depressione

Attività fisica riduce disturbi mentali e consumo di farmaci

Pubblicato il 28 Mag 2019 alle 11:16am

Molti disturbi mentali possono migliorare grazie attività fisica. Parola di esperti. Fare esercizio fisico, significa alleviare significativamente i sintomi dei pazienti e ridurre il ricorso ai medicinali, oltre che al tempo di ricovero. A sostenere tali benefici è uno studio pubblicato su Global Advances in Health and Medicine da ricercatori della University of Vermont.

“L’esercizio non è mai stato considerato una vera e propria opzione terapeutica”, ha spiegato David Tomasi, autore principale dello studio. “Ma ora sappiamo che è così efficace da poter diventare importante quanto l’intervento farmacologico.” Come spiegano i ricercatori, infatti, la prescrizione di medicinali psicotropi è la prima cosa a cui molti medici ricorrono nella speranza di alleviare i sintomi dei pazienti. Mentre i rimedi non farmacologici, come esercizio fisico, non vengono molto spesso presi in considerazione.

Tomasi e il suo team hanno fatto costruire una nuova palestra a posta nel reparto psichiatrico del Medical Centre della University of Vermont. I ricercatori hanno poi chiesto a circa 100 pazienti, ricoverati per una serie di patologie tra cui disturbo bipolare, depressione, ansia e schizofrenia, di includere nei loro piani terapeutici alcune sessioni di allenamento da 60 minuti, quattro volte a settimana, oltre a cambiamenti alimentari. Le sessioni di attività fisica includevano esercizi cardiovascolari, da pesi a stretching, a cyclette. Ai partecipanti è stato poi chiesto di compilare, sia all’inizio che alla fine dello studio, alcuni questionari riguardanti i livelli di autostima e di umore e da lì si è scoperto che fare attività fisica abbassava i livelli di rabbia, ansia e depressione, e portava queste persone ad avere una maggior sicurezza e stima in se stesse.

Il nesso tra Serotonina, disturbo bipolare e maniacale

Pubblicato il 11 Mar 2019 alle 11:19am

La serotonina, ormone della felicità, è il fulcro attorno al quale ruotano i meccanismi che si trovano alla base delle possibili vie di guarigione della depressione. Tale ormone, deve essere presente nell’organismo a sufficienza, onde evitare il brusco e persistente calo dell’umore. Un deficit di questo neurotrasmettitore però, potrebbe, anche determinare altri tipi di disturbi psichici.

Il disturbo bipolare, è una malattia che riguarda l’alterazione del tono dell’umore caratterizzata da un’alternanza regolare di episodi di depressione maggiore ed episodi di mania (bipolare tipo 1) o di ipomania (bipolare tipo 2). I riscontri di questo possibile scenario sono stati scoperti da un gruppo di ricerca che ha condotto uno studio presso l’Università di Pisa, pubblicato sulla rivista «Scientific Reports»: il primo a dimostrare l’esistenza di un legame causale fra la riduzione dei livelli di serotonina nel cervello e l’insorgenza del disturbo bipolare.

Lo studio incentrato su sperimentazione condotta su topi, a cui veniva inibita la produzione di serotonina (e subito dopo mostravano comportamenti strani, come per esempio la perdita del senso del rischio, assimilabili a quelli delle persone che soffrono di disturbo maniacale) ha rivelato che se agli stessi animali veniva somministrato l’acido valproico, un farmaco comunemente usato per la cura del disturbo bipolare, i loro tratti comportamentali cambiavano e si normalizzavano.

Oltre all’analisi comportamentale, i ricercatori hanno condotto lo studio anche sulle cellule nell’ippocampo, dove i geni sono risultati essere più attivi proprio in corrispondenza della fase maniacale.

«Il nostro studio ha permesso di associare il deficit di serotonina allo sviluppo di sintomi riconducibili alla sindrome maniacale – spiega Massimo Pasqualetti, docente di biologia dello sviluppo e neuroscienze dell’ateneo toscano, coordinatore della ricerca -. Abbiamo dimostrato che la cosiddetta molecola della felicità è fondamentale per attenuare lo stress dettato da fattori di origine ambientale, mentre senza di essa il nostro cervello è più attivo: da qui appunto la fase maniacale che fa da contraltare alla depressione».

