intervento chirurgico

Alex Zanardi, il bollettino medico: “Gravissimo, ma stabile. È intubato in intensiva”

Pubblicato il 20 Giu 2020 alle 11:27am

Dopo l’incidente che lo ha coinvolto, durante una gara di handbike, il campione bolognese lotta tra la vita e la morte al policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, dove adesso è tenuto in coma farmacologico. Il chirurgo: “Presto per fare valutazioni neurologiche, serviranno 7-10 giorni. In questi casi si migliora lentamente, ma si può peggiorare repentinamente”.

Zanardi è ancora in “gravissime condizioni”, è ricoverato “in terapia intensiva, è stabile e respira grazie alla ventilazione artificiale“. Sono queste le prime informazioni che ci giungono grazie al bollettino medico che è stato diffuso in mattinata dai sanitari che lo seguono.

Il campione del mondo, è stato vittima ieri di un gravissimo incidente stradale a bordo della sua handbike, con la quale è andato a sbattere contro un autoarticolato durante una gara in provincia di Siena. La direzione sanitaria dell’ospedale ricorda che “il paziente, sottoposto ad un delicato intervento neurochirurgico” nella serata di ieri, durato tre ore, “e successivamente trasferito in terapia intensiva, ha parametri emodinamici e metabolici stabili”. L’ex pilota di Formula 1 è stato sottoposto anche ad intervento maxillo-facciale per i traumi e le ferite riportate al volto e alla testa. “È intubato e supportato da ventilazione artificiale mentre resta grave il quadro neurologico“.

Tumore alla vescica e cistectomia

Pubblicato il 15 Feb 2020 alle 6:52am

Dopo il tumore alla prostata, quello del polmone e del colon-retto, il cancro della vescica è la quarta neoplasia più diagnosticata tra gli uomini in Italia. A dirlo è un recente rapporto chiamato «I numeri del cancro in Italia 2019», che indica che la percentuale del 12% sul totale delle diagnosi è quella del tumore alla vescica. Nella popolazione maschile è il quarto più prevalente, in quella totale il quinto. (altro…)

Sciatica, possibili cause e rimedi

Pubblicato il 29 Gen 2020 alle 6:14am

“La sciatica, non è una patologia ma un sintomo che esprime l’infiammazione dello sciatico, il nervo più lungo del corpo umano. Questo comprende alcune fibre nervose degli ultimi due nervi spinali lombari (L4 e L5) e dei primi tre nervi spinali sacrali (S1, S2, S3). Nasce, quindi, nel midollo spinale, transita nel gluteo e nella parte posteriore della coscia fino a raggiungere il piede», spiega Paolo Gaetani, responsabile dell’unità operativa di chirurgia vertebrale all’Istituto di cura Città di Pavia – Gruppo San Donato e co-autore de Il grande libro del mal di schiena (Bur).

La sciatalgia, non è altro che la spia di una condizione o di una malattia che irritano o comprimono il nervo in questione.

«Questo disturbo può essere causato da una protrusione discale. Si tratta di una deformazione dello strato più esterno di un disco intervertebrale che, spesso a causa dell’invecchiamento, si sposta dalla sua sede naturale e comprime i nervi spinali, tra i quali anche lo sciatico», continua Gaetani. In molti casi questa discopatia rappresenta il preludio di un’ernia, caratterizzata dal deterioramento del disco e dalla conseguente fuoriuscita della sostanza gelatinosa (nucleo polposo) contenuta al suo interno, che va a invadere lo spazio circostante e a «schiacciare» le radici nervose. Se ciò avviene nella zona lombare della colonna vertebrale, ecco che può insorgere la sciatalgia. «Questa condizione dolorosa, però, può essere determinata anche da una stenosi spinale, che è il restringimento del canale vertebrale nel quale decorrono le radici spinali, e da una spondilolistesi, contraddistinta da uno scivolamento in avanti di una vertebra rispetto a quella sottostante. Entrambe le patologie possono, in maniera diversa, comportare una compressione del nervo sciatico e accendere il dolore», prosegue il neurochirurgo.

