,5%). Recenti articoli pubblicati su JAMA Cardiology, come quello dell’Università del Texas, hanno inoltre rilevato miocarditi (infezioni al cuore), vasculiti (ai vasi sanguigni), aritmie, insufficienza cardiaca e altre condizioni all’apparato cardiocircolatorio in pazienti affetti da COVID-19, anche in chi aveva un cuore perfettamente sano prima di restare contagiato. E non è un caso che l’ipertensione e le cardiopatie siano associate a un rischio di mortalità più elevato per i pazienti colpiti dal coronavirus.

Altri organi fortemente esposti al coronavirus sono i reni, in particolar modo, i tubuli dei nefroni deputati alla filtrazione del sangue, tanto che i pazienti più gravi possono sviluppare un’insufficienza renale acuta potenzialmente fatale. “Nelle autopsie finora condotte, si è visto che un terzo dei pazienti è deceduto a causa di un’insufficienza renale acuta. Sappiamo che l’infezione determina un aumento della microcoagulazione del sangue nei vari organi. Alcune persone potrebbero essere morte perché i reni si sono bloccati proprio a causa di questo evento”, a spiegarlo il professor Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG).

Aritmia ventricolare, per la prima volta al mondo, operato un paziente con fascio di protoni

Pubblicato il 23 Gen 2020 alle 6:33am

E’ la prima volta al mondo un paziente con aritmia ventricolare è stato operato con un fascio di protoni che ha colpito, in modo mirato e con un ridottissimo impatto i suoi delicati tessuti circostanti, la parte del cuore responsabile dei battiti cardiaci irregolari. L’intervento è stato messo a punto dal Cnao di Pavia insieme alla collaborazione della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo.

“La scelta di utilizzare l’adroterapia con protoni, forma avanzata di radioterapia per la cura dei tumori, per il trattamento di una patologia cardiaca – scrivono in un comunicato stampa il Cnao e il San Matteo – è nata dalla necessità di contrastare una forma particolarmente aggressiva di aritmia ventricolare che non aveva risposto efficacemente sia ai trattamenti tradizionali sia a quelli più avanzati (plurimi farmaci, ablazione invasiva tramite radiofrequenza e chirurgia toracica sul sistema nervoso cardiaco) e che determinava nel paziente continue e pericolose alterazioni del ritmo cardiaco”.

Il paziente di 73 anni, è affetto da una grave forma di cardiomiopatia dilatativa ed era stato trasferito a Pavia da un ospedale milanese dove era ricoverato per aritmie ventricolari e ripetuti arresti cardiaci. Dopo l’intervento è stato tenuto sotto osservazione al San Matteo e pochi giorni fa è stato dimesso dalla Cardiologia in buone condizioni generali, in buon compenso cardiocircolatorio ed è stato possibile trasferirlo presso un reparto per la riabilitazione.

“In questo caso, particolarmente grave, si è reso necessario un intervento diverso – sottolinea Roberto Rordorf, responsabile dell’Unità di Aritmologia della Cardiologia del Policlinico San Matteo, diretta da Luigi Oltrona Visconti -. Anche se la radioterapia con fotoni è già stata utilizzata seppur in maniera sperimentale e in rari casi per trattare alcune forme di aritmia, è stato scelto, questa volta, di procedere con i protoni che garantiscono un impatto molto più basso sui tessuti delicati circostanti. L’intervento di Pavia risulta essere il primo al mondo sull’uomo e i primi risultati sono davvero incoraggianti. Per questo motivo insieme al Cnao stiamo valutando la fattibilità di uno studio clinico sperimentale”.

Sauna, benefica per cuore, ecco perché

Pubblicato il 13 Gen 2020 alle 7:43am

La sauna fa bene al cuore. Grazie appunto ai mutamenti di temperatura che questa produce, il sangue viaggia verso i capillari della pelle, perché il corpo ha bisogno di eliminare il calore in eccesso indotto dall’ambiente in cui si sta.

Durante le sedute di sauna il nostro cuore effettua una sorta di ‘ginnastica cardiovascolare’: “due sedute di sauna di fatto allenano tutti i vasi del corpo e hanno un effetto benefico sul cuore sulla pressione arteriosa, ad esempio.

Una recente ricerca scientifica dimostra che andare in sauna almeno quattro volte alla settimana riduce il rischio di mortalità cardiovascolare anche del 60%.

Uno studio prospettico è stato condotto su di un campione di popolazione di oltre 2300 uomini di mezza età della Finlandia orientale (presumibilmente gli stessi risultati valgono anche per le donne che comunque sono meno soggette a problemi cardiovascolari).

I dati di questa ricerca, raccolti in 20 anni, dimostrano che per ottenere i migliori risultati possibili sul cuore, ci si deve sottoporre alla sauna – impiegando almeno 20 minuti a seduta – per quattro volte alla settimana. Tutte le azioni finalizzate alla prevenzione della malattie del cuore hanno un ruolo importante. I medicinali in genere non hanno questa capacità.

