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50° Congresso di neurologia: memoria, demenza e sonno al femminile

Pubblicato il 10 Ott 2019 alle 6:50am

I disordini del ritmo sonno-veglia sulle patologie neurologiche sono un campanello d’allarme. Le differenze epidemiologiche e terapeutiche tra uomo e donna in neurologia, nonché la memoria come principale elemento per la diagnosi neuropsicologica delle fasi prodromiche della demenza, le terapie geniche nelle malattie neuro degenerative sono tra i principali temi al centro del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia che si terrà a Bologna dal 12 al 15 ottobre e vedrà riuniti più di 2.500 specialisti provenienti da tutta Italia.

“Un’importante novità che presenteremo al Congresso Nazionale – ha affermato il Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente Società Italiana di Neurologica e Clinica Neurologica Università di Genova – è la realizzazione di un bando di ricerca finanziato per la prima volta direttamente dalla Società Italiana di Neurologia: 120.000 euro a sostegno di 3 progetti di giovani ricercatori under 40 che operino nei 3 diversi territori italiani – nord, sud e centro – e che dovranno avere come obiettivo la realizzazione di studi clinici, epidemiologici, ricerche applicate o ricerche di base sulla “Neurologia di genere”.

Differenze importanti quelle tra uomo e donna, sia in termini di diverso funzionamento del cervello – maggiori capacità in abilità motorie e nell’orientamento spaziale per il sesso maschile, maggiore empatia e memoria soprattutto verbale nel sesso femminile – sia in termini di diffusione delle patologie neurologiche a causa degli ormoni femminili, sia come risposta alle terapie farmacologiche con maggiori effetti collaterali a svantaggio delle donne. E per questo, pertanto, si sta diffondendo, come 150 anni fa è avvenuto per la medicina pediatrica, una nuova area della medicina. Quella che tiene, sostanzialmente conto delle profonde differenze uomo/donna e si indirizza verso una personalizzazione di genere, che parte dalla diagnosi sino ad arrivare alla terapia stessa.

“La SIN – Società Italiana di Neurologia – è da sempre impegnata nel promuovere gli studi neurologici attraverso iniziative che sostengano la ricerca scientifica – prosegue il Prof Mancardi – ma da quest’anno ha deciso di scendere in campo contribuendo direttamente a finanziare e anche indirizzare la ricerca neurologica in Italia con particolare riguardo nei confronti dei giovani più promettenti e delle diverse aree geografiche del nostro Paese. Si tratta di un impegno che vogliamo mantenere anche nei prossimi anni, cambiando di volta in volta il tema su cui focalizzare la ricerca.”

Le patologie neurologiche in Italia, come in Europa e nel resto del mondo, fanno registrare numeri alti, destinati ad aumentare a causa del progressivo aumento dell’invecchiamento della popolazione: circa 1.000.000 le persone affette da demenza, di cui 600.000 sono quelle colpite da Alzheimer, e 800.000 i pazienti con conseguenze invalidanti a causa di Ictus, patologia che ogni anno fa registrare ben 150.000 nuovi casi di questa patologia.

Sempre in Italia, il Morbo di Parkinson colpisce circa 300.000 persone, mentre l’Epilessia 500.000 nuovi casi, dei quali almeno un quarto presentano situazioni particolarmente impegnative. In minoranza, ma con un trend in costante aumento, 120.000 pazienti, spesso giovanissimi, sono colpiti da Sclerosi Multipla e quelli con malattie dei nervi o dei muscoli.

Il Congresso Nazionale della SIN torna a Bologna dopo 25 anni.

