olio alla cannabis

Olio di cannabis contro il cancro al polmone: “Risultati sorprendenti, tumore dimezzato”

Pubblicato il 09 Mar 2019 alle 12:31pm

Ha scelto di prendere un olio a base di CBD per combattere il tumore e scoprire dopo un po’ che le sue dimensioni non solo si erano dimezzate ma che la massa tumorale era anche in progressione, facendo bene sperare per una guarigione totale.

E’ questa la storia pubblicata dagli specialisti inglesi di un 81enne colpito da un tumore al polmone, che aveva rifiutato di sottoporsi alle cure mediche tradizionali (come chemio e radioterapia) optando invece per un trattamento più sperimentale a base del cannabinoide non psicoattivo.

I risultati del case report, pubblicati sulla rivista scientifica Sage Open: “indicano che il CBD può aver avuto un ruolo nella risposta straordinaria in un paziente con adenocarcinoma istologicamente provato al polmone, a seguito dell’auto-somministrazione dell’olio di CBD per un mese e in assenza di qualsiasi altro cambiamento identificabile nello stile di vita, farmaci assunti o cambiamento della dieta. Sono necessari ulteriori studi sia in vitro che in vivo per valutare meglio i vari meccanismi di azione del CBD sulle cellule maligne e la sua potenziale applicazione nel trattamento non solo del cancro del polmone ma anche di altri tumori maligni”, dicono gli scienziati.

Sono ormai infatti, diversi anni, che la cannabis viene utilizzata in medicina per combattere i sintomi del cancro. Diversi studi dimostrano che i benefici della cannabis sul paziente sono diversi: riduzione di nausea e vomito da chemioterapia, benefici sul dolore, sul controllo dell’insonnia e dell’ansia, piuttosto che perdita di appetito, che spesso può rivelarsi come  uno dei sintomi più principali e invalidanti sui pazienti che seguono queste terapie antitumorali.

In Italia lo IEO, l’Istituto Europeo di Oncologia, ha iniziato a somministrare cannabis insieme alle terapie tradizionali e a monitorare le condizioni dei pazienti in cura presso il nosocomio milanese. “Siccome sappiamo che i benefici di questo tipo di trattamento sul paziente sono globali, l’obiettivo è quello di prescrivere la cannabis a tutti i pazienti per cui è possibile farlo in una fase il più precoce possibile. I risultati si vedranno tra qualche anno, ma le premesse sono veramente eccezionali”, dice il dottor Vittorio Guardamagna, direttore dell’Unità di Cure Palliative e Terapia del Dolore dello IEO.

Un altro ambito di applicazione vuole indagare poi sui possibili benefici della cannabis nel combattere direttamente l’insorgenza del tumore di diverso tipo. Studi in vitro ed in vivo, effettuati su cellule e cavie animali, sottolineano le possibili potenzialità dei diversi cannabinoidi nella distruzione delle cellule del cancro di diverso tipo, mettendo in atto quelli che sono i diversi meccanismi ed scongiurando il danneggiamento cellulare delle cellule sane.

Massimo Nabissi, ricercatore dell’Università di Camerino che lavora da anni su questa tematica, spiega, riferendosi al caso del paziente inglese, che “Un case report come questo è attualmente l’unico modo per rafforzare gli studi con i cannabinoidi raccontando il singolo caso clinico: è quello che sto facendo anche io con alcuni medici ed è l’unico modo per dare forza all’effetto sinergico dei cannabinoidi, sperando che qualcuno autorizzi uno studio clinico di portata più vasta”.

Nabissi spiega infatti che: “Sull’adenocarcinoma al polmone, ci sono una trentina di lavori con studi su modelli animali con dei risultati interessanti che mostrano come il CBD sia responsabile della migrazione delle cellule tumorali o riduca la massa tumorale, e la stessa come è avvenuta nei tumori al cervello o su quelli al seno”.

Oltre all’apoptosi, e cioè una forma di morte cellulare programmata delle cellule del cancro, di recente è stato dimostrato che il CBD riesce ad inibire il rilascio di certe strutture delle cellule tumorali, resistenti agli agenti chemioterapici che favoriscono appunto l’insorgenza del cancro.

“Con una mole di lavori preclinici così ampia”, continua Nabissi, “non si capisce perché non vengano autorizzati i primi studi clinici. Bisognerebbe prendere le evidenze interessanti, fare un ultimo lavoro preclinico con dei parametri, in modo che, se i risultati sono buoni, si possa passare alla ricerca clinica con delle linee guida decise a priori”.

L’auspicio per il futuro è ora quello che “si raccolgano i dati dei vari pazienti oncologici che sono trattati con cannabis in Italia e si creino dei clinical report che raccolgano un numero maggiore di pazienti affetti dalla stessa patologia e trattati allo stesso modo, per poi riportare i risultati, in modo da avere un protocollo da seguire”.