dicembre 4th, 2020

Scienziati scoprono dentifricio e collutorio in grado di neutralizzare il virus che causa il Covid-19

Pubblicato il 04 Dic 2020 alle 6:03am

In questi mesi sul Coronavirus e sugli strumenti per combattero, o rallentarlo, sono state prodotte informazioni tra le più disparate. L’ultima, arriva dai lavoratori della GABA Schweiz AG, con sede a Therwil, la società svizzera della multinazionale di beni di consumo Colgate-Palmolive, la stessa che produce dentifrici e colluttori, che segue una notizia della BBC sull’effetto del collutorio sul Covid-19 che è stato esaminato dagli scienziati dell’Università di Cardiff. Ciò che si scopre è che attualmente è in corso un programma di ricerca clinica per validare la capacità dei prodotti per l’igiene orale di rallentare la diffusione del virus. Studi di laboratorio dimostrerebbero infatti che i dentifrici contenenti zinco o stagno e le formule di collutorio che contengono lo 0,07% di cloruro di cetilpiridinio (CPC) neutralizzano al 99,9 per cento il virus che causa la COVID-19, in 30 secondi.. Gli studi fanno parte di un programma di ricerca Colgate che comprende studi clinici tra persone contagiate per valutare l’efficacia di prodotti per l’igiene orale nel ridurre la carica virale nella bocca, rallentando potenzialmente la trasmissione della COVID19. La ricerca è stata condotta in un ambiente di laboratorio in una provetta che simulava la situazione nei canali nasali e orali della persona. Negli studi di laboratorio, i primi a includere i dentifrici testati che hanno neutralizzato il virus al 99,9% dopo due minuti di contatto. I collutori testati, invece, sono stati ugualmente efficaci dopo soli 30 secondi. Gli studi, completati a ottobre, sono stati condotti in collaborazione con il Public Health Research Institute e i Regional Biosafety Laboratories della Rutgers New Jersey Medical School (NJMS). Dai risultati, insomma, emerge che alcuni dentifrici e collutori potrebbero aiutare a ridurre la diffusione del SARS-CoV-2, il virus che causa la COVID-19, riducendo temporaneamente la carica virale nella bocca. Un potenziale valido aiuto – «Siamo nelle fasi iniziali delle nostre indagini cliniche, ma i nostri risultati preliminari di laboratorio e clinici sono molto promettenti», ha affermato la dott.ssa Maria Ryan, responsabile degli studi clinici Colgate. «Sebbene spazzolare i denti e sciacquare la bocca non sono una terapia né un modo per proteggere completamente un individuo dall’infezione, potrebbero tuttavia aiutare a ridurre la trasmissione e a rallentare la diffusione del virus, integrando i benefici che otteniamo indossando una mascherina per coprire bocca e naso, rispettando il distanziamento sociale e lavandoci frequentemente le mani».Il dott. David Alland, Chief of Infectious Diseases e direttore del Center for COVID-19 Response and Pandemic Preparedness, che ha condotto lo studio, ha dichiarato: «Dato che la saliva può contenere quantità di virus paragonabili a quelle che si trovano nel naso e nella gola, sembra probabile che il virus SARS-CoV-2 proveniente dalla bocca contribuisca alla trasmissione della malattia, soprattutto nelle persone con COVID-19 asintomatico che non tossiscono. Ciò fa ipotizzare che la riduzione della carica virale nella bocca potrebbe aiutare a prevenire la trasmissione del virus nel periodo in cui i prodotti per l’igiene orale sono attivi».Uno studio che ha coinvolto circa 50 soggetti ospedalizzati con COVID-19, ha dimostrato la capacità del dentifricio di ridurre temporaneamente e in modo significativo la carica virale nella bocca. I ricercatori prevedono di condividere le loro scoperte all’inizio di dicembre. Ulteriori studi di ricerca clinica sostenuti da Colgate su dentifrici e collutori sono nelle fasi iniziali presso la Rutgers, l’Albert Einstein Institute e presso la Chapel Hill Adams School of Dentistry dell’Università del North Carolina, con la partecipazione di circa 260 soggetti affetti da COVID-19. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, anche se i risultati mostrano che il collutorio può aiutare a uccidere il virus nella saliva, non ci sono prove che questo sia un metodo di trattamento efficace per Covid-19.