“Attraverso le numerose sessioni – ha affermato il Prof. Pietro Cortelli, Presidente del Congresso e Ordinario di Neurologia presso l’Università di Bologna – il Congresso sarà l’occasione per condividere con i partecipanti l’aggiornamento sulle più recenti acquisizioni nel campo delle malattie neurologiche così come un valido strumento di approfondimento per i ricercatori. Ampio spazio verrà dedicato, come sempre, ai giovani che avranno l’opportunità di presentare le proprie attività di ricerca. Alla luce dell’alto livello scientifico dell’evento, possiamo sicuramente ribadire che la Neurologia Italiana ha raggiunto ormai una posizione di prestigio e di riconoscimento a livello internazionale, grazie soprattutto alla produzione scientifica dei nostri neurologi, ma che c’è ancora da lavorare per migliorare l’attività assistenziale ai pazienti, che risente della sfavorevole congiuntura economica che il nostro Paese si trova ad affrontare”.

Nel corso della conferenza stampa di presentazione del Congresso Nazionale SIN, gli esperti si sono soffermati su temi al centro del dibattito della quattro giorni di lavori:

1. DISORDINI DEI RITMI CIRCADIANI IN NEUROLOGIA

Il Prof. Giuseppe Plazzi, del Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno dell’Università di Bologna ha spiegato che il sonno è un comportamento altamente conservativo, universalmente presente e che occupa una parte sostanziale della vita di un animale. L’invecchiamento è associato a cambiamenti e alterazioni del ciclo sonno/veglia; e nelle persone affette da patologie neurodegenerative (quali malattia di Alzheimer, demenze correlate e morbo di Parkinson) tali alterazioni, tuttavia, raggiungono un livello di compromissione maggiore e solitamente precedono di alcuni anni l’inizio del declino cognitivo e la comparsa di sintomi motori.

Allo stesso modo, vi è anche un accumulo di beta amiloide e, quindi, progressione della malattia causa di disturbi del sonno. Sonno e malattia di Alzheimer sono, quindi, legati da una relazione bidirezionale su cui si sta iniziando ad indagare.

Al centro del Congresso le più recenti novità provenienti dalla ricerca scientifica, come la pubblicazione su Science del 2019 di uno studio da cui emerge come la privazione di sonno, sia acuta che cronica, causata da un’alterazione del ritmo sonno-veglia incrementi i livelli della proteina β-amiloide nel cervello e nel liquido cerebrospinale favorendo così la patogenesi della malattia di Alzheimer.

Di conseguenza, la possibilità di identificare esami strumentali in grado di riconoscere precocemente queste alterazioni per trattarle opportunamente ripristinando un ritmo sonno/veglia regolare, potrebbe permettere di prevenire o arrestare la progressione della neuro degenerazione e mitigarne i sintomi correlati.

2. LA NEUROLOGIA DI GENERE: COS’È E QUALI SONO LE PROSPETTIVE

La Prof.ssa Gennarina Arabia, Coordinatrice Gruppo di studio SIN “Neurologia di Genere” e Centro per lo studio dei disordini del movimento dell’Università Magna Graecia di Catanzaro ha parlato di nuova sfida della medicina moderna nel realizzare sempre più una “medicina di precisione o personalizzata”. La medicina di genere, tenendo conto delle sostanziali differenze che esistono tra uomo e donna, mira a realizzare proprie delle strategie per la prevenzione, diagnosi e cura delle patologie ottimali per ogni singolo individuo.

Negli ultimi decenni, diversi studi hanno indagato le differenze strutturali e funzionali del cervello tra uomini e donne, con risultati contrastanti.

È ormai noto comunque che uomini e donne presentino differenze nell’incidenza, sintomatologia e gravità di molte malattie, così come una diversa risposta alle terapie e un diverso rischio di sviluppare reazioni avverse ai farmaci. Le terapie in uso agiscono in modo diverso sulle persone di entrambi i sessi. Ma le donne, che hanno in genere un peso corporeo inferiore e un dosaggio per kilogrammo più elevato, più spesso presentano effetti maggiori, inclusi quelli indesiderati.