La sciatica, ha origine, il più delle volte a seguito di problematiche di natura non spinale, come avviene nel caso della sindrome del piriforme, un piccolo muscolo che parte dalla superficie interna dell’osso sacro e si connette ai due lati del femore. Se questo è coinvolto in un trauma o è contratto a causa di sforzi fisici prolungati, anche il nervo sciatico può andarci di mezzo e infiammarsi, visto che il piriforme lo ospita nelle proprie fibre. Infine, altra causa è da attribuire ad un affaticamento delle fasce muscolari di gambe e glutei, che può indirettamente provocare pressione sui nervi lombari, o cadute o colpi violenti alla colonna, che possono causare fratture vertebrali e danneggiare le radici nervose spinali.

Quando il nervo sciatico è sollecitato da una pressione anomala si avverte un dolore acuto, che nasce sempre nella zona lombare, scende verso il gluteo e si estende in maniera variabile a seconda della radice interessata (L4, L5, S1, S2, S3). «Si può irradiare, infatti, o lungo l’arto inferiore lateralmente, passando poi per la tibia, o posteriormente, transitando dietro la coscia e per il polpaccio, arrivando fin sotto al piede», precisa Gaetani. Questa condizione dolorosa, che viene spesso descritta come una «scossa elettrica» ed è presente sia a riposo sia durante il movimento, è talvolta accompagnata da una sensazione di bruciore e intorpidimento, formicolio, debolezza dei muscoli della gamba e della caviglia. Raccogliendo informazioni in merito a questa sintomatologia, il medico può già farsi un’idea dell’entità del disturbo che, tuttavia, deve essere confermata da una serie di indagini strumentali.

Diagnosi della sciatica «Esami che solitamente vengono prescritti sono la risonanza magnetica o la Tac, che esplorano le radici dei nervi e, di conseguenza, possono dimostrare quali sono le patologie che provocano l’infiammazione del nervo sciatico», spiega il neurochirurgo. «A volte lo specialista richiede anche la radiografia per verificare la presenza di malformazioni del rachide o listesi».

Manovre manuali la diagnosi della sciatica In alcuni casi il medico ricorre a dei testi mirati di natura manuale. Con la manovra di Lasègue, ad esempio, al paziente, che si trova in posizione supina, viene chiesto di sollevare verso l’alto la gamba estesa e dolente, con la caviglia e il collo flessi. Se le fitte si accentuano quando l’arto in esame è flesso tra i 30 e i 70 gradi, allora con ogni probabilità il nervo sciatico è coinvolto nel processo doloroso. Il medico può servirsi del segno di Wasserman: dopo aver fatto accomodare il paziente in posizione prona, afferrare la gamba fino a formare un angolo di 90 gradi e flettere verso la testa. Anche in questo caso la comparsa di dolore è indicativa di un’irritazione delle radici nervose.

I farmaci consigliati Nella maggior parte dei casi la sciatalgia tende a risolversi senza ricorrere alla chirurgia, ma occorre avere pazienza perché per la guarigione può richiedere dalle sei-otto settimane. «Secondo le linee guida internazionali, la terapia della sciatalgia, indipendentemente dalla patologia che l’ha scatenata, dovrebbe prevedere inizialmente l’assunzione sistemica di farmaci antinfiammatori non steroidei, ad esempio a base di ibuprofene e acido acetilsalicilico, in grado sia di combattere l’infiammazione sia di attenuare la sintomatologia», spiega ancora lo specialista. Talvolta questi vengono prescritti in associazione a miorilassanti locali o orali, che favoriscono il rilassamento della muscolatura e inibiscono la sensazione dolorosa. «Se dopo otto-dieci giorni questi medicinali non hanno sortito alcun effetto e l’entità del dolore è rimasta invariata, si può ricorrere ai farmaci corticosteroidi, per bocca o tramite iniezioni intramuscolaria», aggiunge ancora l’esperto. «Il medico stabilisce dose e durata di questa terapia caso per caso, poiché da questi dipendono gli eventuali effetti collaterali del cortisone, come gonfiore, disturbi gastrointestinali e cefalea».

L’intervento chirurgico Tuttavia, con sintomi molto più severi, tanto da non rispondere ai trattamenti conservativi, lo specialista può suggerire l’intervento chirurgico, che varia a seconda della condizione o della malattia presenti.

Riposo nella fase acuta Quando il dolore è esploso da poco e ha già raggiunto il suo picco bisogna assolutamente evitare di praticare attività fisica. «Gli sport, soprattutto quelli che prevedono corsa, torsioni e repentini cambi di direzione come il tennis, il calcio e il golf, potrebbero aggravare l’infiammazione in corso, favorendone la cronicizzazione», avverte lo specialista.

