Salvatore Vacca

Morì per l’uranio impoverito, lo Stato costretto a risarcire ai familiari 2milioni di euro

Pubblicato il 22 Mag 2016 alle 8:58am

Si contano ad oggi 334 morti riconducibili all’uranio impoverito e 3.670 malati gravissimi. Questi i numeri che emergono dalle inchieste condotte negli ultimi 15 anni dei militari impegnati all’estero – non solo nei Balcani ma anche in Somalia, che non utilizzavano le misure adeguate di protezione e talvolta indossavano vestiti con magliette o calzoncini corti mentre i militari Usa, che probabilmente erano informati sui pericoli, vestivano tute, maschere e occhiali che non lasciavano scoperto neanche un centimetro di pelle.

Dopo i casi dei reduci delle missioni nei Balcani e in Somalia sono emersi anche quelli dei militari impegnati nei poligoni di tiro.

Lo Stato sapeva ma non ha fatto nulla. Conosceva i rischi relativi alla presenza di uranio impoverito negli armamenti a cui i soldati erano esposti ma non ha avvisato né tutelato in alcun modo i militari. Per questo motivo il ministero della Difesa è stato condannato in secondo grado dalla Corte d’Appello a risarcire con quasi 2 milioni di euro la famiglia di Salvatore Vacca, caporalmaggiore della brigata Sassari, morto a 23 anni di leucemia linfoblastica acuta. Vacca, scomparso nel settembre 1999 è stato esposto a munizioni all’uranio impoverito durante la missione italiana in Bosnia negli anni ’98-99.

Una sentenza storica, perché per la prima volta viene evidenziata la colpa specifica dello Stato. Tutti sapevano dei rischi che i soldati correvano. Tutti, tranne loro, che nessuno aveva informato né tantomeno preparato per evitare esposizioni fatali.