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Psoriasi, 3 mln di persone vivono con questa malattia autoimmune della pelle

Pubblicato il 24 Ott 2020 alle 6:56am

In Italia sono circa 3 milioni le persone che vivono con la psoriasi. Malattia autoimmune della pelle, molto comune e diffusa, tanto che a livello globale colpisce dal 2 al 4% della popolazione e di cui ancora non si conosce la cura definitiva. A provocarla una sfortunata combinazione tra disfunzione del sistema immunitario, patrimonio genetico ed esposizione a specifici fattori ambientali, tra i questi anche l’alimentazione scorretta.

In occasione della Giornata Mondiale della Psoriasi in programma il prossimo 29 ottobre, APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) lancia il progetto Cibo e Benessere, otto volumi per oltre 900 pagine di consigli, suggerimenti e ricette rivolti a coloro che soffrono di psoriasi e di malattie infiammatorie ma non solo. Un vero e proprio viaggio che dall’antipasto al dolce (ciascun volume è dedicato ad una portata), esplora il ruolo di tutti gli alimenti nella nostra dieta. Nella collana trovano spazio 350 ricette, 24 articoli scientifici e 27 articoli informativi, 14 Chef.

L’iniziativa nasce da un’idea della Presidente di APIAFCO, Valeria Corazza, per rispondere alle numerose domande sull’alimentazione dei pazienti, che spesso si trovano disorientati di fronte alla mole di informazioni spesso di difficile interpretazione. “Desideriamo celebrare la Giornata Mondiale della Psoriasi a ottobre 2020 con una campagna informativa che per la prima volta si focalizza sull’alimentazione. Il cibo è un amico insostituibile e con questo progetto vorremmo rispondere alla richiesta d’aiuto dei pazienti, che, sempre di più, si pongono domande sull’importanza di un’alimentazione corretta, capace di prevenire malattie e migliorare la qualità della vita, spesso senza avere risposte chiare. Anche perché, in materia di psoriasi, risposte certe non ce ne sono”.

In occasione della Giornata Mondiale della Psoriasi in programma il prossimo 29 ottobre, APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) lancia il progetto Cibo e Benessere, otto volumi per oltre 900 pagine di consigli, suggerimenti e ricette rivolti a coloro che soffrono di psoriasi e di malattie infiammatorie ma non solo. Un vero e proprio viaggio che dall’antipasto al dolce (ciascun volume è dedicato ad una portata), esplora il ruolo di tutti gli alimenti nella nostra dieta. Nella collana trovano spazio 350 ricette, 24 articoli scientifici e 27 articoli informativi, 14 Chef.

L’iniziativa nasce da un’idea della Presidente di APIAFCO, Valeria Corazza, per rispondere alle numerose domande sull’alimentazione dei pazienti, che spesso si trovano disorientati di fronte alla mole di informazioni spesso di difficile interpretazione. “Desideriamo celebrare la Giornata Mondiale della Psoriasi a ottobre 2020 con una campagna informativa che per la prima volta si focalizza sull’alimentazione. Il cibo è un amico insostituibile e con questo progetto vorremmo rispondere alla richiesta d’aiuto dei pazienti, che, sempre di più, si pongono domande sull’importanza di un’alimentazione corretta, capace di prevenire malattie e migliorare la qualità della vita, spesso senza avere risposte chiare. Anche perché, in materia di psoriasi, risposte certe non ce ne sono”.

Fase 3, il 20% degli italiani non può permettersi il dentista

Pubblicato il 16 Giu 2020 alle 6:41am

Un italiano su cinque, teme nel prossimo futuro di non potersi permettere delle cure specialistiche dal dentista.

A dirlo è un’indagine condotta dall’istituto di ricerca Key-Stone per conto della Sidp, la Società italiana di parodontologia e implantologia. Stando a una stima della stessa società scientifica, 70 milioni di visite erogate ogni anno potrebbero essere destinate a diminuire di un terzo. Non tutto, però, è perso: secondo Sidp, la teleodontoiatria può essere una delle valide risposte. Per spingere tante persone a curarsi senza spendere molto.

