salute

Cuore, il rischio per le donne è superiore dopo i 50

Pubblicato il 03 Ott 2018 alle 7:54am

Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte per le donne che hanno superato i 50 anni di età, superando tutte le forme di tumori, incluso il tumore al seno. Eppure, la donna ne ha di campanelli d’allarme legati alla propria femminilità. L’importante è riconoscerli per correre ai ripari in tempo.

Questo l’obiettivo del Centro cardiologico Monzino di Milano in occasione della Giornata mondiale per il cuore, che si è celebrata lo scorso sabato 29 settembre.

Un appuntamento, che è stato promosso in collaborazione con il Comune di Milano, dal quale è emerso che i numeri “contraddicono il concetto diffuso secondo cui le donne sono protette nei confronti delle malattie cardiovascolari. In realtà durante il periodo fertile della loro vita le donne sono davvero a minor rischio di sviluppare malattie cardiovascolari rispetto all’uomo, ma questa protezione scompare dopo la menopausa, quando gli ormoni femminili estrogeni vengono meno – ha dichiarato Elena Tremoli, direttore scientifico dell’Irccs milanese”.

“Osserviamo così che le donne sviluppano malattie cardiovascolari con circa 10 anni di ritardo rispetto agli uomini, ma quando succede avviene in maniera più grave. A evidenziarlo sono i numeri: il 38% delle donne che ha avuto un infarto perde la vita entro un anno, rispetto al 25% degli uomini”. “Un primo aspetto da sottolineare – spiega Daniela Trabattoni, responsabile di Monzino Women – è che nelle donne i fattori di rischio classici per malattie cardiovascolari, come fumo di sigaretta e obesità, hanno effetti diversi. Basta che una donna fumi un terzo delle sigarette di un uomo per avere lo stesso impatto su cuore e vasi sanguigni”. Inoltre “riscontriamo una maggiore incidenza di obesità e di sindrome metabolica nel sesso femminile, e questo dato incrementa del 50% il rischio di coronaropatia nella donna”.

Nobel per la Medicina 2018 ai ricercatori James P. Allison e Tasuku Honjo per le loro scoperte sui tumori

Pubblicato il 02 Ott 2018 alle 10:39am

Il Premio Nobel per la Medicina 2018 è stato assegnato all’immunologo americano James P. Allison e al giapponese Tasuku Honjo. I due studiosi internazionali sono stati premiati per la scoperta della terapia del cancro per inibizione della regolazione immuno-negativa. Le ricerche si sono concentrate nell’individuare il freno naturale in grado di bloccare l’avanzata dei tumori, sulle quali si basa appunto l’immunoterapia.

La motivazione I due ricercatori “hanno capito infatti che si può stimolare il sistema immunitario per attaccare le cellule tumorali, un meccanismo di terapia assolutamente nuovo nella lotta ad un tipo di malattia che uccide ogni anno milioni di persone e che costituisce una delle più gravi minacce alla salute dell’umanità”, si legge nelle motivazioni date dall’Accademia.

Le ricerche dei due premi Nobel, infatti, sono state fondamentali nella lotta contro i tumori perché per la prima volta in assoluto hanno portato alla luce i meccanismi con i quali le cellule del sistema immunitario attaccano quelle tumorali. Allison ha aperto così la via a queste ricerche studiando le proteine che funzionano come un freno del sistema immunitario e intuendo le loro grandi potenzialità: manipolando il loro freno naturale ha capito che era possibile aggredire i tumori con nuove armi. Il giapponese Honjo ha lavorato anch’egli alla stessa tecnica, ma con un differente sistema d’azione. Entrambe le scoperte si sono tradotte nel tempo in nuovi approcci per la terapia contro i tumori che si stanno dimostrando molto promettenti.