In particolare, gli studi epidemiologici hanno dimostrato che alcune patologie neurologiche colpiscono in modo differente i due sessi. Tra le più diffuse, troviamo emicrania, demenza di Alzheimer e sclerosi multipla. Che risultano essere le patologie più frequenti tra le donne, mentre tra le malattie neurodegenerative che colpiscono più gli uomini troviamo il Parkinson. Poi c’è l’emicrania che colpisce le donne 3 volte di più degli uomini: su 6 milioni di pazienti in Italia, 4 milioni sono donne. Diverso è poi anche l’impatto della malattia: le donne riportano una qualità di vita peggiore rispetto agli uomini e perdono un numero maggiore di giornate lavorative e di attività sociali rispetto agli uomini. Nonostante ciò, le donne tendono comunque a recarsi maggiormente al lavoro con dolore o malessere rispetto agli uomini.

Al contrario, per quanto riguarda la malattia di Parkinson, gli uomini sono colpiti 1,5 volte più frequentemente delle donne ma sono queste ultime a sviluppare molto più spesso – 300% in più – gli effetti indesiderati della terapia farmacologica, soprattutto movimenti involontari invalidanti.

3. LA DIAGNOSI NEUROPSICOLOGICA DELLE FASI PRODROMICHE DELLA DEMENZA

Il Prof. Stefano Cappa, Ordinario di Neurologia presso la Scuola Universitaria Superiore di Pavia ci ha parlato invece di individuare precocemente i soggetti a rischio per declino cognitivo costituisce una priorità di salute pubblica. In particolare, un’attenzione crescente viene posta verso gli interventi di tipo preventivo, che appaiono avere un ruolo centrale per la riduzione del rischio di progressione da deficit cognitivi lievi alle diverse forme di demenza, in particolare la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare.

Gli strumenti tradizionali per la diagnosi dei disturbi cognitivi sono i test neuropsicologici, che devono essere sensibili e specifici: nel caso della memoria, ad esempio, è importante essere in grado di individuare deficit molto lievi, e di distinguerli dalle modificazioni che si osservano nell’invecchiamento fisiologico. Infatti alcuni aspetti della memoria, come la memoria di lavoro e la memoria episodica, diminuiscono fisiologicamente a partire dai 50-55 anni; sono lievi e hanno un carattere lentamente progressivo, riguardano compiti come il ricordare precisamente dove e quando abbiamo ricevuto un’informazione, o la capacità di tenere a mente più cose necessarie ad eseguire un compito. Chi invecchia si rende conto di queste difficoltà, e impara a compensarle, ad esempio prendendo più appunti o organizzandosi in modo preciso la giornata. I deficit di memoria che assumono una dimensione patologica riguardano circa il 10% della popolazione sopra i 60 anni. Si calcola che in Europa la dimensione di questa popolazione a rischio possa essere di 7 milioni di persone.

4. LA TERAPIA GENICA NELLE MALATTIE NEUROLOGICHE DEGENERATIVE

Il Prof. Adriano Chiò, Ordinario di Neurologia, Responsabile del Centro SLA, Università degli Studi di Torino ha parlato invece di malattie neurodegenerative come patologie progressive e non curabili, anche se alcune volte trattabili, che provocano la degenerazione progressiva e/o la morte delle cellule nervose. Nel complesso, causano disturbi nel movimento o del funzionamento cognitivo. Le più frequenti sono appunto l’Alzheimer, la malattia di Parkinson, le malattie del motoneurone come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e la SMa – Atrofia muscolare spinale.

Negli ultimi anni si sono sviluppate tecnologie che promettono di intervenire sulle alterazioni geniche, correggendole o bloccandone l’effetto. Fra le molecole più interessanti compaiono gli oligonucleotidi antisenso (ASO), già approvati per il trattamento della SMA, una grave malattia infantile dovuta a delezioni del gene SMN, e che hanno determinato un vero cambiamento della storia clinica dei bambini colpiti.

Sono in corso sperimentazioni farmacologiche con ASO per il trattamento di pazienti portatori di due geni causali della SLA, SOD1 e C9orf72, e per il gene della malattia di Huntington. Nel prossimo futuro si attendono studi con ASO anche su alcune fra le più comune forme di atassia spinocerebellare.