Per Luca Landi, presidente Sidp, “la crisi economica provocata dalla pandemia di Covid-19 rischia di ripercuotersi pesantemente anche sulla salute orale con effetti che potrebbero essere ancora più gravi rispetto a quelli avuti nel 2011, quando furono circa 2,5 milioni gli italiani costretti a rinunciare al dentista”. Secondo Nicola Marco Sforza, presidente eletto Sidp, la riduzione di un terzo sarebbe imputabile “anche per le necessarie procedure di sicurezza da adottare, fra la riduzione al minimo della permanenza in sala d’attesa e la sanificazione degli ambienti fra un paziente e l’altro”. “Ciò determina , pertanto, un aumento dei tempi necessari di ogni visita”, dice l’esperto. Sull’aumento delle parcelle Landi c’è anche un “diffuso e comprensibile timore”. “Ma un incremento delle tariffe comporterebbe un ulteriore problema di accessibilità a cure semplici ed efficaci per mantenere le gengive in salute – prosegue il presidente Sidp – Ridurre la priorità che devono avere la prevenzione, l’igiene orale e le visite di controllo sarebbe dunque un disastro per la salute pubblica per le implicazioni anche sistemiche delle patologie gengivali, di cui le fasce più deboli sarebbero le prime a fare le spese”. In Italia il 93% delle prestazioni odontoiatriche è erogata da studi privati, dunque, precisa il presidente Sidp, “non arginare l’abbandono dei controlli e delle procedure odontoiatriche vorrebbe dire abdicare al nostro ruolo di responsabilità sociale”. Proprio per questo gli esperti della Sidp stanno cercando di potenziare le possibilità di teleconsulto, valutate positivamente dal 40% degli italiani. “La Sidp ha già da tempo messo a disposizione dei pazienti un’app per autovalutare il proprio rischio di avere o sviluppare una malattia gengivale. Adesso stiamo valutando come integrare in questa applicazione anche la possibilità di fare un controllo a distanza per i pazienti che sono già in cura”, aggiunge.

Gravidanza, come scoprire l’ovaio policistico

Pubblicato il 12 Feb 2020 alle 8:16am

L’ovaio policistico si presenta quando vi è una grande presenza di follicoli inattivi, di ridotte dimensioni, che vengono chiamati micro-cisti. L’origine di questa condizione ha carattere ginecologico, non ormonale e può essere agevolmente accertata mediante una semplice ecografia. Secondo le recenti ricerche, una donna su quattro, soprattutto in un range d’età fra i 20 e i 30 anni – soffre di ovaio policistico. In alcuni casi questa condizione può comportare difficoltà nell’ovulazione o ritardi nel ciclo.

Qualora questi episodi si verifichino, appare opportuno rivolgersi subito ad imo specialista per valutare la condizione complessiva dell’apparato riproduttore.

Brufoletti, peluria sul volto, disturbi al ciclo mestruale, che può diventare assente, irregolare o scarso, irritabilità, sono questi i sintomi principali per una diagnosi certa e reale.

Tuttavia, la diagnosi dell’ovaio policistico non può essere solo clinica, ma si può avvalere anche di alcuni esami.

E’ necessario ricorrere a un dosaggio ormonale e ecografia. I primi sono eseguiti attraverso un prelievo e un esame del sangue, per valutare il livello ematico di androgeni, la seconda, un’ecografia transvaginale, che serve per visualizzare l’aspetto delle ovaie e le loro dimensioni.

La sindrome delle ovaie policistiche è una delle principali cause dell’infertilità femminile, a causa dei livelli anomali di FSH, LH, prolattina e testosterone causati da questa patologia.

l’eccesso di insulina possa essere una delle cause prevalenti della sindrome delle ovaie policistiche determinando un aumento della produzione di androgeni e interferendo, in questo modo, con la capacità di ovulare. Si è evidenziato, inoltre, come questa patologia sia riscontrata prevalentemente in donne con un basso grado di infiammazione. Questa condizione ha come conseguenza la stimolazione nella produzione di androgeni. Su questa patologia, inoltre, influisce anche il fattore ereditario: dal punto di vista statistico, infatti, una rilevante percentuale di donne affette da PCOS ha una storia familiare connessa a questa patologia.