James P. Allison ha 70 anni, è un immunologo americano e dal 2004 ha condotto le sue ricerche nel Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York. Ha cominciato la sua carriera scientifica negli anni ’80, prima nell’università del Texas e poi in quella californiana di Berkeley. Tasuku Honjo ha invece 76 anni, è di origini giapponesi e ha lavorato molto fra Giappone e Stati Uniti, tra le università di Kyoto e Osaka, la Carnegie Institution di Washington e i National Institutes of Health. Immunologo di formazione, è nato a Kyoto e nella sua città ha lavorato a lungo a partire dagli anni ’70, tranne brevi parentesi negli Stati Uniti e a Osaka.

Cefalea: approvato dal Fda un nuovo farmaco

Pubblicato il 02 Ott 2018 alle 6:49am

E’ stato approvato dal Fda in questi giorni un nuovo farmaco per la cura dell’emicrania, il fremanezumab. (altro…)

Tumori, in aumento i casi in Italia: 4.300 in più rispetto al 2017. Al Nord si vive di più

Pubblicato il 30 Set 2018 alle 7:26am

Sono in aumento le diagnosi di tumore in Italia: 4.300 in più rispetto al 2017. E’ quanto emerge da un nuovo studio presentato al ministero della Salute, secondo cui la forma tumorale più diffusa è il cancro alla mammella con 52.800 nuovi casi diagnosticati solo nel 2018 (contro i 51mila dell’anno passato). Dati questi che delineano un’Italia divisa in due: un Nord in cui si sopravvive di più, e un Sud sempre più indietro per la sanità, screening e diagnosi precoce.

Dopo il tumore alla mammella, la seconda neoplasia più diffusa nel nostro Paese è senz’altro quella del colon-retto (51.300 casi, erano 53mila nel 2017), seguita dal cancro al polmone (41.500 casi, contro i 41.800 dell’anno scorso).

Nel 2018 sono stimati 373.300 nuovi casi di tumore complessivi (194.800 per gli uomini e 178.500 per le donne donne). Ma non solo. A questi si aggiungono quasi 3,4 milioni di cittadini che vivono dopo la scoperta della malattia (3.368.569, 2.244.000 nel 2006), 6% della popolazione: un dato in costante crescita e che fa ben sperare, soprattutto per le regioni del Centro – Nord.

Infatti, sulla base delle percentuali di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi, Emilia-Romagna, Toscana e Veneto appaiono le Regioni più virtuose. Negativi invece i dati sulla sopravvivenza al Sud, con Sicilia (52% uomini e 60% donne), Sardegna (49% e 60%) e Campania (50% e 59%). Differenze che si spiegano soprattutto con la scarsa adesione a campagne di prevenzione e tempi di attesa troppo lunghi per visite ed esami specialistici, diagnosi in stadio iniziale, quando le possibilità di guarigione sono ancora più alte.

Dieta antinfiammatoria per vivere più a lungo: in cosa consiste?

Pubblicato il 28 Set 2018 alle 8:37am

Secondo una recente ricerca scientifica condotta presso l’Università di Scienze della Vita di Varsavia e pubblicata sul Journal of Internal Medicine, il segreto per vivere più a lungo è quello di seguire una ‘dieta antinfiammatoria’.

Ma in cosa consiste?

In buona sostanza si tratterebbe di mangiare frutta e verdura in grande quantità, visto che sono cibi ricchi di antiossidanti, formaggio fresco, pane integrale, cereali, noci e cioccolato fondente.

E per quanto riguarda i condimenti? E’ possibile usare l’olio extra vergine di oliva o in alternativa olio di colza, mentre per le bevande è necessario puntare solo su acqua, tè, caffè, spremute, vino rosso e poca birra.

La ricerca ha coinvolto nello studio 69.273 uomini e donne svedesi tra i 45 e gli 83 anni, le cui abitudini alimentari sono state tenute sotto osservazione per un lungo periodo di tempo. I risultati hanno mostrato che coloro che avevano seguito un regime alimentare antinfiammatorio avevano ridotto del 18% il rischio di mortalità  e del 20% la possibilità di andare incontro a una malattia cardiovascolare. “Anche solo seguendo parzialmente questa tipologia di dieta è comunque possibile ottenere dei benefici per la propria salute”, ha dichiarato Joanna Kaluza, una delle autrici dello studio. Gli alimenti assolutamente vietati sono però carne rossa non lavorata e trasformata, patatine fritte e bevande analcoliche, che non farebbero altro che alimentare le infiammazioni, mettendo anche in pericolo la nostra salute.

