tumori

Papaya, per proteggere il cuore e contrastare il rischio di cancro

Pubblicato il 01 Mar 2020 alle 6:48am

La papaya, originaria dell’America Centrale e, in particolare, della zona del Messico meridionale, se integrata nella propria alimentazione può rivelarsi un’ottima alleata per la salute cardiocircolatoria e la prevenzione dei tumori.

Per quel che concerne il primo beneficio, risulta essere la presenza di licopene e vitamina C. A dirlo uno dtudio del 2002, condotto da un’equipe della Pennsylvania State University che monitorando il ruolo dell’assunzione dei composti fenolici per quanto riguarda la prevenzione delle patologie cardiovascolari, scoprirono proprio questo.

Questo carotenoide è un noto alleato nella lotta contro i radicali liberi. Grazie a questa peculiarità, è in grado di contrastare l’ossidazione del colesterolo e, di conseguenza, di favorire il miglioramento della salute cardiovascolare.

Ma c’è di più Il licopene presente nella papaya è ottimo alleato anche contro la formazione di tumori. Nel 2017 uno studio lo ha confermato, presso l’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica di Varsavia, evidenziando che è in grado di riparare i danni a carico del DNA. La sua integrazione può tuttavia rappresentare una valida alternativa per tenere sotto controllo gli effetti ossidativi.

Rimanendo sempre nell’ambito della papaya come alleata nella prevenzione dei tumori, altro studio ancora, dell’Universidad Autónoma de Querétaro (Messico), che mettendo sotto esame, 14 frutti, e analizzandone l’effetto antiproliferativo riguardante le cellule del carcinoma mammario, la papaya ha fatto rilevare ottimi risultati.

Infine questo frutto, è una fonte preziosa di acqua e acido folico.

Tumori, cellule spediscono messaggi attraverso il sangue a nanoparticelle d’oro

Pubblicato il 29 Feb 2020 alle 6:29am

Le cellule tumorali spediscono dei messaggi attraverso sistema venoso e possono essere intercettate grazie a nanoparticelle d’oro, permettendo così, con un semplice esame del sangue di fare diagnosi precoce e monitorare la reazione alle terapie in malati oncologici. A dimostrarlo uno condotto dai ricercatori dell’università australiana del Queensland, pubblicato sulla rivista Science Advances.

Le nanoparticelle d’oro sviluppate per riconoscere le cosiddette vescicole extracellulari, delle piccole bolle fatte di membrana che trasportano ‘messaggi’ come “Dna, proteine e altre molecole: il loro carico può svelare molto di quello che accade all’interno delle cellule”, secondo quanto spiegato dalla ricercatrice Jing Wang, che lavora presso l’Istituto australiano per la bioingegneria e le nanotecnologie (Aibn).

Le vescicole vengono costantemente prodotte sia dalle cellule sane che da quelle tumorali e queste ultime, in particolare, le usano “per manipolare le cellule vicine, sopprimere e controllare il sistema immunitario”. Per scovarle, i ricercatori hanno sviluppato delle nanoparticelle d’oro attaccate a specifici anticorpi che riconoscono molecole presenti solo sulla superficie delle vescicole emesse dalle cellule tumorali. Una volta colpite dalla luce laser, le nanoparticelle emettono un segnale unico che può essere identificato come l’impronta digitale di quel paziente.

In collaborazione con l’Olivia Newton John Cancer Research Institute, i ricercatori hanno testato la loro tecnologia analizzando il sangue di 23 pazienti con melanoma, i cui risultati dimostrano che il test identifica in modo accurato le vescicole, permettendo di monitorare in tempo reale la reazione alle terapie di ciascun paziente.

Tumori: in 10 anni sono aumentati del 53% i pazienti vivi dopo la diagnosi

Pubblicato il 05 Feb 2020 alle 7:49am

IN DIECI anni, in Italia, i pazienti vivi che hanno avuto una diagnosi di tumore sono aumentati del 53 per cento. Due milioni e 250mila nel 2010, oggi 3 milioni e 460mila. Un risultato molto importante, che dimostra i passi in avanti fatti nell’assistenza oncologica e che colloca il nostro Paese ai vertici in Europa e nel mondo. Un risultato, certamente migliorabile, perché sono ancora troppe le differenze sul nostro territorio: dall’adesione e copertura degli screening ancora troppo basse al Sud, alla realizzazione delle reti oncologiche regionali a macchia di leopardo, alla disponibilità solo in alcune Regioni più virtuose di terapie efficaci e test in grado di analizzare il profilo molecolare del tumore.