Una volta effettuata la diagnosi, qualora non sussistano problematiche rilevanti, non è necessario alcun trattamento terapeutico, ma è necessario regolarizzare il proprio stile di vita, ad esempio prediligendo alimenti a basso contenuto di zuccheri. Qualora, invece, si rilevi una connessione fra la diagnosi e la persistenza di rilevanti problemi di salute, il primo passo è generalmente diretto ad affrontare i singoli sintomi che si sono venuti a manifestare nel corso del tempo. Innanzitutto, qualora venga riscontrata amenorrea od oligomenorrea, appare opportuno un trattamento farmacologico con somministrazione di estrogeni e progestinici, che possano consentire una diminuzione degli androgeni. In alcuni casi, soprattutto qualora vengano riscontrati elevati livelli di glucosio, il medico può prescrivere anche la metformina – utilizzata generalmente per il diabete di tipo 2 -, che può comportare effetti positivi sulla regolarità delle mestruazioni. Qualora la sindrome delle ovaie policistiche sia correlata ad una difficoltà nel rimanere incinta, il medico può ritenere opportuno un trattamento farmacologico a base di FSH e LH a supporto dell’ovulazione.

Lividi, cause e rimedi naturali

Pubblicato il 26 Ago 2019 alle 8:48am

Sarà capitato a tutti, una o più volte nella vita, di farsi male. Di battere con un braccio o una gamba contro qualche cosa e di vedere comparire nell’immediatezza qualche livido.

Ma cosa sono i lividi? (altro…)

Ebola, identificati due trattamenti sperimentali che la combattono, funzionano al 90%

Pubblicato il 15 Ago 2019 alle 6:05am

Si tratterebbe di due trattamenti sperimentali contro l’Ebola che hanno funzionato su circa il 90% dei pazienti su cui sono state usate, nell’ambito di uno studio su quattro, possibili nuove terapie contro la temibile malattia. (altro…)

Artrite reumatoide: fumo di sigaretta e scarsa igiene orale aumentano il rischio

Pubblicato il 22 Dic 2018 alle 7:25am

«L’artrite reumatoide è una malattia infiammatoria cronica su base autoimmune che colpisce principalmente le articolazioni ma è da considerare a tutti gli effetti sistemica – dice il dottor Carlo Selmi, responsabile di Reumatologia dell’Istituto Clinico Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano, il quale fa chiarezza su quali siano le caratteristiche della malattia, i più importanti fattori di rischio e le possibili terapie -. È la più note tra le malattie reumatiche. La sua frequenza nella popolazione è piuttosto alta: poco meno dell’1 per centro. L’80 per centro delle persone colpite è di sesso femminile. Avere dolori articolari non è fortunatamente sinonimo di artrite reumatoide. Il dolore proprio dell’artrite reumatoide è di tipo infiammatorio, colpisce le articolazioni periferiche di mani e piedi ed è associato la mattina a una rigidità molto prolungata (che supera i 30 minuti). L’artrite reumatoide è di per sé cronica (deve superare le sei settimane) mentre può riaccendersi e non ci sono episodi di durata limitata (come quella della gotta). La maggior parte dei pazienti sono “sieropositivi”, hanno cioè positività agli esami del sangue per il “fattore reumatoide” o anticorpi contro le proteine citrullinate».

«La genetica è un fattore di rischio non modificabile per l’artrite reumatoide – dice ancora l’esperto – : è però una componente necessaria ma non sufficiente. L’artrite reumatoide non è ereditaria ma come quasi tutte le patologie croniche presenta un maggior rischio di comparsa in famiglie dove si è già presentata. La predisposizione quindi è importante ma non giustifica nemmeno la metà della suscettibilità alla malattia. Esaminando la presenza di malattia in gemelli monozigoti infatti si è visto che la componente genetica pesa per circa il 25%».

