inquinamento

Economia circolare e rifiuti elettronici da smaltire. Italia in fondo alla lista

Pubblicato il 12 Lug 2020 alle 7:00am

Sono 53.6 milioni di immondizia elettronica prodotta solo lo scorso anno nel mondo, pari a 350 transatlantici messi in fila. In cinque anni la mole di oggetti con parti elettroniche, con o senza batterie, è salita al 21% ed è destinata ad aumentare nei prossimi anni, se non si corre subito ai ripari, con conseguenze anche irreparabili per la salute pubblica e ambientale. Gli italiani posseggono dai 15 ai 20 chili di rifiuti elettronici a testa, un vero e proprio record. (altro…)

Le prime mascherine chirurgiche in cotone certificate dall’ISS sono italiane e venete

Pubblicato il 08 Giu 2020 alle 6:36am

Un team di donne guidate dall’imprenditrice veneta, Laura Pilotto, ha prodotto mascherine chirurgiche, lavabili ed idrorepellenti, in grado di proteggere dalla maggior parte dei virus e batteri, ovvero con un coefficiente BFE (Efficienza di Filtrazione Batterica) pari al 99%. Da pochi giorni l’Istituto Superiore di Sanità ha anche confermato la idoneità e innovatività delle mascherine chirurgiche lavabili prodotte da Ninfea Srl alla normativa tecnica e ai requisiti obbligatori richiesti (Norme UNI). Un’importante riconoscimento per la loro sicurezza di protezione. Un importante risultato per l’azienda, ma anche per l’ambiente, l’Italia intera e tutti quanti noi.

L’ “UNEP Frontiers Report-Emerging Issues of Environmental Concern”, il Rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha inserito già da alcuni anni l’inquinamento da microplastiche negli oceani tra le sei minacce ambientali più emergenti e distruttive del mondo. Viene stimato che ogni anno finiscano nei nostri mari ed oceani 8 milioni di tonnellate di plastica e, secondo stime fatte dalle Nazioni Unite, se non si interviene subito per il 2050 in mare ci sarà più plastica che pesce da mangiare.

Se a questi quantitativi si vanno ad aggiungere gli enormi volumi di mascherine e guanti monouso prodotti e in produzione in tutto il mondo il disastro ambientale è già annunciato. Infatti un po’ per il vento, un po’ per l’uomo finiscono in acqua e per terra.

Inquinamento web: 3,6 tonnellate di CO2 solo dai siti Min. Ambiente e Ass. Ambientaliste

Pubblicato il 04 Giu 2020 alle 2:20pm

Anche un sito web inquina in base a come viene disegnato e gestito: la Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno), diventa quindi occasione per un uso più eco-responsabile della rete. Un dato fotografa quanto Internet incida sull’inquinamento: la somma della CO2 prodotta dai siti del Ministero dell’Ambiente, del WWF e delle maggiori associazioni ambientaliste è di 3,64 tonnellate. (altro…)

Riduzione delle emissioni inquinanti: unico lato positivo del Coronavirus?

Pubblicato il 25 Mar 2020 alle 7:12am

Quale è l’effetto collaterale che questo virus sta apportando al nostro Pianeta oltre che quello alle nostre vite?

Qualcosa sembra essere cambiato. Forse nel gran caos generato da questa pandemia riusciamo a scorgere un piccolo lato positivo: l’abbassamento dell’emissione di CO2 nell’atmosfera dando così un po’ di respiro all’ambiente. Le restrizioni adottate a discapito dell’uomo sembrano giovare al nostro Pianeta.

Primi risultati li abbiamo visti in Cina, focolaio iniziale del coronavirus, dove sono state adottate per prime le misure restrittive, le emissioni sono calate di almeno 200 milioni di tonnellate tagliando così di un quarto le emissioni rispetto allo stesso periodo nello scorso anno. Nel 2019 la Cina ha rilasciato circa 800 milioni di tonnellate di CO2 come apprendiamo da un analisi fatta dal “Centre for Research on Energy and Clean Air” (Crea), in Finlandia, e pubblicata sul sito web Carbon Brief.org.

Questo perché le misure adottate hanno fatto calare sensibilmente le attività industriali, tra il 15% e 40% riducendo così la produzione di energia di carbone, il traffico stradale, facendo diminuire drasticamente il diossido di azoto gas inquinante e il trasporto aereo, “responsabili del 17% delle emissioni totali di CO2” così come analizzato dal Crea.