E’ concreto il rischio di pericolose discrepanze a danno dei pazienti. Per questo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) chiede, in occasione della Giornata mondiale contro il cancro che si è celebrata ieri, che venga seguito l’esempio delle regioni più virtuose, a tutto vantaggio dei pazienti.

Giordano Beretta, presidente nazionale dell’Aiom e responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo dichiara: “La patologia è in costante crescita nel mondo per la diffusione di stili di vita scorretti, a cui si aggiungono anche fattori ambientali. La qualità del nostro Sistema Sanitario – prosegue lo specialista – è testimoniata dalla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, che presenta tassi più alti rispetto alla media europea nei tumori più frequenti: 86 per cento nel tumore alla mammella (83 per cento UE), 64 per cento del colon (60 per cento UE), 16 per cento del polmone (15 per cento UE) e 90 per cento prostata (87 per cento UE). E raggiungiamo questi risultati con minori investimenti: la spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil nel nostro Paese ha registrato un calo, passando dal 7 per cento nel 2010 al 6,5 per cento nel 2017, a fronte del 9,8 per cento della media europea. Vi sono, però, ancora differenze regionali che devono essere superate, perché nessuno rimanga indietro e tutti possano accedere alle cure più efficaci indipendentemente dal luogo in cui vivono”.

L’oms però lancia l’allarme riferendosi alla crescita maggiore di nuovi casi, stimata nell’81%, nei Paesi a basso e medio reddito, dove i tassi di sopravvivenza sono i più bassi. Se non ci sarà un cambio di rotta, “il mondo vedrà un aumento del 60% dei casi di tumore nei prossimi 20 anni”.

Tumori, guarigioni sopra la media Ue

Pubblicato il 23 Gen 2020 alle 7:15am

In Italia chi si ammala di tumore ha più possibilità di guarire rispetto a chi contrae queste malattie in altri paesi europei.

A dirlo, il rapporto «State of Health in the EU: Italy. Country Health Profile 2019» presentato a Bari.

Lo studio si sofferma sui dati della sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di malattie oncologiche. Il primo gradino che un malato di cancro deve superare: dopo 5 anni le probabilità di guarire definitivamente si alzano. Bene anche i tassi di sopravvivenza di chi si cura in Italia, piuttosto che altrove.

In particolare il rapporto riferisce che per il tumore alla prostata in Italia la sopravvivenza è pari al 90 per cento contro una media europea dell’87%. Per il cancro ai polmoni è del 16% in Italia e 15 in Europa, per quello al seno 86% in Italia contro l’83 europeo. Infine i dati per il tumore al colon: 64 in Italia e 60 in Europa.

Anche il rapporto annuale dell’Aiom, Associazione italiana di oncologia medica aveva confermato che il cancro non è più un nemico imbattibile. Quasi 3 milioni e mezzo di italiani (3.460.025, il 5,3 per cento) vivono dopo la diagnosi di cancro. Un dato in costante aumento, basti pensare che sono 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015. Il tasso di sopravvivenza medio in generale cresce: il 63% per le donne e il 54% per gli uomini, vivo a 5 anni dalla diagnosi.

Più bassa invece la media eurpea: 57 per le donne e 49 per gli uomini. In Italia almeno un paziente su quattro, pari a quasi un milione di persone, è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può considerarsi guarito.

Un risultato ottenuto grazie ad armi sempre più efficaci e alla maggiore adesione ai programmi di prevenzione e cure specialistiche mirate.

Proprio nel rapporto presentato a Bari viene evidenziato che «nel 2017, però, solo il 60 per cento delle donne della fascia di età tra i 50 e i 69 anni si era sottoposto a screening per il tumore al seno nei due anni precedenti. In questo caso la media Ue è più alta: il 61.

