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Jamie Andrew, scozzese 47 anni, senza braccia e gambe in vetta al Cervino

Pubblicato il 12 Ago 2016 alle 9:40am

Jamie Andrew, scozzese, 47 anni, sposato padre di tre figli, al medico che nell’inverno del 1999 gli amputò gambe, all’altezza del ginocchio, e braccia dal gomito in giù, quindici giorni dopo l’operazione: «Vedrai, qui tornerò». Passarono tre anni e Jamie riuscì a raggiungere la vetta del Mont Maudit dal rifugio Cosmiques sul Monte Bianco, versante francese. L’impossibile» per lui non esiste.

«Aspetto la fine, ma la morte non arriva», scrive Andrew nel libro «Life and limb» nel 2004. A fine gennaio del 1999 resta bloccato per cinque notti nella «brèche» della parete Nord de Les Droites, Monte Bianco, versante di Chamonix. È insieme a un amico, Jamie Fisher, compagno di cordata riusce a scampare alla morte ma perde parte degli arti. I due riescono a salire mille metri di ghiaccio e roccia e comincia anche a nevicare. Si fermano. Arrivati quasi in vetta, a 4.000 metri di quota, cercano riparo nella piccola cengia, la «brèche».

Putroppo, però, arriva la bufera di neve, oltre mezzo metro, temperature a meno 30. Fisher muore, a causa del freddo l’ultima notte, Andrew, si sveglia tra le braccia dei soccorsi arrivati in elicottero, ma non sente più braccia e gambe. E’ cosciente e il dottor Emmanuel Cauchy, specialista in congelamenti dell’ospedale di Chamonix, gli annuncia che deve tagliare gli arti perché l’infezione è già in corso. Jamie Andrew pochi mesi dopo riesce add essere indipendente, a guidare l’auto. La montagna resta però il suo chiodo fisso: la verticalità, il vuoto fanno parte del suo lavoro perché la sua azienda è specializzata in strutture di sicurezza su grattacieli, ponti, piattaforme. Forma anche un’associazione per coloro che hanno perso gli arti: «La vita vale più di mani e piedi». Nel 2004 è in vetta al Kilimangiaro, 5.885 metri.

E ora un nuovo record. Ma una settimana fa, sorridente, ha calcato con i suoi scarponi, calzati sulle protesi in fibra, la vetta del Cervino, 4.478 metri di altezza. Era legato a due guide dell’International School of Mountaineering, ma la fatica dell’arrampicata, la salita sulle corde fisse, la neve pestata, l’equilibrio sui passaggi aerei sono tutti merito suo: “Alla fine, scalare la montagna è stata la parte più semplice — ha raccontato al quotidiano The Guardian — Ben più difficile è stato tutto l’innesto delle protesi e la preparazione e i tentativi e gli errori”.

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