In Italia stiamo vivendo qualcosa di simile. L’Agenzia Spaziale Europea ci dice che le emissioni di biossido di azoto sono calate sensibilmente soprattutto nel nord Italia dove questa pandemia sta facendo più vittime. La minore emissione di sostanze inquinanti e di CO2 è dovuta principalmente dalla chiusura delle scuole e quindi dei riscaldamenti, delle aziende, e dalla riduzione traffico aereo e veicolare portando così a un totale di ben 428.000 tonnellate in meno solo per le regioni della Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Numero in crescita visto le restrizioni adottate in tutto il paese. Tutto questo sembra essere l’unica nota positiva a cui guardare in questi giorni così difficili per la nostra Nazione, le acque dei nostri fiumi e dei nostri mari sembrano più limpide, lo abbiamo visto a Venezia che in assenza di scarichi dovuto all’inquinamento non vedeva un acqua così trasparente da decine di anni. Quasi come se la Terra se ne stesse approfittando per prendere un po’ di respiro. Ma realmente è così?

Molti analisti sembrano sostenere il contrario, Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha avvertito che anche se ci sono dati evidenti del calo delle emissioni gas serra temporaneo, questo non risolve il problema anzi lo peggiora. La pandemia e il consumo di energie che ne comporta da ogni settore, potrebbe distrarci dal problema ancora evidente del cambiamento climatico e così addirittura, come sostiene l’analista del Crea Lauri Myllyvirt, annullarsi quando l’emergenza sarà passata se non aumentare per la reazione di ripresa dalla crisi economica e la concentrazione delle risorse destinate per l’ambiente al lavoro di ricostruzione del Paese.

La soluzione appresa in questi giorni, secondo gli esperti, è che lo “smart working” ovvero il lavoro da casa potrebbe essere un modello da seguire, visto che si andrebbero ad abbattere sensibilmente le emissioni di CO2 senza dover prendere le auto o i mezzi di trasporto. Una cosa è certa, lato positivo o meno, tutto questo deve servici da insegnamento che se prese le misure politiche adeguate, cambiando il nostro comportamento in maniera radicale, qualcosa per il nostro Pianeta può essere realmente fatto. Se abbiamo apportato misure drastiche per la sopravvivenza dell’uomo perché non farlo per l’ambiente in cui noi stessi viviamo?

di Francesca Curri

Salute, esiste un legame tra Pfas, sostanze chimiche presenti in vernici e farmaci, con le malattie vascolari

Pubblicato il 28 Gen 2020 alle 7:40am

Esiste un legame tra inquinamento da Pfas, sostanze chimiche presenti in vernici, farmaci, presidi medici, e malattie cardiovascolari. Una ricerca italiana ha scoperto che questi inquinanti possono attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione e predisponendo a un aumento del rischio cardiovascolare. La ricerca è stata condotta dall’università di Padova sotto la guida di Carlo Foresta, ordinario di endocrinologia, con i gruppi di Luca De Toni e Andrea Di Nisio. (altro…)

Moda, consumatori più attenti verso ambiente anche per i grandi marchi

Pubblicato il 23 Gen 2019 alle 7:27am

I consumatori italiani diventano sempre più consapevoli, anche nel settore dell’abbigliamento e della moda. Secondo il portale di dati Statista si stima infatti in un valore di mercato di ben 42 miliardi di dollari nel 2020. I grandi brand devono mettere in conto, da parte di chi compra, l’occhio sempre più vigile e attento su diversi aspetti: materie prime, ambiente, salute, condizioni dei lavoratori.

Lo rivela un sondaggio condotto da Ipsos MORI per conto di Changing Markets Foundation e Campagna Abiti Puliti, che ha evidenziato che solo due Italiani su dieci (22%) ritengono che l’industria informi adeguatamente i consumatori riguardo all’impatto produttivo sull’ambiente e sulla popolazione e otto su dieci (82%) ritengono che i marchi debbano fornire informazioni più dettagliate su obblighi assunti e misure adottate contro l’inquinamento atmosferico e ambientale.

Secondo il sondaggio, inoltre, due Italiani su tre (64%) dichiarano di non essere disposti a comprare articoli di abbigliamento da marchi la cui produzione è associata all’inquinamento e addirittura il 72% (i tre quarti degli Italiani) pensa che i marchi di abbigliamento debbano assumersi la responsabilità di ciò che avviene nelle loro catene di produzione e distribuzione e garantire che i loro articoli siano prodotti in maniera ecosostenibile. E per quello che riguarda le condizioni di lavoro, di salario, ben otto italiani su dieci (78%) considera importante che i marchi dell’abbigliamento dichiarino in maniera trasparente se i dipendenti che lavorano nelle proprie filiere ricevono un salario dignitoso e il 58% sostiene che non comprerebbe mai prodotti da un marchio che non paga i giusti compensi ai propri lavoratori.