Decisamente ancora bassi i tassi di screening per il cancro al collo dell’utero: 40 per cento delle donne tra i 20 e 69 anni che si è sottoposto a screening negli ultimi tre anni. Molto più alta la media Ue: 66 per cento.

Va dunque evidenziato che nonostante la scarsa adesione alle campagne di prevenzione che offrono esami gratuiti, la sopravvivenza in Italia è molto più alta che altrove. Importante sottolineare la necessità di prendere parte ai programmi di screening anche se i casi di cancro sono in diminuzione (371mila nuovi casi nel 2019 contro 373mila del 2018) la prevenzione è la prima arma per sconfiggere la malattia. Dei casi del 2019 sono stimati 42.500 nuovi casi di tumore al polmone.

Accanto alla prevenzione importante anche un corretto stile di vita: circa un terzo dei decessi avvenuti in Italia nel 2017, ovvero 98mila, è attribuibile a fattori di rischio connessi ad una dieta sbagliata, al fumo, all’alcol e scarsa attività fisica.

Tumori, ecco dove in Europa e in Italia si muore di più

Pubblicato il 22 Gen 2020 alle 7:00am

Secondo gli indicatori messi in campo dall’European Regional Competitiveness Index, per valutare le politiche di sviluppo nei diversi territori, europei e italiani, stilando una e vera propria mappa dove si muore di più di tumore. (altro…)

Disponibili test del sangue che scoprono tumori in anticipo

Pubblicato il 15 Gen 2020 alle 7:12am

Antonio Russo, ordinario di Oncologia medica dell’Università di Palermo, spiega che sono disponibili test del sangue, anche in Italia, in grado di individuare tumori anche in anticipo. (altro…)

Testato nuovo farmaco, riduce fino a due terzi le dimensioni e il peso di alcuni tumori

Pubblicato il 09 Gen 2020 alle 7:23am

E’ stato sviluppato con successo un nuovo composto chimico anti-cancro, dai ricercatori della City University di Hong Kong. Questa sostanza, secondo i ricercatori, sarebbe in grado di ridurre fino a due terzi le dimensioni e il peso di alcuni tumori limitando così gli effetti negativi della chemioterapia. (altro…)

Attività fisica per prevenire 7 tipi di tumore. Ecco quali sono

Pubblicato il 30 Dic 2019 alle 6:56am

L’attività fisica può ridurre il rischio di ammalarsi di ben 7 tipi di tumore. L’analisi condotta su nove studi su oltre 750.000 adulti mostra che le quantità raccomandate di attività fisica nel tempo libero sono collegate a un rischio inferiore di sette tumori, con alcuni tipi di cancro che mostrano una relazione fra dose (di esercizio fisico) e risposta. (altro…)

Tumore delle vie biliari, come si manifesta. Sintomi e cure

Pubblicato il 05 Nov 2019 alle 6:11am

I tumori delle vie biliari sono un gruppo di neoplasie che colpiscono il fegato e che hanno origine a partire dai dotti biliari. Canali che trasportano la bile dal fegato all’intestino. Si distinguono in base alla posizione di insorgenza in: colangiocarcinomi intraepatici, se si sviluppano all’interno del fegato; colangiocarcinomi perilari se presenti all’ingresso dei dotti biliari e dei vasi sanguigni nel fegato; colangiocarcinomi extraepatici, se nascono all’esterno dell’organo; e, infine, carcinomi della colecisti. In totale sono circa 5000 gli italiani che ricevono ogni anno una diagnosi del genere.

«Mentre per i carcinomi delle vie biliari extra-epatiche i segni e sintomi più comuni sono quelli dell’ittero, colorazione giallastra della pelle e delle sclere oculari (la parte di norma bianca dell’occhio, ndr), urine scure, feci chiare, prurito – spiega Davide Melisi, oncologo al Policlinico di Verona e professore associato di Oncologia all’Università di Verona -. Per i colangiocarcinomi intraepatici i sintomi possono essere meno chiari, ad esempio, con perdita di peso o dolore al fianco destro irradiato posteriormente, ed essere scoperti “per caso” con esami eseguiti per altre ragioni del corpo umano. Così, che in oltre il 60 per cento dei pazienti la diagnosi viene effettuata quando il tumore è già in fase avanzata».