Sono in fase di sperimentazione clinica anche terapie geniche basate su vettori virali, che permetteranno di intervenire a livello genico con la sostituzione, l’attivazione o il blocco della trascrizione del gene alterato o il trasporto di geni che si pensa possano alleviare o arrestare specifiche patologie neurodegenerative. Queste metodologie sfruttano la capacità dei virus di entrare nel nucleo cellulare e di integrare il loro DNA in quello umano. Questo approccio terapeutico è già in fase di avanzata sperimentazione nella SMA, in fase II nella malattia di Alzheimer ed è in fase I nella malattia di Parkinson e nella SLA.

5. NOVITÀ SULLA MALATTIA DI PARKINSON

Il Prof. Roberto Eleopra, Vicepresidente SIN e UOC Neurologia 1 – Parkinson e Disordini del Movimento, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano ha rivelato che più recenti novità sulla malattia di Parkinson riguardano in primis la identificazione e caratterizzazione della sinucleina, identificata non solo come deposito patologico nei tessuti e/o nel liquor cerebrospinale (biomarcatore), ma anche perché possiede una diversa modalità di aggregazione proteica (misfolding), diversa tra Parkinson e altre malattie degenerative Parkinsoniane. Queste nuove conoscenze scientifiche hanno determinato in questi ultimi anni l’avvio di sperimentazioni cliniche anche nell’uomo, in particolare con terapie a base di anticorpi monoclonali diretti selettivamente proprio verso queste proteine anomale, al fine di rallentare o bloccare il processo degenerativo.

Anche la identificazione di forme di Parkinson dovute a mutazioni del gene GBA ha portato i ricercatori alla scoperta di nuove molecole terapeutiche, come ad esempio l’“attivatore allosterico specifico del gene mutato GBA”, che è già stato utilizzato in fase sperimentale in una piccola popolazione di soggetti con Parkinson da mutazione genetica.

Queste nuove terapie nell’uomo avrebbero come fine ultimo quello di identificare una possibile cura della malattia degenerativa, non prescindendo dalle valide terapie farmacologiche attualmente in presenti, con la speranza futura di modificare il decorso progressivo del Parkinson.

Sicuramente saranno necessari diversi anni per una possibile applicazione clinica, ma la ricerca traslazionale tra scienza sperimentale di base e clinica è ora una certezza.

Immunoterapia, ricercatori scoprono che è efficace anche contro il tumore al polmone

Pubblicato il 11 Set 2019 alle 6:07am

L’immunoterapia può riattivare il sistema immunitario per combattere il cancro, e di recente si è scoperto che è on grado di farlo anche contro il tumore al polmone. La molecola immunoterapica durvalumab ha infatti dimostrato, che è possibile migliorare in modo significativo, la sopravvivenza globale nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule (SCLC), ovvero la forma più aggressiva, non precedentemente trattati. Ad evidenziarlo uno studio giunto alla Fase III CASPIAN, in corso in più di 200 Centri in 22 Paesi del mondo, presentato alla Conferenza mondiale sul tumore del polmone dell’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC) a Barcellona.

Durvalumab, in combinazione con quattro cicli di chemioterapia, spiegano i ricercatori, “ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza globale rispetto allo standard di cura, costituito dalla sola chemioterapia: il rischio di morte si è ridotto del 27%” ed i risultati “hanno mostrato un beneficio prolungato di sopravvivenza globale con una stima del 33,9% di pazienti vivi a 18 mesi nel braccio sperimentale con durvalumab e chemioterapia contro il 24,7% di pazienti trattati nel braccio di controllo”. Lo studio, spiega Marina Garassino, responsabile della Struttura Semplice di Oncologia Medica Toraco Polmonare presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale di Tumori di Milano, “conferma un ruolo dell’immunoterapia nel trattamento di prima linea nei pazienti con una diagnosi di carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio avanzato. Rappresenta questo, il primo studio in grado di valutare la possibilità di combinare in questo tipo di malattia l’immunoterapia con diversi schemi di chemioterapia. I risultati mostrano un beneficio significativo in sopravvivenza globale”.

