nuove cure

Artrite reumatoide, nuovi approcci di cura

Pubblicato il 09 Giu 2020 alle 7:16am

«In questi ultimi anni l’approccio terapeutico alla malattia è cambiato radicalmente», spiega Lorenzo Dagna, primario dell’unità di immunologia, reumatologia, allergologia e malattie rare all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. «Se in passato l’infiammazione veniva trattata in maniera progressiva, ricorrendo a farmaci via via più forti in caso di peggioramento dei sintomi, ora l’indicazione è di aggredirla fin dalle fasi più precoci. Studi scientifici recenti dimostrano infatti che, se interveniamo in maniera decisiva entro i primi tre-sei mesi, possiamo cambiare nettamente il decorso della malattia. Possiamo spegnerla subito o metterla a tacere per un tempo più lungo. Una volta scomparsi i sintomi e ottenuta la remissione, si può diminuire l’intensità di cura fino a usare i farmaci al minimo dosaggio possibile».

Invalidità e deformità sono due parole destinate a scomparire dal vocabolario dei pazienti con questa patologia. «Non bisogna arrendersi all’idea di convivere con queste condizioni. Non sono più accettabili, non con gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione», sottolinea il reumatologo.

scienziati italiani, infatti, come quelli delle università di Genova e Verona, stanno unendo le forze e hanno scoperto di recente una molecola (Rna non codificante RP11-498C9.15) in grado di modulare l’espressione dei nostri geni controllando l’insorgenza e le manifestazioni cliniche dell’artrite reumatoide. «Conosciamo sempre meglio i meccanismi di attivazione della malattia che portano il sistema immunitario ad attaccare le articolazioni», ricorda Dagna.

«Abbiamo capito che i sintomi come il dolore e la rigidità non sono dovuti solo al danno articolare. Ma anche all’azione delle stesse molecole infiammatorie, che abbassano la soglia del dolore e favoriscono altre malattie come l’osteoporosi. Le cause dell’artrite reumatoide, però, sono ancora tutte da chiarire».

L’artrite reumatoide nasce dalla somma di più fattori. Una predisposizione genetica, fumo di sigaretta o infezioni del cavo orale.

Emicrania, oggi si può guarire. Cura efficace negli ospedali italiani

Pubblicato il 23 Set 2019 alle 6:56am

E’ disponibile in tutti gli ospedali italiani una nuova cura contro l’emicrania. La malattia colpisce in Italia più le donne che gli uomini. Le persone tuttavia, che ne soffrono in maniera cronica di questa patologia sono circa nove milioni, con ricadute pesanti sul lavoro dove si registrano il 14% di assenze totali.

Ad annunciare quella che è una vera e propria rivoluzione nelle cure è il direttore del Centro Regionale per le Cefalee dell’Università Sapienza presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma, Paolo Martelletti, che, in un’intervista all’ANSA ha parlato di “guarigione” per chi soffre di emicrania.

“I pazienti – indica lo specialista – con emicrania che soffrono di crisi con dolore pulsante, nausea, vomito, della durata anche di due o tre giorni e che devono stare obbligatoriamente al buio, a riposo, con disturbo agli odori, alla luce e al movimento, possono sperare oggi di guarire, e sottolineo – afferma Martelletti – guarire. Abbiamo disponibile sul territorio nazionale, nei nostri ospedali, una nuova classe farmacologica, la prima molecola utilizzabile delle quattro che saranno disponibili entro pochi mesi, che serve per curare e prevenire le crisi”.

Si tratta di anticorpi monoclonali che agiscono contro una sostanza che determina le crisi dolorose dell’emicrania, il Gene del Recettore per la Calcitonina (Cgrp) “che ha mostrato nell’uso clinico quotidiano, una evidente efficacia, unita ad un elevato profilo di sicurezza, con assenza di eventi collaterali significativi”, spiega Martelletti.