«Anche essere donna è un fattore di rischio non modificabile e aumenta di 4 volte il rischio, tanto che l’80% dei pazienti è di sesso femminile. In questo caso sono gli ormoni sessuali che rivestono un ruolo importante perché il picco di incidenza è intorno ai 40-50 anni, ovvero intorno alla menopausa e durante la gravidanza la malattia migliora o arriva a spegnersi».

«Tra i fattori di rischio modificabili il principale è senz’altro il fumo di sigaretta – chiarisce ancora Selmi –, perché il fumo modifica un aminoacido (che diventa citrullina) all’interno delle proteine che, a sua volta può indurre una risposta immunitaria contro le proteine presenti nelle articolazioni, scatenando gli anticorpi anti citrullina e la malattia nei soggetti predisposti. L’altro fattore di rischio è la scarsa igiene orale: in una bocca con carie o poco pulita sono presenti alcuni batteri che presentano proteine citrullinate che creano gli stessi anticorpi che portano all’artrite».

Sintomi «Tipicamente l’artrite reumatoide esordisce contemporaneamente su più di 5 articolazioni, ha un andamento simmetrico e colpisce le articolazioni periferiche tranne quelle delle dita nella parte di falange più vicina alle unghie. La rigidità mattutina è superiore ai 30 minuti. E’ una malattia cronica e non colpisce la regione lombare della schiena; in casi fortunatamente rari può colpire la colonna cervicale», dice Selmi.

Diagnosi «La diagnosi si fa con una visita reumatologica e gli esami del sangue, anche se un 10 per centro dei pazienti è “sieronegativo”. Le radiografie aiutano poco se non per capire quanto danno sia già stato fatto. Invece l’ecografia articolare può far vedere la sinovite e l’infiammazione dell’articolazione ed aiutare la visita».

Cure «Ci sono tre fasi di terapie: all’inizio si somministra una dosa blanda di cortisone, anche perché funziona subito e a questo si associa un farmaco specifico, di solito il methotrexate; poi se fallisce si passa a un farmaco biologico (che viene fornito solo in ambito ospedaliero) oppure a un farmaco di nuova generazione chiamato “piccole molecole” (anche questo fornito solo in ambito ospedaliero). Caratteristiche comuni di questi farmaci sono legate all’immunosoppressione di vario grado e pertanto è raccomandato che chi assume queste terapie si sottoponga alle principali vaccinazioni».

Nadia Toffa e il suo forte messaggio su Twitter ai fan: “Non so se la chemio mi guarirà”

Pubblicato il 20 Nov 2018 alle 6:00am

“La chemio non so se mi guarirà ma di certo non mi ucciderà. State lontani da questi mascalzoni”. Nadia Toffa ha voluto mettere in guardia i suoi fan dalle cure “alternative” contro il cancro e lo ha fatto riferendosi alla sua situazione personale.

La conduttrice ha condiviso infatti sul suo profilo Twitter la storia di una sedicente guaritrice che sostiene di aver curato malati con la sola imposizione della mani raccontata in un servizio de Le Iene andato in onda domenica sera. La posizione di Nadia nei confronti di questi personaggi che definisce “mascalzoni” è netta: sono «pericolosissimi», scrive ancora la iena.

Un messaggio contro i guaritori, contro i finti medici che promettono cure senza l’aiuto della medicina. Ma anche un velato pessimismo, in merito alla sua situazione attuale. “Non so se guarirò” ha scritto la giornalista de Le Iene in uno dei suoi ultimi twitt, in cui ha voluto ribadire con grande forza l’importanza delle terapie tradizionali contro i sedicenti guaritori.

Come accogliere un gatto in casa

Pubblicato il 19 Nov 2018 alle 6:05am

Da più di duemila anni i gatti sono i padroni delle nostre case. Questi piccoli e morbidi felini sono entrati nei nostri cuori (e ovunque riescano a infilarsi) già dall’Antico Egitto, dove venivano addirittura venerati… Se si decide di adottare un gatto in casa propria, è essenziale considerare alcune cose, per sceglierlo e accogleirlo al meglio. Vediamo quali:

1. Se si soffre di allergie. I fenomeni allergici verso i felini sono piuttosto frequenti. Non è il pelo del micio a provocare disturbi ma la loro saliva con cui lavano la pelliccia quotidianamente.