In arrivo il primo esofago costruito in provetta

Pubblicato il 26 Set 2018 alle 9:20am

Un altro organo in miniatura è stato costruito in laboratorio: si tratta dell’esofago, il primo ricavato interamente da cellule staminali pluripotenti. Descritto sulla rivista Cell Stem Cell dal Centro per cellule staminali e organoidi dell’ospedale pediatrico di Cincinnati, aiuterà a studiare malattie dovute a difetti congeniti e altre più diffuse, come reflusso gastro-esofageo e tumori, oltre a gettare le basi per interventi di medicina rigenerativa.

Le cellule staminali pluripotenti sono cellule immatura in grado di dare origine e molti tessuti e organi. Lo stesso gruppo di ricercatori le aveva già utilizzate per coltivare in laboratorio altri organi in miniatura, come ad esempio per l’intestino, lo stomaco, il colon e il fegato.

“I problemi di trachea ed esofago sono piuttosto diffusi, e questo organoide potrebbe essere molto utile”, osserva Jim Wells, uno degli autori della ricerca. Oltre a essere un nuovo modello per lo studio di difetti congeniti, il mini-esofago potrà aiutare a studiare diverse malattie e produrre tessuti geneticamente adatti al paziente.

I ricercatori si sono concentrati per ora sul gene Sox2, che produce proteine note per innescare dei disturbi nell’esofago, osservando lo sviluppo dell’organoide, hanno scoperto che lo stesso gene è in grado di controllare sia la formazione sia la sopravvivenza del tessuto dell’esofago. Il mini organo è cresciuto fra 300 e 800 millesimi di millimetro in circa 2 mesi, ed è risultato molto simile, nella sua composizione, al tessuto esofageo prelevato con biopsie da alcuni pazienti.

Vitamina D e tumori, esiste un legame?

Pubblicato il 25 Set 2018 alle 7:15am

Un recente studio internazionale nato dalla collaborazione di ricercatori europei, americani e asiatici, pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute giunge alla conclusione che avere livelli alti di vitamina D nel sangue protegge contro il tumore più frequente in Italia, quello del colon-retto. Secondo un’altra ricerca sulla rivista scientifica Jama Oncology l’integrazione mensile di vitamina D ad alte dosi non risulta essere associata a riduzioni dell’incidenza o della mortalità per diversi tipi di cancro.

Antonio Russo, ordinario di Oncologia medica dell’Università di Palermo e membro del consiglio direttivo dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) spiega: “La vitamina D è una sostanza organica necessaria a tutti gli organismi animali per il normale funzionamento dei processi vitali. Viene assunta mediante gli alimenti e prodotta quando la pelle viene esposta ai raggi solari. L’azione della vitamina D è quella di promuovere l’assorbimento del calcio a livello intestinale per indirizzarlo alle sue varie funzioni. Tra le più note, sappiamo che adeguati livelli di vitamina D sono indispensabili per il mantenimento di un’ottimale mineralizzazione ossea con un ruolo insostituibile nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi post-menopausale e senile. La vitamina D inoltre è importante per il sistema immunitario e per i muscoli, così come in gravidanza sia per la madre che per il feto. Infine, è stato anche dimostrato che una carenza di vitamina D può essere correlata allo sviluppo di depressione, al declino delle funzioni cognitive e ai disordini cardiovascolari”.

“La vitamina D viene assunta attraverso gli alimenti come latte, formaggi, yogurt, uova (tuorlo), fegato di manzo, olio di fegato di merluzzo, cereali per la colazione e pesce (sardine, pesce spada, tonno e salmone soprattutto) – dice l’esperto -. Ci sono anche delle altre sostanze come la curcumina, le brassicacee (cavoli), gli acidi grassi omega 3 che possono favorire gli effetti della vitamina D. Inoltre, l’esposizione ai raggi solari rappresenta la principale fonte di produzione della vitamina D, tanto che un’esposizione al sole che provoca un leggero arrossamento della pelle equivale all’assunzione orale di vitamina D per circa 10mila unità internazionali al giorno. Da considerare che il fabbisogno giornaliero di vitamina D per l’adulto è calcolato in circa 400-800 unità quotidiane e che l’alimentazione in Italia fornisce circa 300 unità al dì”.

