rischio

CS CoEHAR: Covid-19 e sigaretta elettronica: esiste rischio connesso?

Pubblicato il 04 Dic 2020 alle 6:00am

Svapare aumenta le percentuali di rischio di trasmissione dell’infezione da SARS-Cov-2 a causa delle piccole particelle emesse durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche? Per rispondere a questa domanda, il CoEHAR, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università degli Studi di Catania, in collaborazione con l’Istituto di Scienze Nucleari di Città del Messico e la Myriad Pharmaceuticals di Auckland, ha valutato le possibilità che le particelle emesse durante lo svapo possano aumentare il rischio di contagio da coronavirus. La ricerca ha evidenziato che, in considerazione della brevità dell’atto della svapata, del tempo di esposizione e dei dati statistici su carica virale e tassi di infezione, svapare comporterebbe un aumento di solo l’1% del rischio connesso alla trasmissione del coronavirus rispetto alla normale attività respiratoria a riposo.

LO STUDIO

Sia l’OMS che il CDC hanno da tempo riconosciuto il ruolo che le goccioline di saliva emesse durante qualsiasi attività respiratoria hanno nella trasmissione del Covid-19. Studiare quanto tali attività, come il parlare, il tossire o lo starnutire caratterizzino la diffusione dell’epidemia significa avere più strumenti per arginarla. Nel caso specifico del vaping (l’atto di inalare da una sigaretta elettronica), si è voluto studiare la possibilità che le goccioline emesse da un vaper infetto durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche possano aumentare il rischio di contagio.

Considerando che la propagazione dell’aerosol è influenzata dalla tipologia di device utilizzato, nello studio in oggetto è stato preso come riferimento lo stile di inalazione più comune, ovvero quello praticato da circa l’80-90% dei vapers il cosiddetto “svapo di guancia”, durante il quale il vapore staziona nella bocca prima dell’inalazione nei polmoni. Mancando dati specifici relativi all’emissione di droplets nel vaping, sono stati presi come modello i dati di esalazione del fumo delle sigarette convenzionali: i fumatori solitamente espirano una miscela di fumo e aria con un volume del 30-40% maggiore del normale volume respiratorio a riposo.

Sono stati utilizzati come parametri la quantità di sbuffi prodotta in media durante lo svapo, le dimensioni delle goccioline emesse, la temporalità limitata dell’azione e i dati sulla carica virale del Covid-19 e gli altri parametri di infezione per procedere a valutare il tasso di rischio considerando lo scenario classico di una abitazione o di un ristorante con normale ventilazione.

A valutazione eseguita, svapare comporta un aumento di solo l’1% del rischio: come paragone, 30 colpi di tosse nell’arco di un’ora corrispondono a un aumento del rischio del 260%.

“Studiare e comprendere quali sia il ruolo delle diverse attività respiratorie nella trasmissione del virus, è di fondamentale importanza per migliorare le strategie dirette al contrasto della diffusione dell’infezione e per informare correttamente la popolazione – ha spiegato il Prof. Riccardo Polosa, autore dello studio -. La nostra analisi dimostra che svapare in pubblico non comporta alcun rischio aggiuntivo rispetto a qualsiasi altra attività sociale, come mangiare insieme o incontrarsi per chiacchierare. Rimane comunque buona norma rispettare le norme di distanziamento, soprattutto in contesti di socialità. Quindi si allo svapo, ma rispettando sempre il distanziamento sociale e gli altri”.

Tutte le attività sociali, svapo incluso, nel loro insieme comportano un rischio residuale di contrarre l’infezione: anche nei luoghi chiusi, rispettare le persone con cui condividiamo momenti di socialità, adottando il distanziamento sociale e utilizzando i dispositivi di protezione, significa limitare il più possibile il propagarsi dell’infezione.

Svapare aumenta le percentuali di rischio di trasmissione dell’infezione da SARS-Cov-2 a causa delle piccole particelle emesse durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche? Per rispondere a questa domanda, il CoEHAR, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università degli Studi di Catania, in collaborazione con l’Istituto di Scienze Nucleari di Città del Messico e la Myriad Pharmaceuticals di Auckland, ha valutato le possibilità che le particelle emesse durante lo svapo possano aumentare il rischio di contagio da coronavirus. La ricerca ha evidenziato che, in considerazione della brevità dell’atto della svapata, del tempo di esposizione e dei dati statistici su carica virale e tassi di infezione, svapare comporterebbe un aumento di solo l’1% del rischio connesso alla trasmissione del coronavirus rispetto alla normale attività respiratoria a riposo.