2. Un gatto non è un gioco. Se si pensa di regalarne uno al proprio figlio è bene parlarne subito in modo tale che capisca la responsabilità che insieme a tutta la famiglia dovrà assumersi.

3. Il gatto non è del tutto indipendente, in quanto ha bisogno di coccole, cure e di stare al centro dell’attenzione. Non andrebbe pertanto, lasciato sempre solo e chi si assenta tutto il giorno per lavoro dovrà ritagliare comunque momenti di attenzioni e cure per il suo felino. Un tempo per giocarci, coccolarlo e accudirlo quando si è di rientro a casa.

4. Il gatto costa: necessita in primo luogo di sterilizzazione, vaccini e visite regolari del veterinario che per i gatti anziani diventano più frequenti. Poi prodotti antiparassitari da usare con regolarità, cibo di qualità, medicinali e terapie eventuali.

5. Il gatto può restare solo in casa per una notte (con cibo e acqua a disposizione). Se ci si assenta per più notti è meglio richiedere l’aiuto di persone fidate che abbiano una certa dimestichezza con gli animali. Il tempo di visitarlo tutti i giorni anche per accarezzarlo e farlo giocare, oltre che per mantenere pulita lettiera e non fargli mancare cibo e acqua necessari a sufficienza. Ci sono gatti, infatti, che essendo molto puliti, e dispettosi, se non ricevono al mattino acqua e cibo freschi, finiscono col non mangiare e bere per giorni interi.

6. Gatto piccolo o adulto? Meglio grandicello. Il carattere si evidenzia a partire dai 6 mesi di età.

7. I caratteri (di proprietario e micio) devono coincidere. Ad esempio un gatto più indipendente andrà bene per chi si assenta tutto il giorno da casa. I gatti più affettuosi sono l’ideale invece per famiglie con bambini e anziani, con persone che durante il giorno restano in casa.

8. Avete una casa adatta? Il gatto ha bisogno di movimento, se l’appartamento è piccolo è una buona idea montare delle mensole in altezza per permettergli di scalarle. I gatti amano molto stare in alto.

9. Capire se si ha la casa con balconi o giardino ideali. Meglio montare reti di sicurezza perché molti gatti hanno l’abitudine da finestre e balconi, magari inseguendo insetti o uccelli.

10. Meglio un gatto con pedigree o senza? Le scelte sono personali ma i gatti abbandonati in gattili comunali o nati per strada sono senz’altro più affettuosi e bisognosi di cure. E’ possibile pertanto adottarli attraverso associazioni di animali, annunci social, studi veterinari, amici e persone di famiglia.

Numerosi studi scientifici inoltre sostengono che avere un gatto in casa faccia bene alla salute fisica e mentale!

Chi ha un gatto in casa, giura infatti di sentirsi più rilassato e calmo: il sonno placido del gatto è infatti contagioso!

Inoltre, la presenza di un gatto in caso sembra dare un più sollievo e ristoro a coloro che hanno subito un lutto recente o un trauma grave. Il gatto, dalla sua, con il suo pelo morbido e la sua calma tantrica, il suo fare le fusa, può essere un caro ascoltatore dei nostri problemi e sfogarsi con lui divenire un vero e proprio sfogo!

Anche i gatti come i cani, poi, sono animali molto attenti e sensibili. Vi leggono nel cuore e negli occhi. Non si avvicinano a chi non li ama.

I padroni di gatti sono più anticonformisti, aperti, intelligenti ed empatici dei padroni di cani, perché la loro natura rispecchia perfettamente l’indole del felino!

E ancora… Prendersi cura di un gatto abbassa il livello di stress e ha un effetto calmante su cuore e mente. Uno studio ha rivelato che chi ha avuto un gatto per un lungo periodo corre, considerando ovviamente anche le condizioni di salute, un rischio minore del 30% di ammalarsi di cuore e di soffrire di depressione. Questo accade naturalmente, perché, forse, chi vive a contatto quotidiano con un gatto è in genere una persona più tranquilla e tende ad essere meno stressata di altre.