Depressione, in arrivo uno spray nasale dagli Usa

Pubblicato il 07 Mar 2019 alle 10:20am

Per il trattamento della depressione arriva dagli Usa, uno spray nasale a base di esketamina. La Food and Drug Administration (Fda), l’agenzia che regola i farmaci, ha infatti approvato questo farmaco per la terapia della depressione negli adulti che hanno provato altri antidepressivi senza risultato. Poiché però c’è il rischio di gravi effetti collaterali (come sedazione e dissociazione), oltre che di abuso o cattivo uso, lo spray sarà disponibile solo attraverso un sistema di distribuzione molto ristretto e a certe condizioni mediche e sanitarie. (altro…)

Alzheimer, schizofrenia e depressione: buone speranze dalla pillola della memoria

Pubblicato il 01 Mar 2019 alle 11:05am

Alcune ricerche e scoperte fatte dagli scienziati danno nuove speranze nella cura all’Alzheimer. Tali ricerche si sono concentrate sulla mitofagia, un processo che ricicla i mitocondri (la centrale energetica della cellula) se difettosi. Secondo alcuni ricercatori, infatti, questo meccanismo detto di “ripulitura” permetterebbe di “ritardare o prevenire i danni al cervello durante la malattia”. Su questa azione si sono concentrati gli studiosi danesi e norvegesi (università di Copenhagen e università di Oslo) che hanno pubblicato un articolo su Nature Neuroscience. «Se l’azione di ripulitura non funziona bene avviene un’accumulazione eccessiva di mitocondri difettosi nel cervello -, ha spiegato Vilhelm Bohr, del Center for Healthy Aging and National Institutes of Health di Oslo – Sia negli uomini che negli animali con Alzheimer questa carenza nel processo è presente, se interveniamo in animali vivi migliorando la ripulitura i sintomi dell’Alzheimer scompaiono». Sia nell’Alzheimer che negli stati di demenza si verifica un’accumulazione delle proteine tau e beta amiloide che inducono la cellula alla morte. In nuovi modelli animali i ricercatori hanno verificato che, spingendo la mitofagia, tale accumulazione tende a invece a diminuire o a rallentare. (altro…)

Depressione: scoperta una della possibili cause scatenanti

Pubblicato il 09 Feb 2019 alle 10:58am

La carenza di specifici batteri intestinali potrebbe predisporre in alcune persone disturbi depressivi. A rivelarlo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Microbiology che ha coinvolto due campioni indipendenti ciascuno di oltre 1000 volontari. Condotto da Jeroen Raes del VIB-KU a Lovanio, in Belgio, lo studio ha evidenziato che due tipi di batteri, Coprococcus e Dialister, che sono consistentemente ridotti nell’intestino di individui che soffrono di depressione. In un sottogruppo del campione gli esperti hanno anche collegato l’attività di alcuni batteri intestinali alla salute mentale, in particolare la capacità dei batteri di produrre una sostanza simile alla ‘dopamina’ (un neurotrasmettitore associato anche a senso di gratificazione) che è risultata essere legata a maggiori livelli di salute mentale.

Gli esperti hanno prima studiato il genoma del microbiota intestinale di 1054 individui afferenti allo studio Flemish Gut Flora Project; poi hanno ripetuto l’analisi su un secondo campione di 1062 individui afferenti al Dutch LifeLinesDEEP. Nel campione vi erano anche pazienti colpiti da disturbi depressivi (diagnosticati dal medico di medicina generale). In entrambi i casi sono emerse differenze nella composizione del genoma intestinale di individui con diagnosi di depressione rispetto ai soggetti sani di controllo. È emersa una minore varietà di specie batteriche nell’intestino di individui che soffrivano di disturbi depressivi e in particolare una carenza di certi ceppi. I ricercatori si stanno preparando ora per intraprendere un nuovo studio sull’argomento su un nuovo campione di individui; la ricerca partirà in primavera.

Depressione: tra 5 anni un esame del sangue potrà diagnosticarla

Pubblicato il 06 Dic 2018 alle 6:47am

Arriva una nuova svolta nella diagnosi della depressione, una novità a livello mondiale, che nasce dal lavoro e dallo studio di un ricercatore sardo. (altro…)

Mara Venier torna a Domenica In: “Ho sofferto di depressione, questa è la mia rivincita”

Pubblicato il 03 Ago 2018 alle 6:06am

«Tiè! Quattro anni fa ero una vecchia da rottamare e adesso eccomi di nuovo qui, ancora più vecchia, pronta a condurre Domenica In. Che goduria…». Mentre è alle prese con la moka, nella cucina di casa con vista spettacolare su tutta Roma, Mara Venier, 67 anni, è incontenibile: il prossimo 16 settembre tornerà al timore, per la decima volta del popolare contenitore domenicale di Rai1.