LO STUDIO

Sia l’OMS che il CDC hanno da tempo riconosciuto il ruolo che le goccioline di saliva emesse durante qualsiasi attività respiratoria hanno nella trasmissione del Covid-19. Studiare quanto tali attività, come il parlare, il tossire o lo starnutire caratterizzino la diffusione dell’epidemia significa avere più strumenti per arginarla. Nel caso specifico del vaping (l’atto di inalare da una sigaretta elettronica), si è voluto studiare la possibilità che le goccioline emesse da un vaper infetto durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche possano aumentare il rischio di contagio.

Considerando che la propagazione dell’aerosol è influenzata dalla tipologia di device utilizzato, nello studio in oggetto è stato preso come riferimento lo stile di inalazione più comune, ovvero quello praticato da circa l’80-90% dei vapers il cosiddetto “svapo di guancia”, durante il quale il vapore staziona nella bocca prima dell’inalazione nei polmoni. Mancando dati specifici relativi all’emissione di droplets nel vaping, sono stati presi come modello i dati di esalazione del fumo delle sigarette convenzionali: i fumatori solitamente espirano una miscela di fumo e aria con un volume del 30-40% maggiore del normale volume respiratorio a riposo.

Sono stati utilizzati come parametri la quantità di sbuffi prodotta in media durante lo svapo, le dimensioni delle goccioline emesse, la temporalità limitata dell’azione e i dati sulla carica virale del Covid-19 e gli altri parametri di infezione per procedere a valutare il tasso di rischio considerando lo scenario classico di una abitazione o di un ristorante con normale ventilazione.

A valutazione eseguita, svapare comporta un aumento di solo l’1% del rischio: come paragone, 30 colpi di tosse nell’arco di un’ora corrispondono a un aumento del rischio del 260%.

“Studiare e comprendere quali sia il ruolo delle diverse attività respiratorie nella trasmissione del virus, è di fondamentale importanza per migliorare le strategie dirette al contrasto della diffusione dell’infezione e per informare correttamente la popolazione – ha spiegato il Prof. Riccardo Polosa, autore dello studio -. La nostra analisi dimostra che svapare in pubblico non comporta alcun rischio aggiuntivo rispetto a qualsiasi altra attività sociale, come mangiare insieme o incontrarsi per chiacchierare. Rimane comunque buona norma rispettare le norme di distanziamento, soprattutto in contesti di socialità. Quindi si allo svapo, ma rispettando sempre il distanziamento sociale e gli altri”.

Tutte le attività sociali, svapo incluso, nel loro insieme comportano un rischio residuale di contrarre l’infezione: anche nei luoghi chiusi, rispettare le persone con cui condividiamo momenti di socialità, adottando il distanziamento sociale e utilizzando i dispositivi di protezione, significa limitare il più possibile il propagarsi dell’infezione.

Mangiare pane ammuffito, rischi per la salute

Pubblicato il 05 Ago 2020 alle 6:00am

Mangiare pane ammuffito è un errore da non commettere mai. Infatti, la muffa si spande sulla superficie del cibo, e nella sua prima fase non è visibile. Di conseguenza, anche se dal pane viene rimossa la muffa visibile, è probabile che in parte resti comunque attaccata all’alimento.

Quando ingerite, i danni che le muffe possono causare all’organismo possono essere anche piuttosto gravi: tutto dipende dal tipo di muffa.

Mangiare il pane ammuffito è un errore da non commettere. Infatti, la muffa si spande sulla superficie del cibo, e nella sua prima fase non è visibile. Di conseguenza, anche se dal pane viene rimossa la muffa visibile, è probabile che in parte resti comunque sull’alimento.

Inoltre, il pane è un cibo morbido, per cui è molto facile per le muffe insediarsi anche al loro interno, in profondità.

Quando ingerite, i danni che le muffe apportano all’organismo possono essere anche piuttosto gravi: tutto dipende dal tipo di muffa.

Ad esempio, esiste la muffa Cladosporium che se viene ingerita può arrecare problemi di allergia.

Più pericolosa è certamente, la Penicillium crustosum: se presente negli alimenti, si ingeriscono diverse microtossine, con il rischio di dover correre subito all’ospedale.

Tra le muffe più temibili c’è poi la Rhizopus stolonifer, la quale è anche tra le più presenti sul pane ammuffito. Se viene introdotta nell’organismo, può essere causa di danni anche permanenti. Infatti è in grado di provocare un’infezione che può causare la coagulazione del sangue, fino a comportare una carenza di ossigeno nei tessuti cellulari.

