sindrome da stanchezza cronica

La sindrome da stanchezza cronica diagnosticabile con un esame del sangue

Pubblicato il 03 Mag 2019 alle 7:59am

La CFS, o meglio conosciuta come sindrome da stanchezza cronica, è una malattia particolarmente debilitante, ma che molto spesso viene fraintesa e chi ne soffre viene additato come pigro o ancora altro. In certi casi viene anche chiamata encefalomialite mialgica. Il fatto che al momento sembrano esserci pochi sintomi visibili e zero cause note rende difficile la diagnosi di questa malattia, ma dei ricercatori di Stanford hanno coperto che è possibile diagnosticarla con un semplice test del sangue.

Infatti, dopo aver condotto l’analisi di 40 campioni di individui, sono riusciti ad individuare in 20 pazienti esaminati la patologia basandosi semplicemente sull’esame del sangue. Quest’ultimo è servito per osservare il comportamento di alcune cellule del sistema immunitario e come esse reagivano allo stress.

Questa scoperta è stata possibile anche grazie ad uno particolare strumento chiamato nanoelettrico, il quale permette di monitorare gli eventi cellulari.

“Non sappiamo esattamente perché le cellule e il plasma agiscano in questo modo, o persino quello che stanno facendo. Ma ci sono prove scientifiche che questa malattia non è una fabbricazione della mente di un paziente, ma vediamo chiaramente una differenza nel modo in cui le cellule immunitarie della sindrome da fatica sane e croniche elaborano lo stress. Data l’importanza di questo test e la sua affidabilità, prevediamo che possa essere ampiamente impiegato in altri laboratori di ricerca e cliniche nel prossimo futuro come aiuto ai medici e ai nostri colleghi nella comunità di ricerca ME / CFS.” Dichiarano gli esperti, che hanno condotto la ricerca.

Ossigeno-ozonoterapia, il trattamento medico che cura diversi disturbi e patologie dalla Fibromialgia al ringiovanimento cutaneo

Pubblicato il 28 Mar 2019 alle 6:56am

L’ozonoterapia, o più correttamente l’ossigeno-ozonoterapia, è un trattamento con azione antinfiammatoria e antidolorifica, indicato nei pazienti affetti da lombosciatalgia, lombocruralgia e cervicobrachialgia, dovute a patologie specifiche della colonna vertebrale, quali l’ernia del disco o protrusione discale. I pazienti che ne sono colpiti presentano dolore alla schiena o al collo; il dolore dalla schiena può irradiarsi al gluteo, alla coscia e lungo l’arto inferiore, mentre la sintomatologia dolorosa dal collo può estendersi sino al braccio e alle dita della mano.

L’ossigeno-ozono è una terapia molto valida con molteplici applicazioni, priva di effetti collaterali. Ricorrono all’ossigeno-ozono terapia diverse celebrities, come Nick Nolte, Pam Anderson, Kirstie Alley e il nostro amatissimo Massimo Boldi.

MA COME FUNZIONA LA OSSIGENOTERAPIA? La terapia prevede l’utilizzo di una miscela gassosa di due gas, ossigeno e ozono che, se somministrato alle giuste quantità, con un programma mirato, un protocollo personalizzato, permette di curare diverse patologie: acne , flebiti, malattie neurovegetative, artrosi, piede diabetico, sindrome della stanchezza cronica, fibromialgia, oltre quelle qua sopra citate. E trova anche, un’ampia applicazione in campo estetico: per la cura di cellulite, smagliature e ringiovanimento cutaneo.

L’ossigeno ozono terapia ha molti vantaggi, dicevamo. Riequilibra il sistema immunitario, interviene in casi di reazioni eccessive del corpo come le allergie, migliora il metabolismo cellulare, la circolazione sanguigna, il micro circolo capillare, scioglie i grassi e disinfiamma i muscoli contratti. E’ una ottima soluzione per la resistenza dei batteri agli antibiotici in quanto può distruggere anche i ceppi batterici più complessi.

L’ozono è un gas che si forma naturalmente nell’atmosfera: delle scariche elettriche modificano la struttura dell’ossigeno (O2) in ozono (O3). Quindi una molecola di ozono è composta da 3 atomi di ossigeno. Uno di questi atomi è instabile e tende a separarsi dagli altri due. Proprio questa instabilità rende l’ozono benefico.

L’ozono fu scoperto nel 1832 da un medico tedesco, Christian Schonbein, che ne descrisse l’odore e l’elevata capacità ossidante, ma negli anni Ottanta, fu un medico italiano, Cesare Verga, a scoprirne gli effetti benefici con l’utilizzazione della miscela di ossigeno-ozono applicata a patologie discali. La terapia viene utilizzata da diversi anni in diverse parti del mondo, tra cui anche in Italia.

«Questo trattamento non è una terapia alternativa ma una pratica medica, naturale, biologica ed efficace», dice il professor Marianno Franzini, presidente della Sioot (Società italiana ossigeno-ozono terapia). «A supporto di ciò esistono oltre 2500 diverse pubblicazioni scientifiche che confermano la bontà del trattamento. Non solo, una ricerca della FDA pubblicata sulla prestigiosa rivista “Science” ha evidenziato come il nostro sistema immunitario produca molecole di ozono per difendersi dalle infezioni. Per tale motivo la terapia combatte alcune patologie per le quali non c’è una cura gold-standard, come le infezioni da antibiotico-resistenza, la stanchezza cronica e la fibromialgia. Inoltre l’ozono terapia rappresenta il trattamento risolutivo per il 97% delle ernie discali e delle protrusioni discali».