“L’associazione tra vitamina D e cancro è molto studiata sebbene il quesito rimanga oggi controverso e dibattuto – risponde Russo -. Infatti, se da un lato alcune evidenze scientifiche suggeriscono come elevati livelli di vitamina D possano ridurre il rischio di cancro (soprattutto di prostata, colon e mammella), dall’altro altri dati sembrerebbero andare in controtendenza con questa ipotesi. In realtà, leggendo bene tra le righe, molti autori convergono sul fatto che gli effetti della vitamina D possano cambiare a seconda della dose assunta. In particolare, sembrerebbe che molti dei benefici forniti dalla vitamina D andrebbero perduti quando questa viene assunta in dosi eccessivamente superiori”.

“I corretti livelli di vitamina D sono importanti per il mantenimento dello stato di salute di un individuo, sia nell’infanzia che nell’età adulta – sottolinea Russo -. Ad oggi però non esiste un consenso unico su quale sia la formulazione migliore da raccomandare. Quello che è certo che individui con riscontro di bassi livelli di vitamina D dovrebbero assumere un’integrazione utile al raggiungimento del valore target corretto raccomandato per ciascuna fascia di età dalle linee guida internazionali, coinvolgendo nella scelta il proprio medico di fiducia. Naturalmente, si consiglia l’assunzione di alimenti ricchi di vitamina D, oltre che una ragionevole esposizione ai raggi solari”.

Arriva la mappa dei Paesi dove si muore prima dei 70 anni. In Italia si vive di più

Pubblicato il 24 Set 2018 alle 6:44am

Sono stati analizzati 180 Paesi, analizzando i decessi per malattie quali cancro, patologie cardiache, polmonari e diabete, dopodiché è stata ricavata la probabilità che un uomo e una donna di 30 anni possano morire prima di compierne 70. Lo studio è stato pubblicato su Lancet ed è tra quelli più dettagliati sulle malattie non trasmissibili. Gli scienziati dell’Imperial College di Londra affermano infatti che oggi per gli esseri umani, nella maggior parte delle nazioni mondiali, sia più probabile morire per malattie non trasmissibili che per altre malattie da contagio, come nel caso dell’HIV.

L’Italia – assieme a Spagna, Portogallo, Svizzera e ad altri diciotto paesi europei – ha mostrato di avere un rischio di mortalità basso. Nel Regno Unito, invece, un uomo di 30 anni ha una probabilità del 13% di morire prima dei 70 anni a causa di una malattia non trasmissibile. Sui dati di questo rapporto si è espresso il professor Majid Ezzati, a capo dello studio: “Le malattie non trasmissibili sono la causa principale di morte prematura per la maggior parte dei paesi. La povertà, la commercializzazione incontrollata di alcool e tabacco da parte delle industrie multinazionali e la debolezza dei sistemi sanitari stanno rendendo le malattie croniche un pericolo più grande per la salute umana rispetto ai tradizionali nemici come batteri e virus”. Alcuni esperti hanno manifestato preoccupazione, sottolineando come la maggior parte delle nazioni non rispetti gli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite al fine di ridurre il numero di morti premature. Quasi 41 milioni di persone all’anno muoiono a causa di queste patologie e circa 17 milioni avviene in età relativamente giovane.

L’Onu tre anni fa ha chiesto di ridurre il numero di morti premature per malattia entro il 2030, ma solo 35 Paesi hanno deciso di fare qualcosa per raggiungere tale obiettivo per le donne e solo 30 per gli uomini. Tra le nazioni che si sono impegnate in questo importante progetto per la salute della popolazione di entrambi i sessi sono: Danimarca, Nuova Zelanda, Norvegia e Corea del Sud. Quelli che con molta probabilità non raggiungeranno l’obiettivo invece sono Regno Unito, Australia, Francia, Germania, India e Cina.