La sauna rappresenta quindi il modo più naturale, economico ed indolore per migliorare la salute del cuore!

Ipnosi per intervento su fibrillazione atriale al cuore. Il primo in Italia, avvenuto al San Paolo di Savona

Pubblicato il 12 Gen 2020 alle 6:21am

E’ il primo intervento di ablazione della fibrillazione atriale eseguito in Italia con la tecnica di ipnosi a scopo analgesico. E’ stato compiuto all’Ospedale San Paolo di Savona da Luca Bacino, che ha introdotto a Savona l’utilizzo dell’ipnosi nella pratica clinica grazie alla collaborazione con il centro di Aritmologia dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti e dopo aver frequentato la scuola italiana di ipnosi Ciics di Torino.

“Quando sono entrato e ho visto la sala piena di macchine e di fili, ho avuto paura. Poi il dottor Luca Bacino si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi, a chiedermi di fare respiri profondi e di rilassarmi. E tutto si è attenuato: le voci, i rumori. Sentivo tutto ma ‘distante’, non provavo dolore. E le 4 ore che ho passato in quella posizione sono letteralmente volate” ha raccontato al sito savonese Ivg Paolo Peira, 63 anni, che lo scorso 20 dicembre si è sottoposto all’intervento di ablazione della fibrillazione atriale con ipnosi.

“Il medico che mi ha operato, Francesco Pentimalli, mi ha chiesto se me la sentivo di provare con l’ipnosi – ricorda Paolo – Mi ha spiegato che era un nuovo metodo, e che sarebbe stato efficace solo se c’era la collaborazione del paziente. Io ho accettato subito: se mi avessero detto di bere un bicchiere d’acqua per non sentire nulla, ne avrei bevuti 18…”. E così Paolo si è affidato alla voce del dottor Bacino. “L’operazione è durata circa 4 ore” racconta il 63enne: “Prima di iniziare il dottor Bacino si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi, con tono di voce molto calmo e tranquillo, e più parlava più abbassava la voce. A un certo punto ho iniziato a preoccuparmi, temevo di fare una brutta figura non sentendo quello che mi avrebbe detto… e invece ha iniziato a funzionare. Ero cosciente, perché sentivo le voci dei medici e degli operatori che si scambiavano opinioni, ma era come se mi arrivassero da lontano. Non ho mai sentito dolore a parte un piccolo momento: il dottore è intervenuto immediatamente parlandomi e in pochi istanti mi sono di nuovo ‘perso’. Alla fine mi hanno detto che addirittura in certi momenti sorridevo. Alla fine dell’operazione il medico mi ha chiesto di stringere forte il pollice e l’indice della mano sinistra, ha contato fino a tre e improvvisamente era tutto finito. Sembrerà strano dirlo, ma è stato persino bello…”, dice Paolo Peira.

Anche durante il decorso post operatorio è andato tutto bene: il 21 dicembre, dopo 24 ore dall’intervento, il 63enne è uscito dal reparto di terapia intensiva, il 22 dicembre è stato dimesso per passare anche le festività in famiglia, e il 26 dicembre ha preso un volo per Londra insieme alla moglie Enrica.

Foto Ansa

Lavarsi i denti tre volte al giorno riduce rischi di fibrillazione atriale o insufficienza cardiaca

Pubblicato il 04 Gen 2020 alle 11:49am

Sembra assurdo, ma lavarsi i denti tre volte al giorno riduce i rischi di fibrillazione atriale o insufficienza cardiaca. È quanto emerge da una recente ricerca scientifica, condotta in Corea dalla Ewha Womans University di Seoul e pubblicata sul European Journal of Preventive Cardiology.

Già in passato i ricercatori avevano osservato come una scarsa igiene orale potesse portare alla presenza di batteri nel sangue capaci di causare infiammazioni e di conseguenza aumento del rischio di alcune patologie.

Ora lo studio coreano, mette in relazione come lavarsi i denti possa beneficiare anche sul cuore. Nel gruppo di persone esaminato, chi li lavava tre volte al giorno aveva il 10% in meno di probabilità di sviluppare la fibrillazione atriale, e il 12% in meno di insufficienza cardiaca.

Il peperoncino in cucina dimezza il rischio di morte per infarto e ictus

Pubblicato il 19 Dic 2019 alle 6:41am

Usare abitualmente il peperoncino in cucina (almeno circa 4 volte a settimana) riduce, dicono i ricercatori, il rischio di morte per infarto del 40% e per ictus di oltre il 60%. Inoltre riduce del 23% il rischio di morte per qualunque causa rispetto a chi non ne fa uso abitualmente. (altro…)

Valvole cardiache, anche per i giovani possibile intervento chirurgico senza bisturi

Pubblicato il 16 Dic 2019 alle 6:52am

Per 250mila italiani, che soffrono di stenosi aortica, è in arrivo una nuova speranza di cura e di vita. Sono infatti loro, i prescelti per a una nuova tecnica, la Tavi, l’impianto della valvola aortica senza bisturi, per via percutanea (facendo un piccolo foro nell’inguine). Fino ad ora le valvole con la tecnica Tavi sono state impiantate nei pazienti più anziani, ma la ricerca sta aprendo prospettive interessanti sui più giovani: anche per loro, infatti, si riduce il rischio di ictus del 50%, diminuisce la probabilità di morte e di nuovi ricoveri, oltre a ridurre il tempo del recupero post-operatorio. E’ quanto emerge dall’80/mo Congresso nazionale della Società italiana di cardiologia (Sic).