OZONOTERAPIA E MEDICINA ESTETICA «L’ozono terapia è molto indicata nel trattamento della cellulite dato che ne combatte le cause, mediante tre meccanismi d’azione: esercita un’azione idrofoba, cioè scinde gli acidi grassi lunghi, riattiva la circolazione veno-linfatica ed elimina il ristagno dei liquidi attraverso le urine», spiega anche Maria Teresa Baldini, chirurgo estetico a Milano, Forte dei Marmi e Roma. «La sua applicazione è semplice e indolore. Si aspira da un’apparecchiatura certificata una miscela di ossigeno-ozono che viene somministrata con microiniezioni sottocutanee nelle gambe. Alla fine del trattamento è consigliato bere mezzo bicchiere di acqua ozonizzata per intensificarne l’azione. Sono consigliate circa 10/14 sedute con cadenza bisettimanale per ottenere dei buoni risultati. L’ozonoterapia è anche indicata per ridurre le borse sotto gli occhi, due/tre microiniezioni per borsa riducono il gonfiore».

L’ozono terapia svolge una potente azione antiage, essendo in grado di stimolare la rigenerazione cellulare. Bastano infatti poche sedute per conferire alla pelle elasticità e tonicità. Consigliata anche a chi è in giovane età, in via preventiva, l’ossigeno-ozonoterapia è in grado di ridurre lo stress ossidativo e quindi la formazione delle piccole rughe.

«Per una sferzata rigenerante a tutto l’organismo e per potenziare la risposta antiossidante, si può ricorrere all’autoemoterapia (o GAET), messa a punto in Germania, ma diffusa in tutto il mondo – continua ancora la specialista -. La miscela gassosa, in concentrazioni calibrate, che viene messa a contatto con il sangue prelevato dal paziente che viene attivato con ossigeno-ozono e poi reinfuso, è un trattamento non invasivo e privo di effetti collaterali. Per ringiovanire invece, viso, collo e décolleté, si eseguono delle microiniezioni della miscela nelle zone da trattare. Il consiglio è quello di fare un ciclo di una/due sedute settimanali almeno per un mese. Il costo? Molto inferiore rispetto a quello di un filler, ma il risultato è molto più naturale e persistente nel tempo, in quanto viene stimolata la produzione naturale di collagene».

Sindrome da Fatica o Stanchezza Cronica: sintomi, diagnosi e terapia

Pubblicato il 14 Mar 2019 alle 6:28am

La Sindrome da fatica o stanchezza cronica o encefalomielite mialgica o malattia da intolleranza sistemica allo sforzo (Systemic exertion intolerance disease – SEID), comunemente indicata anche come CFS/ME è una malattia multifattoriale idiopatica descritta da un rapporto dell’Institute of Medicine (IOM), pubblicato nel febbraio 2015, come «malattia sistemica, complessa, cronica e grave», caratterizzata da una profonda stanchezza, disturbi cognitivi, alterazioni del sonno, manifestazioni autonomiche, dolore e altri sintomi da affaticamento. (altro…)

Sindrome da stanchezza cronica, la causa forse in un sistema immunitario iperattivo

Pubblicato il 31 Dic 2018 alle 6:02am

La sindrome da stanchezza cronica (in inglese Chronic Fatigue Syndrome, CFS), caratterizzata da un’estrema spossatezza persistente per almeno 6 mesi accompagnata spesso da scarsa memoria, difficoltà di concentrazione, gola infiammata, mal di testa, sonno non ristoratore, dolore ai linfonodi, è una malattia molto complessa, difficile da diagnosticare e curare, perché non esiste un test che la faccia emergere. Colpisce fino a 17 milioni di persone in tutto il mondo, in prevalenza donne tra i 40 e i 50 anni. Chi ne soffre è spesso costretto a letto e non riesce a svolgere attività di base quotidiane. Le cause sono ancora sconosciute: si è parlato in passato di infezioni virali, di sistema immunitario debilitato o di squilibri ormonali. Oggi un studio recente condotto dai ricercatori del King’s College London’s Institute of Psychiatry, Psychology & Neuroscience ipotizza che dietro a questa sindrome ci sia una risposta immunitaria iperattiva.

Alice Russel e i suoi collaboratori hanno usato l’ interferone alfa per creare un modello della malattia in persone senza sindrome da fatica cronica ma con una patologia diversa, cioè l’epatite C. L’interferone alfa è stato usato come trattamento per l’infezione da epatite C: in quanto in grado di attivare il sistema immunitario allo stesso modo di una potente infezione. Molti pazienti che ricevevano il farmaco sperimentato hanno mostrato grande fatica durante il trattamento e alcuni continuavano a provare affaticamento cronico per molti mesi dopo il completamento della terapia. Il gruppo di studio ha misurato dunque la fatica e alcuni marcatori nel sistema immunitario in 55 pazienti affetti da epatite C prima, durante e dopo il trattamento con interferone alfa. Ebbene 18 di questi volontari su 55 coinvolti nello sutdio, hanno sviluppato una malattia simile alla sindrome da fatica cronica e tutti e 18 avevano un sistema immunitario iperattivo prima del trattamento e una risposta altamente iperattiva durante la terapia.

Questo dicono i ricercatori che «le persone che hanno una risposta immunitaria esagerata a un trigger possono essere più a rischio di sviluppare la sindrome da fatica cronica. Per la prima volta, abbiamo dimostrato che le persone che sono inclini a sviluppare una malattia simile alla sindrome da fatica cronica hanno un sistema immunitario iperattivo, sia prima sia durante una sua sollecitazione».