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Depressione, approvato uno spray nasale

Pubblicato il 24 Dic 2019 alle 7:08am

E’ stato approvato dalla Commissione europea Spravato* (esketamina) uno spray nasale, in associazione a un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (Ssri) o un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (Snri), per gli adulti che soffrono di disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento (Trd).

Si considerano affetti da Trd, tutti i pazienti che non hanno risposto positivamente ad almeno due diverse terapie antidepressive nel corso dell’ultimo episodio depressivo da moderato a grave.

A precisarlo una nota delle società farmaceutiche Janssen del Gruppo Johnson & Johnson.

Il disturbo depressivo maggiore (Mdd) colpisce circa 40 milioni di persone in Europa ed è la principale causa di invalidità al mondo. Per questi pazienti, l’obiettivo principale del trattamento è quello di alleviare i sintomi della malattia e ottenere la sua remissione, eliminando così, in larga parte tutti i sintomi depressivi.

Tuttavia, un terzo circa dei pazienti con Mdd non risponde alle terapie attualmente disponibili.

“L’approvazione di esketamina spray nasale – afferma Husseini K. Manji, responsabile globale dell’area terapeutica delle Neuroscienze presso Janssen Research & Development – offre un nuovo strumento per la cura dei pazienti affetti da disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento con un meccanismo d’azione innovativo. Siamo molto fieri di introdurre una nuova opzione di trattamento innovativa, che contribuirà a colmare un’importante lacuna terapeutica”.

L’approvazione di esketamina si basa sui dati del programma di sperimentazione clinica condotto su pazienti con Trd, in cui oltre 1600 soggetti hanno ricevuto esketamina. I dati emersi dimostrano che nei pazienti adulti (18-64 anni), a partire dal secondo giorno di terapia, il trattamento con esketamina spray nasale e un antidepressivo orale iniziato ex novo era associato a una maggiore riduzione dei sintomi depressivi rispetto al trattamento con un antidepressivo orale iniziato ex novo e uno spray nasale placebo. Il 70% circa dei pazienti trattati con esketamina ha risposto al trattamento, ottenendo una riduzione dei sintomi pari o superiore al 50%.

“Ho avuto pazienti che hanno sofferto di Mdd per moltissimi anni e hanno provato tante terapie, aspettando spesso 4-6 settimane per ottenere un effetto. La rapidità d’azione e le elevate percentuali di remissione osservate negli studi cardine rendono esketamina spray nasale un’opzione terapeutica molto promettente per i pazienti che ne hanno più bisogno”, spiega Siegfried Kasper, presidente dell’International College of Neuropsychopharmacology ed ex direttore del dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia dell’Università medica di Vienna.

Esketamina è un antagonista del recettore per il glutammato N-metil D-aspartato (Nmda) e quindi funziona in maniera diversa dalle altre terapie attualmente disponibili. Si ritiene che aiuti a ripristinare le connessioni sinaptiche tra le cellule cerebrali dei pazienti con Trd, rendendo possibile un aumento dell’attività e della comunicazione tra regioni specifiche del cervello. In base ai risultati degli studi clinici, si pensa che questo incremento di attività e comunicazione aiuti a migliorare i sintomi della depressione.

Lo smog inquina la mente, sale il rischio di depressione e suicidio

Pubblicato il 21 Dic 2019 alle 6:42am

Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health Perspectives, basato su dati di 16 Paesi, lo smog “inquina” la mente e l’umore aumentando anche il rischio di depressione e suicidio nelle persone che ne sono esposte. (altro…)

Attività fisica contro la depressione, annulla anche i rischi ereditari

Pubblicato il 09 Nov 2019 alle 6:15am

Fare attività fisica costante, protegge dalla depressione, anche le persone, che sono ad alto rischio per predisposizione genetica.

Trentacinque minuti di attività fisica al giorno in media sembrano sufficienti a neutralizzare il rischio di un episodio depressivo.

A darne notizia uno studio condotto presso il Massachusetts General Hospital (MGH) di Boston e pubblicato sulla rivista scientifica Depression and Anxiety: la pratica sportiva può minimizzare il rischio di un nuovo episodio depressivo in chi già soffre del disturbo e sembra controbilanciare il rischio genetico di depressione, suggerendo che la malattia non è un ‘destino inalienabile’ ma si può contrastare con corretti stili di vita.

Gli esperti hanno coinvolto nella loro ricerca quasi 8000 individui che hanno preso parte alla biobanca “Partners Healthcare”, esaminando per due anni il loro stato di salute e gli stili di vita (compresi i livelli di attività fisica svolta), registrando eventuali diagnosi di disturbi depressivi e confrontandone il genoma. In base alle informazioni genetiche gli esperti hanno calcolato per ciascuno un punteggio di rischio di disturbi depressivi. Ebbene è emerso che coloro che avevano il punteggio più alto (ad alto rischio di un episodio depressivo) ma che svolgevano regolarmente attività fisica erano protetti dal disturbo: in pratica il fatto stesso di praticare attività sportiva neutralizzava il loro rischio genetico. Invece, coloro che erano ad alto rischio genetico per la depressione e sedentari avevano una probabilità elevata di manifestare un episodio depressivo nei due anni di osservazione.