Foto fabiosa.it

Tumore, 30 minuti al giorno in meno di sedentarietà riduce il rischio anche di morire

Pubblicato il 24 Giu 2020 alle 6:39am

Stare troppo tempo seduti aumenta il rischio di ammalarsi di tumore, mentre sostituire 30 minuti di sedentarietà con attività di livello da lieve a moderato (per esempio passeggiare normalmente e con passo rapido rispettivamente, o fare acqua gym, giardinaggio etc) ridurrebbe il rischio di morte per questa malattia dall’8% al 31%. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama Oncology e condotto da Susan Gilchrist, del Anderson Cancer Center presso la University of Texas. “Si tratta del primo studio che mostra in via definitiva una forte associazione tra sedentarietà e mortalità per tumore”, afferma Susan Gilchrist. Lo studio ha coinvolto 8.000 individui sani il cui livello giornaliero di attività fisica è stato tracciato in maniera obbiettiva con un accelerometro, per sette giorni consecutivi in periodo di tempo esteso tra 2009 e 2013. Dopo un monitoraggio di 5 anni, i ricercatori hanno calcolato che i più sedentari hanno un rischio di morire per un tumore dell’82% maggiore rispetto ai meno sedentari, anche una volta considerati fattori che possono influire come l’età, il sesso e lo stato di salute generale.

“Incorporare 30 minuti di movimento nella tua quotidianità può aiutare a ridurre il tuo rischio di morire per tumore”, dichiara Gilchrist sulla CNN Health online. “Il nostro prossimo obiettivo – conclude lo scienziato – sarà quello di indagare come la sedentarietà influisca sull’incidenza (ovvero sulla frequenza con cui colpiscono) di differenti tumori e se sesso ed etnia fanno la differenza”.

Cuore donne invecchia prima di quello degli uomini

Pubblicato il 19 Gen 2020 alle 6:18am

Uno studio condotto dall’Heart Institute di Los Angeles degli Stati Uniti rivela che il cuore delle donne invecchia prima di quello degli uomini. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Jama Cardiology. (altro…)

Lo smog inquina la mente, sale il rischio di depressione e suicidio

Pubblicato il 21 Dic 2019 alle 6:42am

Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health Perspectives, basato su dati di 16 Paesi, lo smog “inquina” la mente e l’umore aumentando anche il rischio di depressione e suicidio nelle persone che ne sono esposte. (altro…)

Ictus e sonno, chi dorme oltre 9 ore a notte corre un rischio superiore

Pubblicato il 15 Dic 2019 alle 6:52am

Chi dorme oltre nove ore a notte o fa lunghi pisolini pomeridiani, ha rischio superiore di imbattersi nell’ictus, rispetto a chi dorme molto meno. (altro…)

Alluminio in cucina, l’allarme del Ministero: rischi soprattutto per bimbi e donne incinte

Pubblicato il 13 Dic 2019 alle 6:37am

L’alluminio, un materiale presente molto nelle nostre cucine, soprattutto per conservare gli alimenti, cuocerli o proteggerli da agenti esterni, nasconde molte insidie e rischi per la salute, vediamo quali, soprattutto per donne in gravidanza e bambini.

Parola di esperti, del ministero della Sanità.

Che lanciano un vero e proprio allarme, una campagna informativa, che dice: ”L’alluminio trova largo impiego nel settore alimentare per la realizzazione di imballaggi e recipienti destinati a venire in contatto con gli alimenti, come pentole, film per avvolgere, vaschette monouso, caffettiere”.“

Il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare (Cnsa), mette in guardia le famiglie da un utilizzo scorretto e pericoloso dell’alluminio in cucina: “La contaminazione del cibo per fenomeni di migrazione da utensili o imballaggi è una delle fonti di esposizione alimentare, ma è anche quella direttamente prevenibile attraverso semplici accorgimenti, considerato che il rilascio di alluminio dai materiali a contatto è condizionato dalle modalità di uso e da altri fattori combinati, quali il tempo di conservazione, la temperatura e la composizione dell’alimento”.

“I risultati dei nuovi studi, evidenziano infatti, che vi sia una possibile migrazione da utensili o imballaggi, condizionata dalle modalità d’uso, come fonte di esposizione alimentare all’alluminio e rafforzando l’attenzione sul potenziale rischio per la salute, con particolare riguardo alle fasce deboli, vulnerabili, come bambini al di sotto dei 3 anni di età, anziani sopra i 65 anni, donne in gravidanza, persone con funzionalità renale compromessa”.

Nei soggetti sani il rischio tossicologico dell’alluminio è limitato dallo scarso assorbimento e dalla rapida escrezione.