La nuova terapia farmacologica è “estremamente leggera dal punto di vista dell’impatto sulla vita quotidiana del paziente” anche per la semplicità dell’applicazione con una fiala al mese somministrata sottocute sulla coscia. “Il farmaco esprime la sua attività riducendo la normale cronicità di ogni emicranico quindi nei prossimi anni con un uso diffuso e appropriato, perché la diagnosi, avremo sempre meno pazienti con emicrania cronica e un problema sociale così importante come questo potrà essere più facilmente gestito”, dice Martelletti riferendo che il farmaco “è disponibile negli ospedali abilitati e sotto la supervisione di esperti di settore, è può essere utilmente applicato a tutti gli emicranici che hanno avuto precedenti esperienze di non efficacia con altri farmaci nella prevenzione delle crisi.

Tumore dell’ovaio, studio italiano apre la strada a nuove terapie

Pubblicato il 06 Ago 2019 alle 6:28am

Fatto un importantissimo passo in avanti contro il tumore dell’ovaio. Uno studio italiano ha scoperto che esistono “relazioni pericolose” fra tre proteine che risultano essenziali per la crescita di questa neoplasia, tra le principali cause di mortalità femminile.

Un’interazione che rende le cellule tumorali capaci di dare origine alle metastasi e di non rispondere alle corrette terapie. Una scoperta, che arriva grazie ai ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) con il sostegno dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications e che apre ora la strada a nuove terapie.

I ricercatori nel loro studio hanno scoperto che, in molti casi, la p53 mutata legandosi ad un’altra proteina chiamata YAP, uno degli interruttori generali del cancro, in una ‘liaison’ pericolosa che porta i tumori a resistere alla chemioterapia. Un ruolo importante, questo qua, che lo avrebbe anche con una terza proteina, la beta-arrestina. Grazie così, ad una serie di esperimenti condotti con cellule tumorali che derivano dal paziente, i ricercatori sono riusciti ad arrivare alla conclusione che le tre proteine insieme – beta-arrestina, p53 mutata e YAP – costituiscono una piattaforma di coordinamento per altri segnali che consentono alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il farmaco di elezione nel trattamento del carcinoma ovarico.

“Abbiamo identificato una nuova vulnerabilità delle cellule tumorali – sottolinea Gennaro Ciliberto, direttore scientifico IRE – che una volta colpita può ridurre l’aggressività delle cellule del tumore sieroso dell’ovaio e che potrebbe essere utile a progettare nuove strategie terapeutiche e prognostiche”.

Il tumore ovarico rappresenta la quinta causa di morte per tumore nelle pazienti dei Paesi sviluppati. Questa patologia colpisce ogni anno 5200 donne in Italia e poco meno di 300 mila nel mondo, e nel 75% dei casi viene diagnosticata in fase avanzata. Il nuovo studio porta alla luce un meccanismo attraverso cui le mutazioni della proteina p53 rendono più aggressivo questo tumore, creando un inaspettato sistema di comunicazione.

Leucemia, svelato meccanismo che sfugge al sistema immunitario, nuove terapie

Pubblicato il 27 Mar 2019 alle 8:25am

Le cellule della leucemia mieloide acuta possono si è scoperto che possono sfuggire al sistema immunitario di chi le ha dopo il trapianto di midollo grazie ad alcuni espedienti. Una nuova ricerca, tutta italiana, rivela infatti che è riuscita a scoprirli e può vantare nuove speranze di cura per evitare il ritorno del tumore.

La scoperta, pubblicata su Nature Medicine e Nature Communications, è stata eseguita da un gruppo di ricerca dell’Irccs, Ospedale San Raffaele di Milano. I ricercatori hanno studiato questo processo analizzando le cellule tumorali e i ‘linfociti T’ che cercano di sconfiggerle, prima e dopo la terapia.

Negli studi, realizzati grazie ai fondi offerti dall’Airc e dal ministero della Salute, i ricercatori hanno dimostrato che esistono due nuove soluzioni, trovate proprio dalle cellule del tumore per resistere, che, da un lato riducono l’espressione delle molecole HLA sulla superficie, silenziando i loro geni e nascondendosi così al ‘pattugliamento dei linfociti; dall’altro aumentano la presenza di alcuni recettori immunosoppressori che segnalano ai linfociti di frenare la loro attività fino a inattivare la risposta immunitaria. Già nel 2009 gli stessi ricercatori avevano scoperto che a volte a salvare le cellule leucemiche è una mutazione genetica del Dna, che cambia alcune molecole presenti sulla loro superficie e le rende più simili (e quindi invisibili) alle cellule del sistema immunitario trapiantato.

