linee guida

Covid 19 e ritorno a scuola, tra certificati e tamponi, linee guida

Pubblicato il 27 Set 2020 alle 8:49am

La circolare sulla ‘Riapertura delle scuole. Attestati di guarigione da COVID-19 o da patologia diversa da COVID-19 per alunni o personale scolastico con sospetta infezione da SARS-CoV-2′, porta la firma del Direttore generale del ministero della Salute Gianni Rezza, e riassume i criteri previsti per il rientro a scuola di alunni e personale docente e non docente in caso di Covid o di altra patologia. La circolare, ebbene, inviata ad una cinquantina di soggetti interessati fra ministeri enti e Federazioni, prevedendo ben 4 tipologie di intervento:

1) ALUNNO OD OPERATORE SCOLASTICO POSITIVO AL TEST DIAGNOSTICO PER SARS-COV-2. Se il test risulta positivo, si notifica il caso e si avvia la ricerca dei contatti e si indicano le azioni di sanificazione straordinaria della struttura scolastica nella sua parte interessata. Per il rientro in comunità bisognerà attendere la guarigione secondo i criteri vigenti. Attualmente le indicazioni scientifiche prevedono l’effettuazione di due tamponi (test di biologia molecolare) a distanza di 24 ore l’uno dall’ altro con un contestuale doppio negativo, cui potrà conseguire la conclusione dell’isolamento e l’inserimento in comunità. L’ alunno o operatore scolastico rientrerà a scuola con attestazione di avvenuta guarigione e nulla osta all’ingresso o rientro in comunità.

2)ALUNNO OD OPERATORE SCOLASTICO NEGATIVO AL TEST DIAGNOSTICO PER SARS-COV-2. Se il test diagnostico è negativo, in paziente sospetto per infezione da SARS-CoV-2, secondo sua precisa valutazione medica, il pediatra o il medico curante, valuta il percorso clinico/diagnostico più appropriato (eventuale ripetizione del test) e comunque l’opportunità dell’ingresso a scuola. In caso di diagnosi di patologia diversa da COVID-19, la persona rimarrà a casa fino a guarigione clinica.

3)ALUNNO OD OPERATORE SCOLASTICO CONVIVENTE DI UN CASO ACCERTATO. Si sottolinea che qualora un alunno o un operatore scolastico fosse convivente di un caso, esso, su valutazione del Dipartimento di prevenzione, sarà considerato contatto stretto e posto in quarantena. Eventuali suoi contatti stretti (esempio compagni di classe dell’alunno in quarantena), non necessitano di quarantena, a meno di successive valutazioni del Dipartimento di Prevenzione in seguito a positività di eventuali test diagnostici sul contatto stretto convivente di un caso.

4)ATTESTAZIONE DI NULLA OSTA ALL’ INGRESSO O RIENTRO IN COMUNITÀ DOPO ASSENZA PER MALATTIA In caso di test diagnostico per Sars-cov-2 con esito positivo, dopo aver preso in carico il paziente ed aver predisposto il corretto percorso diagnostico/terapeutico si predispone, dopo la conferma di avvenuta guarigione, con l’effettuazione di due tamponi a distanza di 24 ore l’uno dall’ altro risultati negativi, “Attestazione di nulla osta all’ ingresso o al rientro in comunità”. In caso di patologie diverse da COVID-19, con tampone negativo, il soggetto rimarrà a casa fino a guarigione clinica seguendo le indicazioni e si redigerà una attestazione che l’alunno o operatore scolastico può rientrare a scuola poiché è stato seguito il percorso diagnostico-terapeutico e di prevenzione per COVID-19 come disposto da documenti nazionali e regionali.

Scuola, da settembre l’educazione civica sarà obbligatoria dai tre anni alla maturità: ecco le linee guida

Pubblicato il 29 Giu 2020 alle 3:06pm

A partire dall’anno scolastico 2020/2021, a partire dalle scuole dell’infanzia, dovranno essere dedicate almeno 33 ore di lezione a Costituzione, sviluppo sostenibile e cittadinanza digitale, e studenti e studentesse affronteranno anche il tema dell’educazione ambientale e alla salute. (altro…)

Scuola, si riparte il 14 settembre, ecco come

Pubblicato il 26 Giu 2020 alle 6:38pm

“Le scuole riapriranno il 14 settembre in piena sicurezza“, l’annuncio di poche ore fa del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, affiancato in conferenza stampa dal ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina. Nel corso dell’incontro con la stampa sono state presentate le linee guida per la ripartenza dell’anno scolastico 2020.

