Veneto, batterio killer: si indaga su cartelle cliniche

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 22 Nov 2018 alle ore 8:39am

Sono sei, le vittime accertate per l’infezione isolata nel dispositivo in uso nelle cardiologie di molti ospedali del Veneto. L’azienda produttrice ammette e si scusa per il disagio arrecato.

Ma in realtà potrebbero essere centinaia, i casi sospetti di infezione da Mycobacterium Chimaera, annidato nel serbatoio d’acqua del macchinario LivaNova Stockert 3T prodotto dalla LivaNova Deutschland GmbH e utilizzato per riscaldare o raffreddare il sangue del paziente operato a cuore aperto e sottoposto a circolazione extracorporea. Finora sono stati certificati, attraverso autopsia ed esame microbiologico specifico per micobatteri, 18 soggetti infettati, tra i quali sei sono morti: quattro a Vicenza, uno a Padova e uno a Treviso. Ma gli ispettori inviati dall’Azienda Zero nelle cinque Cardiochirurgie della regione, tutte pubbliche, sono ancora all’opera per acquisire cartelle mediche dei pazienti ricoverati e operati negli ospedali di Padova, Mestre, Treviso e Vicenza (l’Azienda ospedaliera di Verona ha acquistato il modello di un’altra azienda, la giapponese Terumo, e non ha registrato contaminazioni) con il supporto del dispositivo LivaNova.

Considerando che il Veneto conta ogni anno circa 4mila interventi a cuore aperto, il ministero della Salute ha chiesto a tutte le Regioni un dossier relativo agli anni 2010/2018, al vaglio ci sono pertanto centinaia di cartelle cliniche da valutare. La relazione finale sarà inviata dalla Regione al ministero e depositata nelle Procure competenti per territorio.

LivaNova — holding con sede nel Regno Unito e numerose filiali controllate interamente tra cui LivaNova Deutschland GmbH — ha inviato al ministero e alle Regioni un «avviso di sicurezza urgente», per ridurre «il potenziale rischio di infezione in Cardiochirurgia», firmato dal vicepresidente Joan Ceasar. Il consiglio è di trattare il macchinario con il perossido di idrogeno «in una concentrazione sufficiente a limitare la crescita microbica tra i cicli di pulizia e disinfezione regolarmente eseguiti ogni 14 giorni». «Questa pratica migliora la procedura di manutenzione dell’acqua», scrive Ceasar, che poi ammette: «Se la concentrazione di perossido di idrogeno nel circuito idraulico scende sotto le 100 parti per milione, è possibile che inizino a crescere microorganismi. Anche se l’acqua non entra in contatto diretto con il paziente, durante l’uso del dispositivo possono essere emessi aerosol in grado di trasportare batteri in sala operatoria. Alcuni di questi microorganismi potrebbero causare infezioni cardiovascolari». In caso di problemi, il vicepresidente esorta gli ospedali «a rivolgersi immediatamente al proprio rappresentante LivaNova per ottenere supporto». E si scusa per «eventuali disagi che questa situazione può aver causato». Un avviso che arriva otto anni dopo i primi casi d’infezione in Europa.

(Nella foto in alto uno degli apparecchi sotto accusa in una foto del 2016 del Wall Street Journal)