La presenza di ittero costituisce sempre un più che valido segnale per contattare subito il proprio medico di famiglia.

«Esistono alcune patologie del fegato molto ben riconosciute come fattori di rischio per i tumori delle vie biliari – risponde Melisi -: la colangite sclerosante, la litiasi biliare intraepatica, le cisti del coledoco e alcune infestazioni biliari parassitarie (poco comuni però alle nostre latitudini), l’epatite B e C, la cirrosi epatica e l’obesità che fanno lievitare ulteriormente il pericolo di sviluppare un colangiocarcinoma. Altri fattori di rischio sono l’età (due pazienti su tre hanno più di 65 anni) e il consumo di alcol (5-6 drink al giorno aumentano di 2-3 volte il rischio di colangiocarcinoma intraepatico). E’ un tumore abbastanza raro, ma chi rientra nelle categorie davvero a più “esposte al pericolo” (come i pazienti affetti da colangite sclerosante) possono eseguire una risonanza magnetica con colangiopancreatografia e il dosaggio del marcatore tumorale Ca19.9 con cadenza annuale. La sorveglianza nei pazienti a rischio più alto aumenta la probabilità di una diagnosi in uno stadio precoce, quanto la malattia è ancora suscettibile di una resezione chirurgica completa».

Le speranze di guarire da simili neoplasie dipendono sostanzialmente dalla loro localizzazione anatomica e dalla sua estensione al momento della diagnosi. Le statistiche indicano che a 5 anni dalla diagnosi è vivo il 10 per cento dei pazienti, ma se la chirurgia non è possibile la sopravvivenza media può essere inferiore a i 12 mesi. Fattori che possono significativamente ridurre la prognosi sono il coinvolgimento di strutture vascolari, dei linfonodi e la presenza di metastasi in organi a distanza come polmone, ossa, peritoneo o encefalo.

Al momento dice l’esperto si può fare ancora molto «Poco. Occorre, come prima cosa, mantenere un peso forma corretto attraverso una dieta equilibrata e fare esercizio fisico regolarmente, così come limitare l’assunzione di alcolici può certamente aiutare a ridurre il rischio di ammalarsi. E se si viaggia spesso in aree dove le parassitosi (infezioni parassitarie) biliari sono comuni, soprattutto in Asia, ricordarsi di non assumere acqua non purificata o cibi crudi».

Tumori: arriva a Roma il primo macchinario per l’ipertermia profonda

Pubblicato il 25 Ott 2019 alle 6:53am

Arriva a Roma, il primo macchinario in Italia per ottenere maggiore efficacia nelle cure contro i tumori dalla sinergia tra ipertermia profonda, chemioterapia e radioterapia.

Con questo obiettivo entra in funzione per la prima volta nel nostro Paese presso il Polo di radioterapia oncologica di via Emilio Longoni dell’Università Campus Bio-Medico di Roma un sistema di ipertermia profonda per la cura dei tumori in grado di ottimizzare la risposta a chemioterapia e radioterapia.

Il macchinario, testato con successo su numerosi tumori che colpiscono ampie fasce della popolazione quali (dati I numeri del cancro, 2019): sarcomi, prostata (il tumore più frequente nella popolazione maschile a partire dai 50 anni), pancreas (in Italia nel 2019 la previsione è di 13.500 nuovi casi, 6.800 negli uomini e 6.700 nelle donne), colon-retto (il secondo tumore più diffuso in Italia), ma anche tumori della testa e del collo, della mammella (rappresenta il 30% delle neoplasie femminili) e della pelvi, è stato inaugurato pochi giorni fa presso il rinnovato Polo di radioterapia oncologica situato nel quartiere prenestino della Capitale.

Il Polo di radioterapia oncologica di via Emilio Longoni, rinnovato anche negli spazi dedicati ai pazienti è una struttura completamente convenzionata con il SSN che occupa una superficie di circa 1400 metri quadrati e garantisce oltre 90mila prestazioni annue. Vi accedono pazienti anche dal centro Italia e altre regioni italiane.