Nel processo d’appello bis per l’omicidio della giovane di Arce, il luogotenente Rosario Casamassima ha illustrato le conclusioni degli accertamenti tecnico-scientifici. Sui nastri che avvolgevano la testa e i capelli della ragazza trovati frammenti di legno, resina, colla e un residuo di vernice della caldaia. Divergenze tra accusa e difesa sulla ricostruzione dei fatti.
Nuovi elementi tecnico-scientifici tornano al centro del processo per la morte di Serena Mollicone, la giovane di 18 anni scomparsa il 1° giugno 2001 e ritrovata senza vita due giorni dopo in un bosco in località Fonte Cupa, nel territorio di Arce, in provincia di Frosinone.
Durante il processo d’appello bis, il luogotenente del Ris di Roma Rosario Casamassima, consulente della Procura generale, ha illustrato in aula le conclusioni degli accertamenti effettuati sui reperti raccolti durante le indagini.
Secondo quanto riferito dal rappresentante dell’Arma, le indagini tecnico-scientifiche condotte supporterebbero l’ipotesi che la testa di Serena abbia impattato contro la porta degli alloggi della caserma dei carabinieri di Arce.
Una ricostruzione che rappresenta un passaggio importante nell’ambito del procedimento giudiziario, ma sulla quale le parti processuali continuano a esprimere valutazioni differenti.
I 25 frammenti lignei trovati sui nastri che avvolgevano la testa
Nel corso della sua deposizione, Casamassima ha richiamato in particolare l’attenzione su 25 frammenti lignei individuati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa e i capelli della ragazza.
Gli accertamenti avrebbero inoltre rilevato tracce di resina e colla, elementi che, secondo il consulente della Procura generale, contribuirebbero a sostenere l’ipotesi dell’impatto con la porta degli alloggi della caserma.
L’esperto ha escluso possibili contaminazioni dei reperti, soffermandosi su cinque frammenti di legno rinvenuti esattamente tra i nastri adesivi e i capelli di Serena Mollicone.
Tra gli altri elementi repertati sui nastri è stato individuato anche un residuo di vernice riconducibile alla caldaia dell’alloggio.
Si tratta di reperti che assumono particolare rilevanza nella ricostruzione della dinamica dell’aggressione e dei luoghi in cui potrebbe essersi verificato il trauma alla testa della giovane.
La posizione della famiglia Mollicone: «Serena è entrata in caserma e non ne è più uscita»
Le conclusioni illustrate dal consulente sono state accolte positivamente dai legali della famiglia Mollicone, gli avvocati Antonio Iafrate e Federica Nardoni.
Secondo i difensori, quanto emerso durante l’udienza supporterebbe l’ipotesi accusatoria secondo cui Serena sarebbe entrata nella caserma di Arce e non ne sarebbe più uscita.
Particolare importanza viene attribuita anche al residuo di vernice della caldaia rinvenuto sui nastri adesivi, considerato dalla parte civile un elemento significativo per collegare i reperti all’ambiente della caserma.
La ricostruzione sostenuta dai legali della famiglia si inserisce nel quadro delle contestazioni oggetto del procedimento, nel quale gli accertamenti scientifici sono chiamati a contribuire alla ricostruzione di quanto accaduto nel giugno del 2001.
La difesa degli imputati contesta la ricostruzione
Di diverso avviso l’avvocato Fabio Quadrini, legale degli imputati, che ha contestato le conclusioni presentate dal consulente della Procura generale.
Secondo il difensore, nel corso dell’udienza sarebbe emerso un tentativo di adattare gli elementi disponibili a una ricostruzione già formulata, anziché verificare la teoria sulla base dei fatti.
L’avvocato ha inoltre sostenuto che il consulente si sarebbe contraddetto rispetto a precedenti dichiarazioni e ha ribadito la propria posizione: Serena non avrebbe impattato contro quella porta, che, secondo la difesa, non rappresenterebbe il mezzo lesivo.
Le dichiarazioni evidenziano ancora una volta la distanza tra le differenti interpretazioni degli elementi scientifici raccolti nel corso delle indagini.
La famiglia Mottola a processo per il delitto del 2001
Nel procedimento sono imputati Franco Mottola, ex comandante della caserma dei carabinieri di Arce, la moglie Annamaria e il figlio Marco.
Il processo d’appello bis rappresenta un ulteriore passaggio giudiziario di una vicenda che, a distanza di oltre venticinque anni, continua a interrogare l’opinione pubblica e a richiedere approfondimenti sul piano investigativo e processuale.
Serena Mollicone aveva soltanto 18 anni quando scomparve. Il suo corpo venne ritrovato in un bosco di Fonte Cupa, con la testa avvolta da nastro adesivo. Da allora, la ricerca della verità sulla sua morte è diventata una delle vicende giudiziarie più seguite della cronaca italiana.
La ricerca della verità prosegue in aula
La deposizione del luogotenente del Ris aggiunge nuovi elementi al confronto processuale sulla dinamica del delitto e sull’eventuale collegamento tra le tracce repertate e gli ambienti della caserma.
Da una parte, i consulenti e i legali della famiglia Mollicone ritengono che i reperti siano coerenti con l’ipotesi accusatoria; dall’altra, la difesa contesta la ricostruzione e la lettura degli accertamenti scientifici.
Sarà il percorso giudiziario a dover valutare complessivamente le prove, le consulenze e le dichiarazioni rese in aula.
A distanza di tanti anni dalla morte di Serena, resta centrale l’esigenza di arrivare a una ricostruzione rigorosa dei fatti e a un accertamento delle eventuali responsabilità, nel rispetto delle garanzie processuali e della presunzione di innocenza degli imputati.