Per lei, una vera e propria rivincita, mentre sulla rete concorrente ci sarà ancora una volta, la sua carissima e imbattibile in termine di ascolti, Barbara d’Urso.

«Dopo che 4-5 mesi fa il vecchio dg Mario Orfeo (ora sostituito da Fabrizio Salini, ndr) e il direttore di Rai1 mi avevano chiesto di tornare, e io avevo accettato, non era successo altro. Pensavo che fossero solo parole. Tant’è vero che avevo quasi detto sì a una bell’offerta di Discovery Channel», racconta la Venier.

«Family Master Chef, un programma con famiglie normalissime che si sfidano ai fornelli con le ricette della loro tradizione personale. Le 4 puntate sarebbero andate in onda sul Nove, ma poi durante una riunione di lavoro – due mesi fa – mi hanno chiamato da Viale Mazzini: È pronto il contratto, quando firmi?», aggiunge ancora la presentatrice tv.

«Ci ho pensato una notte. E poi mi sono buttata. Voglio chiudere il cerchio. Sia chiaro: ogni direttore è giusto che faccia le sue scelte, però una come me, che alla Rai ha dato, e ricevuto, tantissimo, doveva essere trattata in maniera più elegante ed educata. Sono spariti, dopo avermi fatto sapere che ero vecchia. Quindi, faccio un anno della mia Domenica In e poi si vedrà».

«Mi sono impegnata per una sola edizione. Poi vorrei tornare a fare cose diverse. Spero che Laura Carafoli, il superboss di Discovery, mi voglia ancora. Con lei e la sua squadra mi sono trovata benissimo. Tutti professionisti coi fiocchi».

E alla domanda, come sono stati questi questi quattro anni lontani da mamma Rai, lei risponde: «Belli e difficilissimi. Quando nel 2015 è morta mia mamma, dopo anni di Alzheimer, ho desiderato andarmene anch’io. Sono stata a lungo depressa, non riuscivo a reagire. L’ho presa malissimo».

Individuati i geni della solitudine

Pubblicato il 16 Lug 2018 alle 6:53am

Sentirsi soli o riuscire ad essere socievoli dipende anche dai geni: esistono infatti 15 varianti genetiche legate a questi tratti del carattere. A spiegarlo sulla rivista scientifica Nature Communications sono i ricercatori dell’università di Cambridge.

Grazie ad un’analisi condotta in Gran Bretagna su circa 500.000 volontari, coinvolti nel programma britannico Biobank, il gruppo guidato da John Perry ha scoperto che c’è anche un possibile fattore biologico alla base di quella solitudine patologica che impedisce ad alcune persone di riuscire a entrare in contatto con chi le circonda, pur desiderandolo.

I ricercatori hanno infatti identificato 15 varianti genetiche associate all’isolamento sociale e altre invece in chi è più socievole e frequenta palestre, pub, club o gruppi religiosi.

“Ciò significa che non tutte le persone malate di depressione hanno questi geni, e che è anche per questo che gli stessi farmaci non funzionano su tutti i pazienti”, spiega all’ANSA Maurizio Pompili, professore di Psichiatria all’università La Sapienza di Roma.

“C’è un peso genetico su cui le terapie standard non funzionano. In altre parole – continua – non si può risolvere tutto con la terapia farmacologica o psicologica se ci sono queste basi genetiche. Se ne possono però gestire le conseguenze, aiutando queste persone ad esempio a migliorare la loro capacità di risolvere i problemi a livello sociale e ridurre le difficoltà tipiche di chi ha queste difficoltà di socializzazione”.

Nello studio si è anche osservato un legame tra i chili di troppo, la solitudine e i sintomi depressivi. Un maggior indice di massa corporea renderebbe più vulnerabili alla depressione e alle malattie cardiovascolari le persone con queste varianti genetiche della solitudine, spiega ancora l’esperto.

Amanda Southworth, 15 anni, combatte a lungo l’anoressia e la depressione, poi inventa app per aiutare gli altri

Pubblicato il 22 Giu 2018 alle 8:22am

Ha provato per ben 7 volte di togliersi la vita, poi ha scelto di aiutare gli altri e di diventare imprenditrice. Questa la storia di Amanda Southworth, ha 15 anni, e ha combattuto a lungo contro anoressia, ansia e depressione, malattie che l’hanno spinta per ben 7 volte al suicidio. (altro…)

I farmaci che possono provocare la depressione

Pubblicato il 18 Giu 2018 alle 6:32am

La pillola anticoncezionale o i comuni antidolorifici, possono provocare la depressione. Basta aprire il foglietto illustrativo e accorgersi dei possibili effetti collaterali. (altro…)