Secondo i cardiologi italiani le prospettive potrebbero far aumentare del 70% il ricorso a questo intervento più ‘soft’ per la sostituzione della valvola aortica, che prima o poi può diventare necessaria per il milione di italiani che ne soffre. «Fino a oggi impiantavamo le valvole cardiache per via percutanea soltanto a pazienti anziani o con molte patologie, con un rischio operatorio elevato. Per questi pazienti la Tavi ha costituito un vero salvavita, perché non c’erano altre opzioni sicure per intervenire in caso di stenosi aortica», spiega Ciro Indolfi, presidente Sic.

In Italia, il 2% della popolazione in età avanzata «ha una stenosi severa con indicazione all’intervento di sostituzione – aggiunge – quando compaiono i sintomi infatti l’aspettativa di vita si riduce drammaticamente, con una sopravvivenza media di 2-3 anni in persone con angina o sincope e di soli 1-2 anni in pazienti con scompenso cardiaco». I risultati della Tavi sono particolarmente positivi anche per le donne. «Gli studi pubblicati dimostrano che l’impianto Tavi va meglio nel sesso femminile, nonostante le donne abbiano arterie più piccole. Questi risultati sono opposti a quelli di stent coronarici, dove i risultati migliori si hanno nel sesso maschile», spiega Carmen Spaccarotella, cardiologa interventista al Policlinico universitario di Catanzaro.

Lavare almeno tre volte al giorno i denti, mette al riparo da rischio di fibrillazione atriale e insufficienza cardiaca

Pubblicato il 05 Dic 2019 alle 6:27am

Lavare i denti in modo più frequente (almeno tre volte al giorno) potrebbe ridurre il rischio di fibrillazione atriale (la più diffusa aritmia del cuore) e insufficienza cardiaca (quando il miocardio non pompa bene il sangue).

A suggerirlo uno studio condotto presso l’Università di Seul e pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology.

L’indagine in questione, ha coinvolto quasi 162 mila persone di 40-79 anni, il cui stato di salute è stato monitorato per un tempo medio di 10 anni e mezzo.

Gli epidemiologi hanno raccolto informazioni sugli stili di vita e le abitudini delle persone da studiare, cercando di capire anche la loro igiene orale.

Ebbene, dai diversi studi confrontati, è emerso che, il rischio di malattie cardiovascolari erano correlati anche a problemi del cavo orale, in particolare alla parodontite, malattia gengivale che, se non curate, possono portare anche alla perdita dei denti.

E proprio la perdita dei denti, spiega in un commento all’ANSA il Presidente eletto della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia Luca Landi, “è correlata a patologie cardiovascolari, cosa che è in linea con tutte le evidenze che vedono nella perdita dei denti un decadimento delle condizioni di salute e di benessere delle persone”. L’idea di fondo è che l’infiammazione e i patogeni presenti nel cavo orale – e in particolare i batteri che si annidano nella tasca gengivale – possano trasmettersi al resto dell’organismo, e quindi anche attraverso il circolo sanguigno. Nello studio si è visto che l’igiene orale può avere un impatto su questa situazione, infatti, è emerso che per chi si lavava i denti tre o più volte al dì il rischio di ammalarsi di fibrillazione atriale era ridotto del 10% mentre quello di ammalarsi di insufficienza cardiaca era diminuito del 12%.

In futuro, concludono gli epidemiologi, con studi di intervento si dovrà confermare il reale impatto dell’igiene orale sul rischio cardiaco.

Primo intervento a cuore sospeso

Pubblicato il 26 Nov 2019 alle 7:57am

E’ la prima volta che un paziente viene operato in “animazione sospesa” con la temperatura corporea abbassata al punto da mettere in standby i processi del metabolismo per dare più tempo ai chirurghi di intervenire.

La notizia è riportata dalla rivista New Scientist, gli autori dell’intervento sono dell’università del Maryland.

Il paziente in questione, aveva avuto un trauma molto grave come una ferita da arma da fuoco e aveva perso almeno metà del sangue. La tecnica eseguita è stata quella di sostituire il sangue del paziente, a cuore fermo, con una soluzione salina fredda per portare il corpo intorno ai 10 gradi di temperatura.

Questa pratica chiamata Epr (Emergency preservation and resuscitation), permette di bloccare praticamente, l’attività cellulare, evitando così dei ai danni ai tessuti derivanti dalla scarsa ossigenazione. A questo punto i medici hanno avuto due ore di tempo, per operare e al termine dell’intervento il corpo del paziente è stato riscaldato reintroducendo il sangue.