Reumatismi: trattare prima per trattare meglio e risparmiare

Pubblicato il 18 Giu 2018 alle 7:05am

L’arrivo dei farmaci biologici ha rappresentato una importante rivoluzione contro le malattie reumatiche. Ma la disponibilità di nuovi medicinali non è l’unico aspetto su cui dover contare. Serve anche poter incrementare la diagnosi precoce e l’avvio tempestivo dei trattamenti, per potenziare le performance: “Qui all’Eular per esempio si è parlato anche dei dati relativi all’artrite reumatoide in cui si arriva anche al 90% di remissione della malattia quando trattata nelle fasi molto iniziali della malattia – questo è quanto dice Roberto Caporali reumatolgo dell’Università degli Studi di Pavia e segretario nazionale della Sir – questo prevede una rapidità di diagnosi precoce e avvio al trattamento estremamente efficaci”. E dimostra, continua l’esperto, che se al di fuori degli studi clinici, nella pratica, con una rete di reumatologi adeguata, riuscissimo a “spingerci ancora più in là rispetto ai 5-6 mesi di ritardo diagnostico probabilmente avremmo ottimi risultati anche con i farmaci tradizionali, diminuendo i costi diretti e indiretti delle malattie”. E scongiurando il rischio di disabilità.

Tumore al seno in stato avanzato, una scoperta rivoluzionaria. Donna salva grazie ai linfociti T

Pubblicato il 07 Giu 2018 alle 8:23am

Un gruppo di ricerca guidati da Steven Rosenberg del National Institutes of Health di Bethesda in Maryland ha scoperto che i linfociti T di una donna con tumore al seno in stato avanzato sono stati in grado di eliminare completamente il tumore e tutte le metastasi, offrendole una chance di cura laddove tutte le terapie convenzionali somministrate precedentemente avevano fallito. Reso noto sulla rivista Nature Medicine, è un traguardo molto importante per la ricerca, senza precedenti. La paziente è da due anni libera del tutto dalla malattia. Si tratta infatti della prima applicazione di successo della “immunoterapia a cellule T” per il cancro del seno in fase avanzata.

“Abbiamo sviluppato – spiegano il ricercatore a capo dello studio – un metodo molto efficace per identificare le mutazioni presenti in un tumore che sono riconosciute dal sistema immunitario. Questa ricerca è sperimentale in questo momento, ma poiché questo nuovo approccio all’immunoterapia dipende dalle mutazioni, non dal tipo di cancro, è in un certo senso un progetto che possiamo usare per molti tipi di tumore”. Attualmente sono due gli approcci più efficaci di immunoterapia – che è l’ultima frontiera della lotta ai tumori e si basa sull’uso delle difese del corpo del paziente per sconfiggere la malattia: il primo è l’attivazione delle cellule immunitarie del paziente direttamente nel suo corpo tramite farmaci (ad esempio anticorpi specifici), il secondo è una terapia basata sull’uso diretto di cellule immunitarie.

Con questo approccio terapeutico i linfociti T del paziente sono isolati dal suo sangue o dal tumore stesso e poi gli scienziati selezionano solo le cellule di difesa in grado di riconoscere e attaccare la neoplasia. Questi linfociti T specifici per il tumore vengono coltivati in provetta e poi iniettati nuovamente nel corpo del paziente. Nel caso specifico la protagonista aveva un carcinoma mammario metastatico e aveva già ricevuto diversi trattamenti multipli, chemioterapici e ormonali, che però non avevano impedito al cancro di espandersi e di progredire. Per gli scienziati era una paziente ormai incurabile, l’unica opzione era quella di sperimentare su di lei questa nuova terapia basata sull’uso diretto di cellule immunitarie: è stato un vero successo, le cellule T hanno eliminato il tumore e le metastasi e la donna risulta libera da malattia da due anni, pur non facendo più cure oncologiche.