Depressione, donne più colpite rispetto agli uomini

Pubblicato il 18 Ott 2019 alle 6:27am

Il 19 ottobre si celebra la Giornata europea della depressione. (altro…)

Adolescenti, la pillola contraccettiva causa di depressione. Parola di esperti

Pubblicato il 02 Set 2019 alle 8:32am

Secondo recente studio, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Child Psychology, le giovani che fanno uso di contraccettivi orali da adolescenti sarebbero maggiormente esposte al rischio di sviluppare serie patologie psichiatriche, come ad esempio la depressione in età adulta.

A partecipare alle ricerche sono state 1236 donne provenienti da tutti gli Stati Uniti. Dopo aver appurato se avessero fatto uso di contraccettivi in precedenza, le volontarie sono state sottoposte a dei check up clinici per controllare il loro stato di salute.

Ebbene, i ricercatori in questione, hanno scoperto che le teenager che facevano uso di pillole contraccettive avevano tre il 200% e il 300% di possibilità in più di cadere in depressione da adulte rispetto a quelle che invece non le assumevano.

Cioccolato fondente, un valido alleato contro la depressione

Pubblicato il 06 Ago 2019 alle 7:57am

Secondo un nuovo studio, il cioccolato è in grado di agire in maniera potente sull’umore di chi lo consuma: gli esperti dell’University College London, della University of Calgary e dell’Alberta Health Services Canada hanno affermato infatti che il cioccolato fondente può arrivare a ridurre il rischio di depressione di 4 volte.

I ricercatori sono arrivati a tale risultato esaminando il 7,6% di un campione di 13.626 persone proveniente dalla Us National Health and Nutrition Examination Survey che risulta soffrire del “male di vivere”.

Percentuale questa che cala a solo l’1,5% fra chi mangia regolarmente cioccolato, fondente per la precisione.

La ricerca in questione, ha poi anche che rilevato che chi consuma questo tipo di cioccolato – fra 104 grammi e 454 grammi al giorno, ha anche il 57% di possibilità in meno di avere i primi sintomi depressivi. Sarah Jackson, alla guidato della ricerca, ha spiegato: “Questo studio fornisce alcune prove scientifiche del fatto che il consumo di cioccolato, in particolare quello fondente, può essere associato a ridotte probabilità di sintomi depressivi clinicamente rilevanti”.

Birra, due pinte al giorno aiutano a combattere la depressione

Pubblicato il 13 Lug 2019 alle 9:04am

Secondo un recente studio, la birra aiuterebbe a combattere e prevenire la depressione.

A darne notizia è il Sun, secondo la cui ricerca condotta dalla dottoressa Katalin Gemes dell’Istituto Karolinska di Svezia, bere un paio di birre al giorno aiuterebbe le persone a stare meglio. Lo studio è stato condotto su oltre 5000 individui i cui comportamenti sono stati analizzati per dieci anni: i risultati rivelano oggi che chi ha bevuto quantità moderate di alcool si è sentito meglio rispetto a chi non ha ne ha bevuto affatto.

Secondo questa ricerca, le persone che non hanno bevuto la birra avrebbero il 70% di probabilità in più di soffrire di depressione; il numero giusto di birre da bere ogni giorno per stare bene o meglio è 14 a settimana, ossia, appunto, 2 pinte al giorno. Nelle persone che hanno bevuto queste quantità di birra è stato rilevato solo un 5% di possibilità di andare incontro alla depressione. Secondo la ricercatrice, berla in compagnia farebbe ancora meglio. Perché gioverebbe ancora di più sul benessere psicofisico.

La birra dicono i ricercatori, aiuta l’organismo a produrre sostanze chimiche gradevoli come la serotonina. Ovviamente, però, non bisogna mai eccedere e limitarsi alle quantità consigliate, altrimenti l’effetto da positivo diventa negativo per la propria salute e anche per quanto riguarda la depressione.

Depressione, non è genetica, smentita associazione

Pubblicato il 26 Giu 2019 alle 6:09am

A 23 anni dalla scoperta del primo fattore genetico collegato alla depressione, e dopo l’identificazione nel corso degli ultimi due decenni di diverse altre variabili genetiche correlate con i disturbi depressivi, arriva un’ampia ricerca pubblicata sull’American Journal of Psychiatric che smentisce detta correlazione. Lo studio in questione, ha infatti dimostrato l’assenza di legami statisticamente significativi tra i principali 18 geni individuati almeno dieci volte nei principali studi e la depressione.

Lo studio, chiamato “No Support for Historical Candidate Gene or Candidate Gene-by-Interaction Hypotheses for Major Depression Across Multiple Large Samples”, condotto in Colorado, ha utilizzato per la prima volta una vasta banca di biodati con genoma provenienti da ampi campioni di popolazione e di controllo, arrivando così, ad un numero totale di 620 mila unità di persone.