Il cancro del polmone è la principale causa di morte per cancro tra gli uomini e le donne. Rappresenta, infatti, ricordiamo, circa il 15% delle diagnosi ed in circa due terzi dei pazienti. Diagnosi che avviene il più delle volte, in uno stadio già avanzato della malattia.

Papillomavirus umano, è italiano il primo test al mondo in vendita in farmacia

Pubblicato il 09 Set 2019 alle 6:54am

E’ made in italy il primo test al mondo per la diagnosi precoce del Papillomavirus umano (Hpv) disponibile in tutte le farmacie. Che le donne e le adolescenti, eseguire a casa propria per individuare e tipizzare l’agente infettivo potenzialmente responsabile del cancro al collo dell’utero. L’hanno messo a punto Bruna Marini e Rudy Ippodrino, che dal 2009 al 2015 che hanno frequentato il Corso di perfezionamento in biologia molecolare della Scuola Normale di Pisa, fondando poi nell’Area Science Park di Trieste la startup Ulisse BioMed. Il test si chiama ‘Ladymed’, è stato sviluppato presso la startup e validato clinicamente da istituti quali il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l’azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste e il Policlinico universitario Campus Biomedico di Roma.

“Grazie a un prelievo non invasivo, che la donna può effettuare direttamente a casa – spiegano dalla Scuola Normale – è possibile rilevare il virus anche senza ulteriori procedure mediche, con un considerevole abbattimento dei costi e dei tempi della diagnostica”. I due ex allievi confermano che “il nostro test è non invasivo e sensibile”, ed è “il primo al mondo presente direttamente in farmacia per il rilevamento del Papilloma. Rispetto ai test molecolari utilizzati negli screening nazionali, Ladymed è anche in grado di genotipizzare il virus, ovvero fornire indicazioni precise sul ceppo presente nell’infezione”.

L’esame “si inserisce nel panorama dei test ‘consumer genetics’, che hanno già ampiamente dimostrato di riscontrare un enorme interesse da parte dei consumatori.

Ippodrino, laureato all’università di Firenze, e Marini, laureata a Trieste – riporta una nota – hanno seguito il corso alla Normale di Pisa con i professori Arturo Falaschi e Mauro Giacca. Subito dopo hanno creato la startup Ulisse BioMed, grazie alla raccolta di 5 milioni di euro mediata da Copernico sim Spa. La startup ha anche vinto grant nazionali e europei, per un valore complessivo progettuale di circa 1,5 milioni di euro.

Esercizio fisico, uno studio conferma che l’attività fisica può essere cominciata anche in tarda età

Pubblicato il 03 Set 2019 alle 6:27am

Un ulteriore studio conferma che non è mai troppo tardi per iniziare a fare esercizio fisico. (altro…)

Un esame del sangue per prevedere la morte entro 10 anni

Pubblicato il 25 Ago 2019 alle 6:18am

Ricercatori tedeschi del Max Planck Institute for Biology of Ageing hanno messo a punto un esame del sangue che riesce a prevedere quante probabilità ci sono di morire entro 10 anni con una precisione pari all’83%. (altro…)

Tumore all’ovaio, scoperto di recente il meccanismo che ne accelera la crescita

Pubblicato il 22 Ago 2019 alle 7:09am

I recenti dati raccolti dall’Airc (l’Associazione italiana per la ricerca contro il cancro), rivelano che rischiano di venire colpita una donna ogni 74, quasi nove volte di meno rispetto alle probabilità di sviluppare un cancro al seno. Questo però non significherebbe che ci si possa permettere di sottovalutare il problema, anzi. Anche perché c’è un dato piuttosto negativo da tenere in conto: il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi sembra essere soltanto del 38%, mentre per il carcinoma alla mammella si parlerebbe del 85%. Per tutte queste ragioni, la ricerca non si ferma e un nuovo importante passo compiuto in Italia, presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.