In Italia con il decreto ministeriale 18 Aprile 2007, n. 76 (Regolamento recante la disciplina igienica dei materiali e degli oggetti di alluminio e di leghe di alluminio destinati a venire a contatto con gli alimenti) sono state previste specifiche disposizioni, in materia dei contenitori in alluminio che devono riportare in etichetta una o più delle seguenti istruzioni:

“non idoneo al contatto con alimenti fortemente acidi o fortemente salati, destinato al contatto con alimenti a temperature refrigerate destinato al contatto con alimenti a temperature non refrigerate per tempi non superiori alle 24 ore”.

Un’altra disposizione ministeriale da notare sull’etichetta delle vaschette riguarda il contatto per tempi superiori alle 24 ore a temperatura ambiente, valido per i seguenti alimenti:

Alluminio in cucina, il video del ministero della Salute Per rendere più efficace il messaggio, il ministero della Salute ha realizzato un video informativo in cui vengono dati consigli sull’uso dell’alluminio.

Video ministeriale

Nel video si vede che si raccomanda:

1. di leggere sempre l’etichetta dei prodotti in alluminio. 2. Evitare di conservare i cibi per più di 24 ore, eccezion fatta per quelli congelati, mentre a temperatura ambiante possono “resistere” più di un giorno soltanto gli alimenti solidi secchi come caffè, frutta secca, paste secche, pane e simili. 3. Evitare anche cibi troppo salati o acidi, per l’utilizzo di contenitori monouso. 4. Per quanto riguarda invece le pentole e i contenitori, è sconsigliata la pulizia con prodotti abrasivi, mentre va evitato, durante l’utilizzo, al fine di non graffiare pentole o padelle.

Omega 3 per chi fa sport, riducono infortuni e migliorano performance

Pubblicato il 01 Dic 2019 alle 7:31am

Se volete migliorare la vostra performance, facendo attività fisica, i tempi di recupero e ridurre anche il rischio infortuni, ecco cosa dovete fare! Assumere omega 3, degli acidi grassi polinsaturi, considerati essenziali perché il nostro organismo che da solo non li sintetizza e vanno quindi aggiunti attraverso l’alimentazione.

“Grazie al loro effetto antinfiammatorio a livello di tessuti e articolazioni sono particolarmente utili per chi fa sport”, sottolinea la dottoressa Jessica Falcone, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro e RAF First Clinic di Milano.

Gli omega 3, inoltre, riducono i livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, che viene prodotto non solo durante i periodi di particolare tensione emotiva e psichica, ma anche dopo uno sforzo fisico. “A livello cognitivo gli omega 3 migliorano la concentrazione, la memoria e la qualità del sonno e riducono l’ansia. Dopo l’attività fisica svolgono una funzione riequilibrante, abbassando i tempi di recupero”, spiega ancora dottoressa Falcone.

Ma dove si trovano gli omega 3? “Una buona fonte di questi grassi polinsaturi è sicuramente il pesce azzurro come sardine, aringhe, alici, sgombri e salmone, ma anche la frutta secca (mandorle, noci, nocciole…) e i semi oleaginosi (di sesamo, di girasole, di zucca, di lino…), alcune alghe e l’avocado”. Quindi anche chi segue una dieta vegetariana o vegana può assumere omega 3 dalla frutta secca o dai semi. E se la dieta è bilanciata e non si eccede con lo sport, l’apporto dato da una alimentazione equilibrata è sostanzialmente sufficiente.

In altri casi, si può ricorrere ad integratori alimentari che li contengono.

Inoltre, anche se non si è sportivi, questi grassi polinsaturi sono efficaci per abbassare la pressione sanguigna, i trigliceridi e il colesterolo nel sangue e quindi il rischio cardiovascolare, e di diabete.

In Usa la prima persona morta per l’uso di sigarette elettroniche

Pubblicato il 25 Ago 2019 alle 8:10am

E’ morta, nello Stato americano dell’Illinois, la prima persona che aveva contratto una malattia respiratoria legata all’uso delle sigarette elettroniche. (altro…)

Alzheimer, perché le donne sono più a rischio?

Pubblicato il 25 Lug 2019 alle 8:46am

Le donne sono più a rischio di ammalarsi di Alzheimer. Dipende dalla maggiore connettività di alcune aree del loro cervello, dove si forma la proteina tau, responsabile delle placche che si accumulano con la malattia, e in alcuni casi anche dai geni. A spiegarlo, due diversi studi presentati all’Alzheimer’s Association International Conference in corso a Los Angeles. (altro…)