CS CoEHAR: Covid-19 e sigaretta elettronica: esiste rischio connesso?

Pubblicato il 04 Dic 2020 alle 6:00am

Svapare aumenta le percentuali di rischio di trasmissione dell’infezione da SARS-Cov-2 a causa delle piccole particelle emesse durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche? Per rispondere a questa domanda, il CoEHAR, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università degli Studi di Catania, in collaborazione con l’Istituto di Scienze Nucleari di Città del Messico e la Myriad Pharmaceuticals di Auckland, ha valutato le possibilità che le particelle emesse durante lo svapo possano aumentare il rischio di contagio da coronavirus. La ricerca ha evidenziato che, in considerazione della brevità dell’atto della svapata, del tempo di esposizione e dei dati statistici su carica virale e tassi di infezione, svapare comporterebbe un aumento di solo l’1% del rischio connesso alla trasmissione del coronavirus rispetto alla normale attività respiratoria a riposo.

LO STUDIO

Sia l’OMS che il CDC hanno da tempo riconosciuto il ruolo che le goccioline di saliva emesse durante qualsiasi attività respiratoria hanno nella trasmissione del Covid-19. Studiare quanto tali attività, come il parlare, il tossire o lo starnutire caratterizzino la diffusione dell’epidemia significa avere più strumenti per arginarla. Nel caso specifico del vaping (l’atto di inalare da una sigaretta elettronica), si è voluto studiare la possibilità che le goccioline emesse da un vaper infetto durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche possano aumentare il rischio di contagio.

Considerando che la propagazione dell’aerosol è influenzata dalla tipologia di device utilizzato, nello studio in oggetto è stato preso come riferimento lo stile di inalazione più comune, ovvero quello praticato da circa l’80-90% dei vapers il cosiddetto “svapo di guancia”, durante il quale il vapore staziona nella bocca prima dell’inalazione nei polmoni. Mancando dati specifici relativi all’emissione di droplets nel vaping, sono stati presi come modello i dati di esalazione del fumo delle sigarette convenzionali: i fumatori solitamente espirano una miscela di fumo e aria con un volume del 30-40% maggiore del normale volume respiratorio a riposo.

Sono stati utilizzati come parametri la quantità di sbuffi prodotta in media durante lo svapo, le dimensioni delle goccioline emesse, la temporalità limitata dell’azione e i dati sulla carica virale del Covid-19 e gli altri parametri di infezione per procedere a valutare il tasso di rischio considerando lo scenario classico di una abitazione o di un ristorante con normale ventilazione.

A valutazione eseguita, svapare comporta un aumento di solo l’1% del rischio: come paragone, 30 colpi di tosse nell’arco di un’ora corrispondono a un aumento del rischio del 260%.

“Studiare e comprendere quali sia il ruolo delle diverse attività respiratorie nella trasmissione del virus, è di fondamentale importanza per migliorare le strategie dirette al contrasto della diffusione dell’infezione e per informare correttamente la popolazione – ha spiegato il Prof. Riccardo Polosa, autore dello studio -. La nostra analisi dimostra che svapare in pubblico non comporta alcun rischio aggiuntivo rispetto a qualsiasi altra attività sociale, come mangiare insieme o incontrarsi per chiacchierare. Rimane comunque buona norma rispettare le norme di distanziamento, soprattutto in contesti di socialità. Quindi si allo svapo, ma rispettando sempre il distanziamento sociale e gli altri”.