“Si tratta dell’indagine di mercato più approfondita mai realizzata relativa alla percezione da parte dei consumatori degli standard ambientali e lavorativi nell’industria dell’abbigliamento. L’indagine rivela che i consumatori si aspettano che i marchi si assumano la responsabilità di ciò che avviene all’interno delle proprie filiere e chiedono maggiore trasparenza sia per quanto riguarda le condizioni di lavoro sia per il rispetto dell’ambiente. I risultati dell’indagine puntano tutti verso un netto cambiamento di mentalità da parte dei consumatori i quali chiedono una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’industria e più informazioni” dichiara Urska Trunk della Changing Markets Foundation.

Sono sempre più numerosi gli appelli rivolti all’industria della moda italiana affinché adotti processi produttivi più responsabili. Nonostante l’alto valore di mercato del settore, le rivelazioni fatte dalla Clean Clothes Campaign relative alle misere condizioni di lavoro nelle fabbriche in Albania e Macedonia, dove vengono prodotte le calzature cosiddette “Made in Italy” per i marchi di lusso, e i risultati non soddisfacenti delle analisi di “internal auditing” relative alle condizioni di lavoro, hanno causato un danno di immagine e hanno condotto l’opinione pubblica a fare pressione affinché questa situazione cambi.

In linea generale i marchi del lusso elencati nel sondaggio non sono considerati migliori dei marchi più economici o dei rivenditori al dettaglio. Il sondaggio ha infatti messo in luce alcuni dettagli fondamentali, relativi ai brand del lusso. Per esempio, il 10% degli Italiani associa il marchio Gucci a una filiera ecosostenibile, contro il 13% di Zara e il 17% di H&M. Ricerche condotte dalla Clean Clothes Campaign tra l’altro rivelano come Gucci si rifornisca in diversi Paesi dove sussistono sfruttamento delle condizioni lavorative, come nel caso della Serbia.

La viscosa, poi, è una fibra vegetale che sta diventando un’alternativa sempre più diffusa al cotone o ai prodotti sintetici. Ma la produzione della viscosa necessita di sostanze chimiche tossiche che hanno effetti nocivi documentati sull’ambiente e sulla salute delle persone se non debitamente controllate. Più di 303.000 consumatori dell’UE hanno firmato una petizione lanciata da WeMove per chiedere all’industria dell’abbigliamento di impegnarsi nella produzione di viscosa pulita.

Moda sostenibile, il lato oscuro del fashion in un film virtuale di Francesco Carrozzini

Pubblicato il 01 Set 2018 alle 6:44am

Veleni nei corsi d’acqua, utilizzo di prodotti chimici tossici, tessuti degli abiti smessi che invadono le discariche, non tutti sanno che la moda e’ la seconda fonte di inquinamento al mondo dopo il petrolio. (altro…)

Solo il 13% degli oceani è incontaminato

Pubblicato il 31 Lug 2018 alle 9:04am

Nel mondo, solo il 13% degli oceani e mari è incontaminato. A dirlo è uno studio guidato dall’università del Queensland pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology, che ha preso in esame le aree marine prive di impatti umani significativi come la pesca e il trasporto marittimo. (altro…)

Arrivano i Pioppi mangia farmaci

Pubblicato il 05 Giu 2018 alle 6:40am

Sono in arrivo le prime piante in grado di nutrirsi di farmaci, assorbirli e accumularli nelle proprie radici: pioppi che hanno acquisito tale capacità grazie ad un processo di selezione tradizionale che in futuro potrebbe consentire loro di essere utilizzati all’uscita degli impianti di depurazione.

Il loro utilizzo è infatti stato descritto in modo dettagliato nella rivista scientifica Science of The Total Environment, e il loro risultato è dovuto anche ad una collaborazione, ricerca coordinata dall’Italia, con l’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e il Centro tedesco Helmoltz di Monaco.

Le piante modificate sono in grado di assorbire i farmaci dispersi nelle acque reflue dei centri urbani. Sono della specie, pioppi bianchi della varietà Populus alba clone Villafranca, già noti per la capacità di accumulare metalli pesanti e sostanze organiche estranee agli organismi (xenobiotici) presenti nel suolo e nelle acque. La ricerca appena pubblicata ha avuto la possibilità di poter valutare la capacità di queste piante di poter assorbire, trasformare e accumulare nelle radici sostanze inquinanti di origine farmaceutica, come il principio attivo diclofenac presente in molti farmaci anti-infiammatori non steroidei, e pertanto, nelle acque reflue urbane.

Lanciata sentinella dell’inquinamento, prima al mondo con mappa nell’atmosfera

Pubblicato il 14 Ott 2017 alle 9:27am

Lanciato dalla base russa di Plesetsk il satellite Sentinel 5P, il primo al mondo per fornire una mappa completa di tutti gli inquinanti presenti nell’atmosfera, e in grado di individuarne l’origine. (altro…)