«Comprendere, caso per caso, quale meccanismo dà origine alla recidiva permetterà di classificare meglio i pazienti e dare loro un trattamento specifico – spiega Luca Vago, l’autore principale dello studio insieme a Chiara Bonini e Fabio Ciceri -. L’obiettivo è un approccio personalizzato alle recidive, che permetterà di migliorare gli esiti non grazie a nuove opzioni terapeutiche, ma trovando un nuovo razionale per le terapie già disponibili». Tutte queste strategie hanno già delle contromisure disponibili. In caso di mutazione genetica serve un altro trapianto di midollo con un donatore diverso. Nel caso in cui le molecole di riconoscimento HLA vengano espresse troppo poco, si può creare uno stato infiammatorio controllato e alzare così il livello di interferone nel sangue, una molecola che promuove l’espressione di queste molecole. Nel secondo caso invece, quando l’attività dei linfociti T è stata spenta dal tumore, si possono somministrare gli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci che sbloccano i freni dei linfociti T e attivano nuovamente la risposta immune.

Ipertensione: un alimento naturale può aiutare a regolarla

Pubblicato il 07 Gen 2019 alle 8:00am

Dalla spirulina arriva una nuova sostanza naturale per combattere l’ipertesione. E’ il risultato a cui è giunta di recente una ricerca condotta dal Irccs Neuromed di Pozzilli (Iss) sulla cosiddetta ‘alga azzurra’ e la sua capacità di contrastare l’ipertensione arteriosa attraverso la dilatazione dei vasi sanguigni.

Gli esperimenti, descritti sulla rivista scientifica Hypertension, condotti su arterie isolate e su modelli animali di ipertensione, rivelano che la spirulina, spesso definita ‘supercibo’ per via delle numerose proprietà benefiche che le vengono attribuite, è un cianobatterio, ovvero un batterio capace di fotosintesi.

Ebbene, questo estratto di spirulina, per i ricercatori molisani, che hanno lavorato insieme con le università di Salerno, Sapienza di Roma e Federico II di Napoli, è un peptide (una molecola composta da aminoacidi, come le proteine, ma molto piccola) che si è rivelato essere poi capace di provocare un rilassamento delle arterie e di portare a un’azione antipertensiva.

“La nostra ricerca – riferisce Albino Carrizzo, primo firmatario del lavoro scientifico – è partita sottoponendo l’estratto grezzo di spirulina alla digestione gastrointestinale simulata. In altri termini, abbiamo riprodotto ciò che accade nell’intestino umano dopo aver ingerito la sostanza. In questo modo possiamo ottenere i peptidi che poi verranno realmente assorbiti dal nostro organismo”.

Da qui si è arrivati a identificare per la prima volta la molecola denominata SP6. Somministrata a vasi sanguigni isolati, in laboratorio, la quale ha dimostrato come un’azione vasodilatatoria, abbia un effetto potenzialmente antipertensivo. Cosa che molto positiva che ha spinto i ricercatori a sperimentare il peptide in animali affetti da ipertensione, ottenendo un effettivo abbassamento della pressione arteriosa.

“Sappiamo – dice Carmine Vecchione, professore nell’Università di Salerno presso l’Irccs Neuromed – che i pazienti ipertesi hanno spesso un difetto nel naturale processo di regolazione dell’endotelio (la parete interna dei vasi sanguigni) da parte dell’ossido nitrico. La molecola da noi individuata nell’estratto di spirulina agisce in modo positivo proprio su questo meccanismo. Saranno naturalmente necessarie ulteriori ricerche, ma SP6 potrebbe rappresentare un adiuvante naturale alle comuni terapie farmacologiche per migliorare la funzione endoteliale e, quindi, combattere l’ipertensione”.

Tumore alla vescica: miglioramento della sopravvivenza e riduzione della morte del 30%

Pubblicato il 12 Set 2017 alle 7:08am

Il tumore alla vescica, o così detto uroteliale, è considerato come la nona neoplasia più frequente al mondo, di cui la più comune a carico del tratto genito-urinario. (altro…)