Noduli Tiroidei: ogni anno 40.000 interventi, la maggior parte inutili

Pubblicato il 08 Ott 2019 alle 6:06am

I noduli alla tiroide colpiscono circa il 30% – 40% degli adulti e ogni anno sono causa di oltre 40mila interventi chirurgici. Ma nella maggior parte dei casi, dicono i ricercatori, si tratta di interventi inutili, a volte anche dannosi. I noduli sono benigni nel 95% dei casi e le donne ne soffrono più degli uomini in un rapporto di circa cinque a uno. Di questo argomento e di altre patologie legate all’endocrinologia e alle malattie metaboliche se ne è parlato alcuni giorni fa a Roma al settimo appuntamento di “ThyroidUpToDate”, organizzato dall’Associazione medici endocrinologici (Ame).

“La maggior parte degli interventi potrebbe essere evitata. Possiamo dire che oggi assistiamo ad un eccesso di interventismo chirurgico, che a volte può risultare addirittura dannoso se non effettuato in centri ad alto flusso, ovvero specializzati nella diagnosi e nel conseguente trattamento”, spiega Rinaldo Guglielmi, direttore della Struttura Complessa Endocrinologia e malattie del metabolismo dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale. “Nel caso di diagnosi di nodulo alla tiroide, è importante non allarmarsi: in circa il 95% dei casi è benigno. Percentuale che scende al 75% se consideriamo il numero di operazioni chirurgiche per patologia benigna. Esistono poi caratteri ecografici che ci aiutano a capire molto presto quando il nodulo può non essere benigno, e che dunque servono approfondimenti”, aggiunge Enrico Papini, coordinatore scientifico di Ame.

“Molto spesso – continua Guglielmi – nel corso di un intervento è necessario asportare la ghiandola nella sua interezza, ma non è sempre così. Ci sono casi di carcinoma della tiroide che non richiedono l’asportazione totale della ghiandola. In alcune condizioni non esistono caratteristiche specifiche di allarme, e quindi il rischio di una recidiva può essere basso. In questi casi basta asportare solo una parte. Questa procedura riduce i rischi dell’intervento chirurgico e migliora la qualità della vita”.

Tra le tematiche principali del congresso che si è tenuto a Roma, il 4 e il 5 ottobre scorso, emergono le patologie autoimmuni in corso di tiroidite cronica, gli effetti (desiderati e indesiderati) a breve e a lungo termine della terapia radiometabolica, l’approccio chirurgico e follow-up del carcinoma midollare della tiroide e la gestione dell’ipertiroidismo in gravidanza e età pediatrica.

Sudorazione eccessiva? Cosa fare per l’iperidrosi

Pubblicato il 22 Ago 2019 alle 6:23am

Non è una patologia grave, ma può provocare gravi problemi psicologici e sociali. Ecco allora come combattere l’iperidrosi, l’eccessiva sudorazione. (altro…)

Napoli, intervento record al Policlinico II: asportazione parziale del fegato in una donna in gravidanza

Pubblicato il 31 Gen 2019 alle 7:55am

Una paziente di 27 anni, alla 17esima settimana di gravidanza, è stata sottoposta un delicato intervento chirurgico di asportazione parziale del fegato per un angioma gigante (circa 20 cm di diametro), eseguito con successo. (altro…)

Tumore al colon asportato senza cicatrici grazie a un robot

Pubblicato il 29 Ott 2018 alle 7:33am

Un tumore del retto è stato asportato con successo senza cicatrici all’ospedale Molinette di Torino.

L’intervento non invasivo è stato effettuato su un paziente di 80 anni utilizzando il robot endoscopico Flex Robotic. (altro…)

Annapaola Xodo, racconta su Fb la sua triste storia dopo intervento al seno. “Restate come siete”

Pubblicato il 26 Ott 2018 alle 7:38am

E’ durato 7 anni l’incubo di Annapaola Xodo, una ragazza di Padova che ha avuto seri problemi di salute per un intervento di chirurgia estetica al seno. Annapaola dopo l’intervento chirurgico fatto nel 2011 Annapaola si è ammalata di quella che viene chiamata “breast implant illness”, ovvero la “malattia delle protesi mammarie”. Il suo corpo è stato lettaralmente intossicato dal silicone e i metalli pesanti contenuti nelle protesi, condannandola a 7 anni di «gambe gonfie e bollenti, gonfiore alla bocca, alla mandibola, alla lingua, intolleranze alimentari, dimagrimento drastico, pericardite acuta e diversi shock anafilattici».

