In Italia si registrano circa 80 casi l’anno di sindrome emolitico-uremica nei bambini. Secondo Progetto Alice, circa il 15% sarebbe collegato al consumo di latte crudo e derivati. L’associazione chiede più controlli, una campagna informativa e indicazioni più chiare sui prodotti a rischio.
La sindrome emolitico-uremica (SEU) continua a rappresentare una grave minaccia per la salute dei bambini. In Italia si registrano ogni anno circa 80 casi pediatrici, una parte dei quali è riconducibile a infezioni provocate dal consumo di alimenti contaminati. Secondo i dati richiamati da Progetto Alice, circa il 15% dei casi sarebbe associato al consumo di latte crudo e dei suoi derivati.
Il tema è tornato al centro dell’attenzione anche dopo la drammatica vicenda di Mattia Maestri, il ragazzo morto a 13 anni dopo aver trascorso nove anni in coma, in seguito a una grave forma di SEU.
La richiesta: test specifici in tutte le Regioni
A chiedere un rafforzamento della prevenzione è Paolo Chiandotto, presidente di Progetto Alice, associazione che riunisce genitori e pazienti impegnati nella lotta alla sindrome emolitico-uremica.
Secondo Chiandotto, sarebbe necessario introdurre test specifici per l’individuazione della shigatossina in tutte le Regioni italiane, così da consentire una diagnosi più tempestiva e, allo stesso tempo, costruire una raccolta di dati epidemiologici più completa.
La shigatossina può essere prodotta da alcuni batteri, tra cui determinati ceppi di Escherichia coli. L’infezione può inizialmente manifestarsi attraverso una gastroenterite, ma in alcuni casi può evolvere verso una forma grave di SEU.
Quali sono i sintomi e perché è importante intervenire presto
La sindrome emolitico-uremica può provocare insufficienza renale acuta, anemia emolitica e riduzione delle piastrine. Nei casi più gravi possono comparire anche complicanze neurologiche, fino alla necessità di ricovero in terapia intensiva.
Particolare attenzione dovrebbe essere prestata quando una gastroenterite è accompagnata da diarrea emorragica, soprattutto nei bambini.
L’individuazione precoce dell’infezione può infatti consentire ai medici di monitorare tempestivamente il paziente e riconoscere eventuali segnali di evoluzione verso la SEU.
Latte crudo e formaggi: quali sono i rischi
Il latte crudo, cioè non sottoposto a pastorizzazione, può contenere microrganismi patogeni se contaminato. Il rischio può riguardare anche alcuni formaggi prodotti con latte crudo, soprattutto quando non siano state garantite adeguate condizioni igienico-sanitarie lungo la filiera.
Ma il latte e i suoi derivati non sono gli unici alimenti potenzialmente coinvolti. Le infezioni da batteri produttori di shigatossina possono essere associate anche al consumo di carne poco cotta, hamburger e verdure contaminate.
Per questo la prevenzione passa anche attraverso una corretta manipolazione degli alimenti e una particolare attenzione alla cottura della carne.
L’etichettatura richiesta da Progetto Alice
Oltre ai test diagnostici e a un sistema di sorveglianza più uniforme, Progetto Alice chiede una nuova etichettatura per i formaggi prodotti con latte crudo.
L’obiettivo sarebbe rendere immediatamente riconoscibile ai consumatori la presenza di un possibile rischio, soprattutto per le categorie più vulnerabili.
L’associazione propone che, quando il produttore non sia in grado di dimostrare l’assenza di Escherichia coli potenzialmente produttivi di shigatossina, venga inserita un’indicazione che sconsigli il consumo del prodotto alle persone maggiormente esposte alle conseguenze dell’infezione.
Bambini e persone fragili tra i soggetti più vulnerabili
Tra le categorie che richiedono maggiore attenzione rientrano soprattutto neonati, bambini e adolescenti, oltre alle persone fragili, alle donne in gravidanza e agli individui immunodepressi.
La richiesta dell’associazione è quindi quella di rafforzare contemporaneamente diagnosi, prevenzione e informazione, evitando che un’infezione inizialmente apparentemente riconducibile a una comune gastroenterite venga sottovalutata.
L’obiettivo è arrivare a una rete di controlli più omogenea sul territorio nazionale, accompagnata da una maggiore consapevolezza da parte delle famiglie sui rischi legati ad alcuni alimenti.