“Chiudere le scuole è stata una scelta sofferta – ha affermato Conte – ma alla fine è stata la soluzione che ha garantito maggiore sicurezza ai nostri figli e a tutti i familiari che convivono con loro. La didattica a distanza ci ha permesso di andare avanti con la formazione, ma siamo consapevoli che è stata una situazione di necessità. Non eravamo preparati per affrontarla con la massima efficacia ed efficienza e siamo consapevoli degli sforzi imposti alle famiglie. La scuola è al centro dell’azione di Governo e continueremo ad investire sempre più“.

Il ministro Azzolina ha poi presentato le linee guida per la riapertura, condivise con il mondo della Scuola, le forze sociali e gli Enti Locali e che saranno immediatamente operative. Un miliardo di euro in più a favore del settore, oltre ai 4,6 miliardi stanziati da gennaio ad oggi.

Gli studenti che dovranno recuperare o potenziare inizieranno già dal 1° settembre, mentre la riapertura ufficiale è prevista per il 14. Le scuole dovranno essere igienizzate, si dovrà mantenere il metro di distanziamento grazie anche ad ingressi scaglionati. Il personale scolastico formato attraverso i webinar così come le famiglie e gli studenti. Si lavorerà sull’edilizia scolastica, anche grazie al contributo degli Enti Locali, e verranno recuperati edifici dismessi.

“A settembre la scuola deve essere più inclusiva – ha evidenziato la Azzolina – e si potrà fare scuola anche nei cinema, nei teatri, nelle biblioteche per far respirare cultura ai nostri studenti. Abbiamo bisogno di più spazi ma anche di più docenti e personale non docente. Possiamo assumere fino a 50mila persone tra docenti e personale ATA a tempo determinato, in più rispetto al solito organico di fatto e di diritto. Questa estate assumeremo a tempo indeterminato sulla base dei pensionamenti che ci saranno. A luglio gli stipendi del personale docente cresceranno tra gli 80 e i 100 euro“.

Parto in casa: trend in aumento durante il coronavirus. Ecco cosa ne pensa la SIN

Pubblicato il 07 Giu 2020 alle 6:16am

Negli ultimi anni, tra le donne con gravidanza fisiologica considerata a basso rischio, emerge la volontà, sempre più, di voler partorire in casa. Questa tendenza, che in Italia si stima essere intorno allo 0.05-0.1%, sembra essersi incrementata negli ultimi mesi dalla volontà di evitare gli ospedali, per effetto della pandemia da Covid-19 in corso.

“L’ospedale è sempre il posto più sicuro dove partorire” sottolinea il Prof. Fabio Mosca, Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN) in occasione della Giornata Internazionale del Parto in casa, che ricade il 6 giugno. “Anche in tempo di coronavirus, i nostri punti nascita sono più che mai protetti, con personale dedicato e percorsi separati per accettazione ostetrica, sale parto, puerperio e nido”.

Un parto in ambiente extraospedaliero o a domicilio può al contrario rivelarsi potenzialmente pericoloso, se non vengono adottate misure organizzative e criteri clinici di selezione delle gravide appropriati.

I dati della letteratura relativi al parto in casa pianificato negli USA, ad esempio, riportano l’associazione con un significativo aumentato rischio di morte e di morbilità neonatale. Il tasso di mortalità nel parto a domicilio rispetto al parto in ospedale è di 1.26 vs 0.32/1000 nati, mentre la probabilità di un indice di Apgar uguale a zero a 5 minuti è di 1.63 vs 0.09/1000 nati. In caso di complicazioni improvvise e non prevedibili per madre o figlio, l’assistenza che si può fornire a casa è ovviamente di qualità inferiore rispetto a quella che è possibile dare in un punto nascita. A conferma di ciò, una ricerca inglese dimostra come più del 10% di tutti i parti pianificati a casa vengono poi espletati in ospedale per sopraggiunte complicanze materno-fetali e che per le primigravide ciò avviene fino al 45% dei casi.