Tutte le attività sociali, svapo incluso, nel loro insieme comportano un rischio residuale di contrarre l’infezione: anche nei luoghi chiusi, rispettare le persone con cui condividiamo momenti di socialità, adottando il distanziamento sociale e utilizzando i dispositivi di protezione, significa limitare il più possibile il propagarsi dell’infezione.

Svapare aumenta le percentuali di rischio di trasmissione dell’infezione da SARS-Cov-2 a causa delle piccole particelle emesse durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche? Per rispondere a questa domanda, il CoEHAR, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università degli Studi di Catania, in collaborazione con l’Istituto di Scienze Nucleari di Città del Messico e la Myriad Pharmaceuticals di Auckland, ha valutato le possibilità che le particelle emesse durante lo svapo possano aumentare il rischio di contagio da coronavirus. La ricerca ha evidenziato che, in considerazione della brevità dell’atto della svapata, del tempo di esposizione e dei dati statistici su carica virale e tassi di infezione, svapare comporterebbe un aumento di solo l’1% del rischio connesso alla trasmissione del coronavirus rispetto alla normale attività respiratoria a riposo.

LO STUDIO

Sia l’OMS che il CDC hanno da tempo riconosciuto il ruolo che le goccioline di saliva emesse durante qualsiasi attività respiratoria hanno nella trasmissione del Covid-19. Studiare quanto tali attività, come il parlare, il tossire o lo starnutire caratterizzino la diffusione dell’epidemia significa avere più strumenti per arginarla. Nel caso specifico del vaping (l’atto di inalare da una sigaretta elettronica), si è voluto studiare la possibilità che le goccioline emesse da un vaper infetto durante l’esalazione dell’aerosol delle sigarette elettroniche possano aumentare il rischio di contagio.

Considerando che la propagazione dell’aerosol è influenzata dalla tipologia di device utilizzato, nello studio in oggetto è stato preso come riferimento lo stile di inalazione più comune, ovvero quello praticato da circa l’80-90% dei vapers il cosiddetto “svapo di guancia”, durante il quale il vapore staziona nella bocca prima dell’inalazione nei polmoni. Mancando dati specifici relativi all’emissione di droplets nel vaping, sono stati presi come modello i dati di esalazione del fumo delle sigarette convenzionali: i fumatori solitamente espirano una miscela di fumo e aria con un volume del 30-40% maggiore del normale volume respiratorio a riposo.

Sono stati utilizzati come parametri la quantità di sbuffi prodotta in media durante lo svapo, le dimensioni delle goccioline emesse, la temporalità limitata dell’azione e i dati sulla carica virale del Covid-19 e gli altri parametri di infezione per procedere a valutare il tasso di rischio considerando lo scenario classico di una abitazione o di un ristorante con normale ventilazione.

A valutazione eseguita, svapare comporta un aumento di solo l’1% del rischio: come paragone, 30 colpi di tosse nell’arco di un’ora corrispondono a un aumento del rischio del 260%.

“Studiare e comprendere quali sia il ruolo delle diverse attività respiratorie nella trasmissione del virus, è di fondamentale importanza per migliorare le strategie dirette al contrasto della diffusione dell’infezione e per informare correttamente la popolazione – ha spiegato il Prof. Riccardo Polosa, autore dello studio -. La nostra analisi dimostra che svapare in pubblico non comporta alcun rischio aggiuntivo rispetto a qualsiasi altra attività sociale, come mangiare insieme o incontrarsi per chiacchierare. Rimane comunque buona norma rispettare le norme di distanziamento, soprattutto in contesti di socialità. Quindi si allo svapo, ma rispettando sempre il distanziamento sociale e gli altri”.

Tutte le attività sociali, svapo incluso, nel loro insieme comportano un rischio residuale di contrarre l’infezione: anche nei luoghi chiusi, rispettare le persone con cui condividiamo momenti di socialità, adottando il distanziamento sociale e utilizzando i dispositivi di protezione, significa limitare il più possibile il propagarsi dell’infezione.