I risultati illustrati sono stati inequivocabili: hanno evidenziato alcuna correlazione tra i geni studiati e la depressione.

Da qui, è emerso, che non risultano differenze significative di con disturbi depressivi maggiori tra i 18 geni individuati rispetto agli altri geni analizzati.

Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, garantiscono gli esperti, non ci sono garanzie che una persona soffrirà di una depressione in base alle caratteristiche di uno o più geni. “Siamo lontani dalla conoscenza di rapporti certi tra genetica e depressione, mentre l’ambiente sembra giocare il ruolo fondamentale”, afferma lo psichiatra Massimo Cozza, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Roma 2, uno dei più grandi in Italia.

Attività fisica riduce disturbi mentali e consumo di farmaci

Pubblicato il 28 Mag 2019 alle 11:16am

Molti disturbi mentali possono migliorare grazie attività fisica. Parola di esperti. Fare esercizio fisico, significa alleviare significativamente i sintomi dei pazienti e ridurre il ricorso ai medicinali, oltre che al tempo di ricovero. A sostenere tali benefici è uno studio pubblicato su Global Advances in Health and Medicine da ricercatori della University of Vermont.

“L’esercizio non è mai stato considerato una vera e propria opzione terapeutica”, ha spiegato David Tomasi, autore principale dello studio. “Ma ora sappiamo che è così efficace da poter diventare importante quanto l’intervento farmacologico.” Come spiegano i ricercatori, infatti, la prescrizione di medicinali psicotropi è la prima cosa a cui molti medici ricorrono nella speranza di alleviare i sintomi dei pazienti. Mentre i rimedi non farmacologici, come esercizio fisico, non vengono molto spesso presi in considerazione.

Tomasi e il suo team hanno fatto costruire una nuova palestra a posta nel reparto psichiatrico del Medical Centre della University of Vermont. I ricercatori hanno poi chiesto a circa 100 pazienti, ricoverati per una serie di patologie tra cui disturbo bipolare, depressione, ansia e schizofrenia, di includere nei loro piani terapeutici alcune sessioni di allenamento da 60 minuti, quattro volte a settimana, oltre a cambiamenti alimentari. Le sessioni di attività fisica includevano esercizi cardiovascolari, da pesi a stretching, a cyclette. Ai partecipanti è stato poi chiesto di compilare, sia all’inizio che alla fine dello studio, alcuni questionari riguardanti i livelli di autostima e di umore e da lì si è scoperto che fare attività fisica abbassava i livelli di rabbia, ansia e depressione, e portava queste persone ad avere una maggior sicurezza e stima in se stesse.

Il nesso tra Serotonina, disturbo bipolare e maniacale

Pubblicato il 11 Mar 2019 alle 11:19am

La serotonina, ormone della felicità, è il fulcro attorno al quale ruotano i meccanismi che si trovano alla base delle possibili vie di guarigione della depressione. Tale ormone, deve essere presente nell’organismo a sufficienza, onde evitare il brusco e persistente calo dell’umore. Un deficit di questo neurotrasmettitore però, potrebbe, anche determinare altri tipi di disturbi psichici.

Il disturbo bipolare, è una malattia che riguarda l’alterazione del tono dell’umore caratterizzata da un’alternanza regolare di episodi di depressione maggiore ed episodi di mania (bipolare tipo 1) o di ipomania (bipolare tipo 2). I riscontri di questo possibile scenario sono stati scoperti da un gruppo di ricerca che ha condotto uno studio presso l’Università di Pisa, pubblicato sulla rivista «Scientific Reports»: il primo a dimostrare l’esistenza di un legame causale fra la riduzione dei livelli di serotonina nel cervello e l’insorgenza del disturbo bipolare.

Lo studio incentrato su sperimentazione condotta su topi, a cui veniva inibita la produzione di serotonina (e subito dopo mostravano comportamenti strani, come per esempio la perdita del senso del rischio, assimilabili a quelli delle persone che soffrono di disturbo maniacale) ha rivelato che se agli stessi animali veniva somministrato l’acido valproico, un farmaco comunemente usato per la cura del disturbo bipolare, i loro tratti comportamentali cambiavano e si normalizzavano.

Oltre all’analisi comportamentale, i ricercatori hanno condotto lo studio anche sulle cellule nell’ippocampo, dove i geni sono risultati essere più attivi proprio in corrispondenza della fase maniacale.

«Il nostro studio ha permesso di associare il deficit di serotonina allo sviluppo di sintomi riconducibili alla sindrome maniacale – spiega Massimo Pasqualetti, docente di biologia dello sviluppo e neuroscienze dell’ateneo toscano, coordinatore della ricerca -. Abbiamo dimostrato che la cosiddetta molecola della felicità è fondamentale per attenuare lo stress dettato da fattori di origine ambientale, mentre senza di essa il nostro cervello è più attivo: da qui appunto la fase maniacale che fa da contraltare alla depressione».