“Nel caso dovesse essere necessario un trasferimento in ospedale, in molte realtà italiane questo potrebbe non avvenire nei giusti tempi, soprattutto in un periodo di emergenza come quello che stiamo attraversando, poiché potrebbe essere aggravato anche da una minore disponibilità di ambulanze” continua lo specialista, prof. Fabio Mosca.

Ci sono diversi motivi che spingono alla scelta del parto in casa. Tra questi una visione più olistica della gravidanza, un desiderio di avere maggiore padronanza del proprio corpo senza il condizionamento di interferenze mediche, la volontà di decidere autonomamente di partorire in un ambiente più intimo e confortevole, ragioni culturali o religiose e adesso il timore del contagio.

Per la SIN, che comprende queste ragioni, la strada più sicura e corretta è certamente quella della nascita negli ospedali, favorendo setting organizzativi e strutturali attenti alla fisiologia e pronti ad intervenire in caso di urgenza, anche implementando le recenti “Linee di indirizzo per la definizione e l’organizzazione dell’assistenza in autonomia da parte delle ostetriche alle gravidanze a basso rischio (BRO)”.

La cura del neonato deve essere comunque affidata esclusivamente al pediatra/neonatologo, il quale dovrà coordinare i professionisti sanitari formati per l’assistenza al neonato, al fine di tutelarne la salute.

Nei primi giorni di vita, proprio per evitare che possano sfuggire problematiche inizialmente poco evidenti, il neonato viene sottoposto ad una serie di screening e di valutazioni cliniche (screening metabolico allargato, lo screening per le cardiopatie congenite, lo screening audiologico, il test del riflesso rosso, la valutazione ed il monitoraggio dell’iperbilirubinemia e ipoglicemia, calo ponderale, ecc.) che proseguono durante la degenza e che permettono di dimetterlo in sicurezza, con un percorso organizzativo fondato sull’umanizzazione delle cure che presta particolare attenzione alla promozione dell’allattamento al seno, a favorire il legame mamma-neonato, al rooming-in. Molte di queste attività appaiono molto difficili, se non impossibili, da attuare a domicilio. Se la volontà di una mamma è, comunque, quella di partorire in casa, per affrontare la nascita nelle condizioni di maggiore sicurezza possibile, occorre che entrambi i genitori siano sempre adeguatamente informati dei potenziali rischi e delle limitazioni di questa tipologia di parto e che lo si pianifichi tenendo conto delle caratteristiche compatibili con una nascita a basso rischio.

Secondo la maggior parte delle linee guida internazionali i criteri di selezione per le candidate al parto in casa includono: l’assenza di malattie materne preesistenti, l’assenza di malattie significative nel corso della gravidanza, età materna non > di 35 anni, feto singolo, presentazione cefalica e assenza di distocie fetali ed età gestazionale compresa tra 37 e 41 settimane in donna pluripara. La presentazione anomala, la gestazione multipla o un precedente parto mediante taglio cesareo sono considerate controindicazioni assolute al parto in casa, così come stabilito da “The American College of Obstetricians and Gynecologists Committee on Obstetric Practice.”

A queste indicazioni si vanno ad aggiungere poi, linee guida recentemente aggiornate dell’American Academy of Pediatrics (AAP), che raccomandano a coloro che programmano un parto in casa di considerare alcuni criteri: una gravidanza a basso rischio; disponibilità di personale certificato in assistenza alla nascita, di cui almeno uno con un’adeguata formazione e le attrezzature necessarie alla rianimazione del bambino; disponibilità di una rete prestabilita di soccorso urgente in caso di trasferimento in ospedale; garanzia che l’assistenza ai bambini nati a casa sia coerente con quella prevista per i bambini nati in una struttura medica (Pediatrics 2020. Doi: 10.1542/peds.2020-0626).

In conclusione, per garantire che il parto a domicilio non determini rischi inutili ed inaccettabili per mamma e neonato, è necessario che vengano rispettati alcuni fondamentali requisiti di sicurezza. Occorre la corretta identificazione dei fattori di rischio assoluto, per i quali è ben dimostrato un aumento della mortalità, e che controindicano il parto a casa.