E’ stato infatti scoperto un meccanismo che ne accelera la progressione.

Il merito è di tre proteine, i cui nomi sarebbero appunto beta-arrestina, p53 e YAP. Eppure è proprio grazie all’interazione che si attiva tra di loro a favorire la crescita della massa tumorale nelle ovaie. Spesso infatti questo tipo di cancro presenterebbe mutazione della particella p53, caratteristica che contraddistingue le forme più aggressive. Ma quello che hanno notato gli autori dello studio è che, una volta alterata, la proteina si lega a YAP, considerata una sorta di interruttore del cancro. Alla fine, si aggiunge anche la beta-arrestina e si viene a creare un connubio che rende la neoplasia inattaccabile dalla chemioterapia e da tutti gli altri tipi di cure che vengono tentati.

Si crea infatti un grossissimo legame fra tre proteine che impedisce al corpo umano di rispondere ai trattamenti

Più nel dettaglio, questo pericoloso tris è in grado di comunicare alle altre cellule maligne di ignorare il cisplatino, il farmaco che viene utilizzato nei cicli di chemioterapia mirati contro il carcinoma alle ovaie. Insomma, questa triade ordina nostro organismo di non rispondere ai trattamenti.

Ora che il meccanismo è stato scoperto, è possibile individuare nuove e più efficaci strategie di contrasto contro una patologia così grave e per la quale vengono diagnosticati più di 5mila casi l’anno.

Nato occhio artificiale con cellule umane, in grado di aprirsi e chiudersi

Pubblicato il 07 Ago 2019 alle 6:42am

E’ stato ricreato su chip dai ricercatori dell’Università della Pennsylvania, che hanno sviluppato un modello 3D della sua superficie fatto con cellule umane, il nuovo occhio bionico capace di aprirsi e chiudersi e di ammiccare proprio come quello umano.

Pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine, lo studio in questione spiega che i ricercatori guidati da Dongeun Huh, hanno sviluppato un modello 3d della superficie oculare che imita geometria e composizione cellulare degli strati più esterni dell’occhio umano. Per ricrearne la superficie di questo occhio bionico, i ricercatori hanno coltivato cellule di tessuto derivate dalla cornea e dalla congiuntiva in un’interfaccia aria-liquido.

La superficie è stata poi coltivata all’interno di una piattaforma che l’ha esposta a fluidi lacrimali e ad una palpebra di idrogel artificiale che ha imitato il battito spontaneo delle palpebre. Utilizzando questa piattaforma, gli autori hanno riprodotto con successo la malattia dell’occhio secco, testando gli effetti terapeutici di un farmaco sperimentale. Un risultato veramente eccezionale che però va considerato con prudenza.

«Sebbene sia possibile che questo nuovo sistema basato su cellule possa eventualmente sostituire i modelli animali esistenti – hanno spiegato i ricercatori – sono necessarie ulteriori indagini per dimostrare la sua capacità di far avanzare la scoperte e i test di futuri farmaci. Sara’ inoltre necessario un lavoro ulteriore per incorporare in questi modelli altri tipi e funzioni cellulari, come la vascolarizzazione, le cellule immunitarie e l’innervazione».