La bevanda detox fai da te per sgonfiarsi con cannella e alloro

Pubblicato il 23 Set 2018 alle 7:22am

Ecco il super succo detox, fai da te, composto da solo due e semplici ingredienti: cannella e foglie di alloro. Naturale, semplice da fare e soprattutto efficacissimo. Per prepararlo serve solo 1 litro d’acqua, 2 stecche di cannella e 10 foglie di alloro. Una volta che vi siete procurate tutti gli ingredienti basta far bollire l’acqua con dentro le stecche di cannella e le foglie di alloro. Lasciare bollire l’acqua con gli ingredienti per 15 minuti, così che l’acqua assorba tutti i meravigliosi nutrienti dell’alloro e della cannella. Alla fine, dopo aver spento il fuoco, filtrare il tutto, aspettando che si intiepidisca un po’ e bere questo magico succo, che aiuta a dimagrire e a sgonfiarsi.

Se sentirvi più leggere, perdere qualche chilo di troppo ecco la bevanda detox che fa per voi!

Vi aiuta a depurarvi e a liberare l’organismo dalle tossine. A sgonfiare pancia e fianchi.

Affinché la bevanda faccia effetto, iniziate a berne una tazza a digiuno al giorno. Dopo 2 o 3 giorni bevetene 2 tazze al giorno (una al mattino e una al pomeriggio). Il metabolismo si riattiverà e soprattutto l’infuso sgonfierà la vostra pancia e drenerà i vostri tessuti. Attenzione però: non bevetene più di 2 tazze al giorno, in quanto la cannella contiene una sostanza chimica chiamata cumarina che può essere tossica se assunta in quantità elevate.

Evitate di berla se siete in gravidanza o soffrite di problemi allo stomaco, digestivi (ulcere o gastrite) o state assumendo antibiotici.

Ospedale Maria Vittoria di Torino: paralisi del volto, un intervento può fa ritrovare il sorriso

Pubblicato il 19 Set 2018 alle 6:24am

Una “Rianimazione mini-invasiva della paralisi totale del nervo facciale”: questa l’operazione grazie alla quale alcuni pazienti all’ospedale Maria Vittoria di Torino sono tornati a “sorridere” anche a distanza di dopo 20-30 anni di immobilità. Sono pazienti affetti da paralisi cronica del nervo facciale, che hanno scelto il Centro multidisciplinare, Ambulatorio del sorriso, presente nel Presidio Ospedaliero della Asl Città di Torino, dove l’Equipe di Chirurgia Plastica, Chirurgia della Mano e Microchirurgia ha messo a punto una nuova tecnica che coniuga tre interventi in uno, con metodica mininvasiva. Già eseguita recentemente con successo da Marco Borsetti, Referente dell’Ambulatorio del Sorriso, e da Giorgio Merlino, Direttore della Chirurgia Plastica, della Mano e Microchirurgia del Maria Vittoria, la tecnica si avvale di muscoli “donatori”, prelevati da altre zone del viso e del collo che vengono trasferiti e riorientati a “rianimare” le zone paralizzate del volto. Combina l’utilizzo del lifting endoscopico per sollevare le parti cadenti.

“Per ridare mobilità a un viso paralizzato da molti anni – spiega Borsetti – abbiamo utilizzato metodiche già ben conosciute dai chirurghi che si occupano di questa patologia, ma con la novità di averle conglobate tutte in unico intervento mini invasivo, con assistenza endoscopica. In caso di paralisi totale del volto, abbiamo trasferito muscoli sani innervati dal nervo trigemino per sopperire alla muscolatura mimica paralizzata: abbiamo utilizzato il muscolo temporale e il muscolo digastrico per rianimare la muscolatura della bocca e dell’occhio, mentre le zone della faccia ptosiche sono state sospese a punti di ancoraggio fissi con la tecnica del lifting endoscopico”.