Annapaola ha raccontato la sua storia su Facebook, spiegando come è cominciata: «Avevo il mondo in mano, facevo la modella, stavo per laurearmi a Milano e avevo un fidanzato da diverso tempo. Poi le delusioni amorose, l’insicurezza e la decisione di rifarmi il seno in una clinica privata. Dopo appena 20 giorni dall’intervento, però, comincia il calvario». I continui ricoveri al pronto soccorso e un intervento di rimozione delle protesi non sono serviti a migliorare la situazione della giovane padovana.

“Molte richieste ci vengono date attraverso media e la società. Sentiamo spesso la necessità di adeguarci, di essere accettati. Vogliamo conformarci a canoni di bellezza che sono condivisi che ci condizionano inconsciamente. Vogliamo essere diverse da ciò che siamo. È facile soffrire di mancanza di auto stima che ci spinge a fare scelte che ci fanno male. Qualunque scelta facciamo , la facciamo in quel momento perché pensiamo sia giusta per noi. È , invece, importante prendersi del tempo per apprezzarci per ciò che siamo. Amare la nostra persona, la nostra Anima. Noi siamo molto di più dei nostri corpi fisici . Spesso sentiamo dire “ non sono perfetta” invece di rendersi conto che si è perfetti. La nostra mente distorge la nostra immagine. Le nostre menti ci giudicano, creano dubbi e ci fanno dimenticare ciò che siamo.amatevi per come siete!!!!#malattiaoscura #nnsmetteremaidicredereesognare #breastimplantillness #annapaolaxodo”

Donna scopre di aver vissuto 28 anni con la lente incastrata nellʼocchio

Pubblicato il 17 Ago 2018 alle 10:43am

Ha vissuto ventotto anni con una lente a contatto incastrata nell’occhio una donna inglese che aveva perso la lente dopo che aveva subito un colpo durante una partita di badminton all’età di 14 anni. A ritrovarla dopo 28 anni, un oftalmologo, nel corso di una risonanza magnetica. La lente si era conficcata nell’occhio della paziente e non se ne era accorta. (altro…)

Messina, rimosso con successo tumore di 11 chili

Pubblicato il 29 Lug 2018 alle 7:10am

Un intervento straordinario è stato eseguito con successo al Policlinico universitario di Messina. Si tratta della rimozione di un tumore addominale il cui peso è pari ad 11 chili. La donna, una sessantanovenne, è stata già dimessa dall’ospedale.

L’operazione è stata effettuata da un’équipe guidata dal prof. Antonio Macrì, responsabile del programma interdipartimentale per la cura dei tumori peritoneali e dei sarcomi dei tessuti molli dell’ospedale universitario.

“Si tratta – spiega Macrì – di un caso estremamente raro, anche se non il primo da noi operato, sia per la sua natura istologica (sarcoma retroperitoneale gigante), ma, soprattutto, per le dimensioni che la neoplasia aveva raggiunto e per la diffusione in alcune regioni anatomiche difficilmente raggiungibili, con coinvolgimento di grossi vasi, rene, intestino, peritoneo, muscoli, ossa e strutture nervose. Il tumore occupava infatti tutto l’addome, dislocando l’intero intestino in una piccolissima porzione della cavità peritoneale”.

Il peso, le dimensioni (40 x 30 x 15 centimetri circa), l’importante e anomala vascolarizzazione, nonché i strettissimi rapporti che il tumore contraeva con alcuni organi vitali, hanno reso il trattamento chirurgico particolarmente delicato. L’intervento, durato circa sei ore, ha richiesto l’esecuzione di resezioni multiviscerali e ha consentito la rimozione completa del tumore. Il decorso post-operatorio non ha avuto complicanze e la donna è stata dimessa dopo due settimane. “Sembra incredibile che nell’era della prevenzione – sottolinea Macrì – ci si trovi ancora a trattare tumori di queste dimensioni, ma la sede di origine e le modalità di diffusione fanno sì che tali tumori diano segno di sé solo in fasi avanzate. Dobbiamo trovare strategie più efficaci – continua il chirurgo – per promuovere l’educazione sanitaria e coinvolgere sempre più persone nei programmi di screening, in modo da ridurre il numero di tumori in stadio avanzato e, comunque, in questi casi, è fondamentale affidarsi a Centri dedicati al trattamento di tali patologie”.