Il parto a domicilio deve essere parte di un sistema di assistenza alla gravidanza e al parto ben integrato con le strutture ospedaliere, come avviene ad esempio nel Regno Unito e in Olanda. In questi paesi le ostetriche sono integrate nei servizi di maternità, hanno elevate skills, anche in termini di numero di parti assistiti e devono garantire un training e standard professionali certificati. Il parto a domicilio deve inserirsi in un network ben organizzato ed integrato con i centri ospedalieri che, come nel Regno Unito, prevedono che in caso di parto a domicilio l’ospedale limitrofo venga pre-allertato e che ci sia un canale preferenziale e diretto di comunicazione. Deve, infine, essere previsto un sistema di trasporto di emergenza materno (STAM) e neonatale (STEN) efficiente e il domicilio dove avviene il parto non deve essere lontano dall’ospedale.

In Italia, i requisiti di sicurezza soprariportati, derivati dall’analisi della letteratura scientifica internazionale, sono raramente presenti e rendono quindi il parto in casa una pratica potenzialmente più a rischio del parto in ospedale.

Photo credit mamma.robadadonne.it

Grassi saturi, linee guida dell’Oms, tutte da rifare secondo un gruppo di ricercatori

Pubblicato il 14 Lug 2019 alle 6:04am

Nel 2018 l’Oms ha reso nota una bozza delle nuove linee guida sui grassi saturi (trans e non), nelle quali sosteneva di puntare a un sostanziale abbassamento di entrambe le categorie nella dieta, e a una loro sostituzione sempre più crescente con gli acidi grassi mono e polinsaturi. Ora però un commento pubblicato sul British Medical Journal da nutrizionisti di tutto il mondo attacca con decisione quella bozza, accusandola di essere frutto di un approccio datato e superato, che prenderebbe di mira una sola classe di nutrienti, come se l’alimentazione potesse essere scomposta in fattori unici, come si pensava di poter fare anni addietro, addirittura nei Cinquanta.

Gli esperti accusano infatti l’Oms di aver considerato solo alcuni studi e non altri, e di aver trascurato i benefici di intere categorie di alimenti che contengono acidi grassi saturi, ma anche molti altri componenti essenziali, che al contrario andrebbero persi.

Gli autori fanno alcuni esempi di acidi grassi saturi teoricamente da condannare: lo stearico nel cioccolato fondente, il palmitico nella carne e l’eptadecanoico nei derivati del latte. I quali hanno effetti fisiologici completamente differenti e influenzati dalla matrice in cui si trovano.

Dal punto di vista degli effetti sulla salute di una riduzione degli acidi grassi saturi, secondo gli autori i dati sarebbero tutt’altro che conclusivi e, proprio per questa la complessità della materia, si presterebbero a interpretazioni molto diverse.

Il consiglio definito quindi, è quello di riscrivere le linee guida con un approccio molto più moderno, analizzando ogni singolo acido grasso e, alimento che lo contiene, per evitare che si creino mode come quella delle margarine, nate con l’idea di sostituire alcuni grassi saturi e risultate poi piene di altri elementi ancora peggiori dal punto di vista nutrizionale.

Linee guida Oms per prevenire la demenza

Pubblicato il 17 Mag 2019 alle 10:00am

L’Oms ha appena pubblicato le prime linee guida con le indicazioni per prevenire l’insorgenza delle demenze, che secondo gli esperti costano l’1,1% del Pil globale.

Le persone possono ridurre il rischio di demenza con l’esercizio regolare, affermano le linee guida degli esperti, evitando di fumare e di bere alcol, tenendo sotto controllo peso, pressione, colesterolo e glicemia, mentre non ci sono sufficienti evidenze che evidenziano come l’utilizzo di supplementi, come quelli di vitamine B ed E, possano avere un effetto benefico. “Nei prossimi 30 anni il numero di persone con demenza potrebbe triplicare – afferma il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus -. Dobbiamo fare tutto il possibile per ridurre il rischio. Le evidenze scientifiche raccolte da queste linee guida confermano ciò che sospettavamo da qualche tempo, cioè che ciò che è buono per il cuore è buono anche per il cervello”.