Parkinson, diagnosi precoce con un test del sangue, affidabile al 90% nelle donne

Pubblicato il 26 Lug 2019 alle 6:14am

Sono sette le molecole-spia presenti nel nostro sangue e prodotte dalla flora batterica intestinale che possono aiutare a diagnosticare il morbo Parkinson, con un’efficacia che può raggiungere il 90% nelle donne. Il risultato, pubblicato sulla rivista scientifica Metabolomics, è italiano e si deve alla ricerca coordinata dall’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, condotta in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e la Fondazione Santa Lucia di Roma. (altro…)

Grassi saturi, linee guida dell’Oms, tutte da rifare secondo un gruppo di ricercatori

Pubblicato il 14 Lug 2019 alle 6:04am

Nel 2018 l’Oms ha reso nota una bozza delle nuove linee guida sui grassi saturi (trans e non), nelle quali sosteneva di puntare a un sostanziale abbassamento di entrambe le categorie nella dieta, e a una loro sostituzione sempre più crescente con gli acidi grassi mono e polinsaturi. Ora però un commento pubblicato sul British Medical Journal da nutrizionisti di tutto il mondo attacca con decisione quella bozza, accusandola di essere frutto di un approccio datato e superato, che prenderebbe di mira una sola classe di nutrienti, come se l’alimentazione potesse essere scomposta in fattori unici, come si pensava di poter fare anni addietro, addirittura nei Cinquanta.

Gli esperti accusano infatti l’Oms di aver considerato solo alcuni studi e non altri, e di aver trascurato i benefici di intere categorie di alimenti che contengono acidi grassi saturi, ma anche molti altri componenti essenziali, che al contrario andrebbero persi.

Gli autori fanno alcuni esempi di acidi grassi saturi teoricamente da condannare: lo stearico nel cioccolato fondente, il palmitico nella carne e l’eptadecanoico nei derivati del latte. I quali hanno effetti fisiologici completamente differenti e influenzati dalla matrice in cui si trovano.

Dal punto di vista degli effetti sulla salute di una riduzione degli acidi grassi saturi, secondo gli autori i dati sarebbero tutt’altro che conclusivi e, proprio per questa la complessità della materia, si presterebbero a interpretazioni molto diverse.

Il consiglio definito quindi, è quello di riscrivere le linee guida con un approccio molto più moderno, analizzando ogni singolo acido grasso e, alimento che lo contiene, per evitare che si creino mode come quella delle margarine, nate con l’idea di sostituire alcuni grassi saturi e risultate poi piene di altri elementi ancora peggiori dal punto di vista nutrizionale.

Salerno, scoperto il gene della longevità, che fa ringiovanire i vasi sanguigni

Pubblicato il 11 Lug 2019 alle 6:51am

L’università di Salerno, ha scoperto il gene della longevità, isolato dal Dna dei centenari ha dimostrato di ringiovanire i vasi sanguigni. Il risultato molto importante, apre la strada a una nuova terapia contro le malattie cardiovascolari. Pubblicata sull’European Heart Journal, la ricerca si deve all’Irccs MultiMedica e Irccs Neuromed, e ai coordinatori Annibale Puca e Carmine Vecchione.

“Il nostro obiettivo è trasferire i vantaggi genetici dei longevi alla popolazione e stiamo lavorando anche su altri fronti dai tumori alle malattie neurodegenerative” ha spiegato lo scienziato Puca. La ricerca, sostenuta da Fondazione Cariplo e Ministero della Salute, parte da un risultato precedente ottenuto dallo stesso gruppo che in passato aveva individuato il gene Lav- BPIFB4 (longevity associated variant), che prevale nei centenari.

Questo gene, ha spiegato ancora Puca, “determina una maggiore produzione della proteina BPIFB4, che quando è presente in alti livelli nel sangue ha una funzione protettiva dei vasi sanguigni”. Adesso i ricercatori hanno trasferito il gene nel Dna dei topi suscettibili all’aterosclerosi e a malattie cardiovascolari, grazie a un virus modificato in modo tale da poter veicolare il suo genoma all’interno delle cellule bersaglio, senza dare malattia.

L’inserimento del “gene dei centenari” negli animali ha provocato un vero e proprio ringiovanimento dei vasi sanguigni e del sistema cardiocircolatorio. Lo stesso effetto positivo e’ stato osservato anche in provetta, questa volta non inserendo geni nelle cellule ma in una proteina dei vasi umani. “I risultati – ha rilevato Puca – sono estremamente incoraggianti”.