Oggi si stima che ogni anno nel mondo ci siano 10 milioni di nuove diagnosi di demenza, con il numero totale che raggiungerà i 152 milioni nel 2050. Alla riduzione dei fattori di rischio, sottolinea l’Organizzazione Mondiale della sanità, devono poi seguire anche altri azioni, come il rafforzamento della raccolta dei dati agli interventi su diagnosi, trattamenti e assistenza al supporto delle persone con la malattia a una maggiore ricerca e innovazione sul tema. La malattia è uno dei principali fattori di disabilità negli anziani, e il suo costo per la società potrebbe crescere fino a duemila miliardi di dollari l’anno nel 2030.

Come difendersi dal caldo estivo

Pubblicato il 25 Giu 2018 alle 7:51am

L’estate è finalmente arrivata, ma con essa anche l’afa estiva, e le diverse problematiche che possono interessare bambini e anziani, soprattutto nelle ore di punta, in città. (altro…)

Disfunzione erettile, le linee guida da parte degli esperti

Pubblicato il 24 Mag 2018 alle 7:55am

La disfunzione erettile è un problema particolarmente delicato di cui tanti uomini preferiscono non parlare per imbarazzo a partner e specialista. Infatti, il 43% di essi, dopo 3 anni dall’insorgenza del disturbo, tace e preferisce non fare alcuna visita medica. Al punto che, più del 40% non si confida neanche con la propria partner. (altro…)

Giornata Mondiale della Celiachia, in Europa l’80% dei casi non è ancora diagnosticato. E si tratta soprattutto di bambini

Pubblicato il 16 Mag 2018 alle 10:30am

La Celiachia è una malattia cronica legata all’alimentazione.

E’ la più diffusa tra i bambini in Italia e in Europa. Tuttavia gli esperti ritengono che in Europa oltre l’80% dei casi non sia ancora giunto ad una diagnosi. Con una prevalenza in continua crescita.

Condizione questa non diagnosticata che espone la popolazione al rischio di sviluppare problemi di salute e complicanze. In Italia i pazienti diagnosticati sono soltanto 200.000 – di cui solo 21.277 sono i bambini diagnosticati fino ai 10 anni -, quando si prevedono almeno 600.000 celiaci. A rilevarlo è l’Aic, Associazione italiana celiachia, in occasione della Giornata Mondiale della Celiachia che si celebra oggi 16 maggio.

La malattia come terapia prevede una rigorosa dieta a base di alimenti privi di glutine. Ma il tempo medio di attesa della diagnosi può aspettare anche otto anni a livello europeo, mentre in Italia sono 6 gli anni di accesso all’Ssn prima di sapere di essere celiaci.

La patologia può presentarsi a qualsiasi età, compreso lo svezzamento, quando viene introdotto il glutine, nell’infanzia e nell’adolescenza.

Caterina Pilo, direttore generale Aic dichiara “In particolare nei bambini, è essenziale la diagnosi precoce, per tutelare il processo di crescita e lo sviluppo, gestendo nel migliore dei modi i sintomi. Se la celiachia non viene diagnosticata, i piccoli possono incorrere in severe complicanze, tra cui perdita di peso, problemi nella crescita, ritardo della pubertà, stanchezza cronica e osteoporosi”.

Per rispondere al problema delle diagnosi nascoste, gli esperti e le associazioni di pazienti di tutta Europa sono impegnati a sensibilizzare per la diffusione di linee guida per migliorare la performance di diagnosi nei bambini. In Italia l’Associazione pazienti ha contribuito alla diffusione del “Protocollo per la diagnosi e il follow up della celiachia”, che prevede, tra l’altro, particolari linee guida per la diagnosi nei bambini e negli adolescenti.

Medicina Estetica: il 30% dei pazienti non è soddisfatto. In arrivo linee guida europee

Pubblicato il 26 Nov 2017 alle 10:35am

In occasione del Congresso Internazionale ICAMP 2017 in corso al NH Hotel di Assago (MI), in collegamento per le parti live dai laboratori del Centro Humanitas University di Rozzano (MI), a cui prendono parte circa 500 specialisti, provenienti anche dall’estero, è nato un accordo speciale con l’Università di Camerino, che ha collaborato alla preparazione del programma della due giorni di lavori. (altro…)