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Bambino Gesù, diagnosticate 16 nuove malattie rare

Pubblicato il 14 Lug 2018 alle 8:52am

Cresce l’attività dell’ospedale pediatrico della Santa Sede. Aumentano infatti le prestazioni e i ricoveri. Quasi 2 milioni di interventi ambulatoriali (+12% rispetto all’anno precedente, +60% rispetto a 5 anni prima), e oltre 28mila ricoveri (+5% rispetto allo scorso anno), 321 trapianti di organi e tessuti.

Inoltre sono state identificate ben 16 nuove malattie rare che erano orfane di diagnosi. Più di 13mila i pazienti «casi unici o quasi». Si intensifica inoltre la produzione scientifica con 663 pubblicazioni.

Il Bambin Gesù di Roma guidato da Mariella Enoc anticipa i risultati del 2017 presentati a Roma alcuni giorni fa a San Paolo fuori le Mura insieme con i numeri del bilancio sociale.

«Il Papa ha molto a cuore il Bambino Gesù. Non mancano gesti per manifestare la sua attenzione e il suo sostegno. Lo considera strumento quanto mai valido di quella carità che gli sta tanto a cuore», dice il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, alla presentazione del Bilancio sociale dell’Ospedale pediatrico.

Nel suo intervento il direttore generale dell’ospedale Ruggero Parrotto ha precisato: «Questo è l’Ospedale del Papa ma non riceve fondi dalla Santa Sede: è giusto così ed è giusto che si sappia. Per questo chiediamo alle istituzioni in maniera trasparente di poter avere quello che è giusto». Anche se, come notorio, non è il Vaticano a sostenere finanziariamente l’ospedale, Parolin ha voluto puntualizzare il forte sostegno del Papa alla struttura.

E ancora ha spiegato «Senza ricerca non c’è cura. L’ospedale non deve essere una azienda ma una comunità aperta e accogliente di persone orientate a una missione precisa. Nei prossimi anni faremo investimenti strutturali e tecnologici che cambieranno il volto dell’ospedale in particolare a Roma e Palidoro, sul litorale laziale. A gennaio aprirà a Villa Luisa, sulla via Aurelia, il primo hospice pediatrico del Centro-Sud Italia». Sempre a Roma, «ma ci vorranno alcuni anni abbiamo avviato il programma per la realizzazione di un grande polo ospedaliero in via di Villa Pamphili che raddoppierà la superficie del Gianicolo. Sono sfide grandi, che fanno tremare i polsi. Ma sono sfide ineludibili». Alla domanda sull’ammontare degli investimenti Enoc ha concluso: «Sulla cifra non siamo ancora in grado di valutare complessivamente – conclude – ma le acquisizioni hanno già superato i 50 milioni di euro».

Fertilità, presto, lʼovaio artificiale umano

Pubblicato il 05 Lug 2018 alle 6:41am

Per la prima volta le strutture che racchiudono gli ovociti immaturi sono state isolate e fatte crescere su un’impalcatura di tessuto ovarico privato delle sue cellule, finché sono state in grado di funzionare. (altro…)

Nuova ricerca sostiene che lo zucchero non provoca il diabete di tipo 2 e l’infarto

Pubblicato il 01 Lug 2018 alle 6:05am

Lo zucchero non provoca il diabete di tipo 2 e non è nemmeno direttamente responsabile delle patologie cardiovascolari. Lo dice un nuovo studio americano, coordinato da esperti della Scuola di nutrizione e promozione della salute presso il College of Health Solutions dell’Università Statale dell’Arizona. (altro…)

Longevità: dopo i 105 anni la vita umana è “senza limiti”

Pubblicato il 29 Giu 2018 alle 11:30am

Superati i 105 anni di età il rischio di morire si stabilizza e diventa impossibile dire quale sia il limite della durata vera della vita umana. A sostenerlo, per la prima volta, è una ricerca italiana pubblicata sulla rivista scientifica “Science” e condotta nell’Università La Sapienza di Roma. Lo studio si basa sui dati relativi a quasi quattromila italiani ultracentenari, raccolti fra il 2009 e il 2015.

“Se esiste un limite biologico alla vita umana, questo non è ancora diventato visibile o non è stato raggiunto”, spiega all’ANSA la coordinatrice dello studio, Elisabetta Barbi, del Dipartimento di statistica della Sapienza. Dall’analisi dei dati degli ultracentenari è emerso che il rischio di morte accelererebbe esponenzialmente con l’età fino a 80 anni, per poi rallentare progressivamente fino a rimanere costante proprio dopo i 105 anni.

Tumore al seno in stato avanzato, una scoperta rivoluzionaria. Donna salva grazie ai linfociti T

Pubblicato il 07 Giu 2018 alle 8:23am

Un gruppo di ricerca guidati da Steven Rosenberg del National Institutes of Health di Bethesda in Maryland ha scoperto che i linfociti T di una donna con tumore al seno in stato avanzato sono stati in grado di eliminare completamente il tumore e tutte le metastasi, offrendole una chance di cura laddove tutte le terapie convenzionali somministrate precedentemente avevano fallito. Reso noto sulla rivista Nature Medicine, è un traguardo molto importante per la ricerca, senza precedenti. La paziente è da due anni libera del tutto dalla malattia. Si tratta infatti della prima applicazione di successo della “immunoterapia a cellule T” per il cancro del seno in fase avanzata.

“Abbiamo sviluppato – spiegano il ricercatore a capo dello studio – un metodo molto efficace per identificare le mutazioni presenti in un tumore che sono riconosciute dal sistema immunitario. Questa ricerca è sperimentale in questo momento, ma poiché questo nuovo approccio all’immunoterapia dipende dalle mutazioni, non dal tipo di cancro, è in un certo senso un progetto che possiamo usare per molti tipi di tumore”. Attualmente sono due gli approcci più efficaci di immunoterapia – che è l’ultima frontiera della lotta ai tumori e si basa sull’uso delle difese del corpo del paziente per sconfiggere la malattia: il primo è l’attivazione delle cellule immunitarie del paziente direttamente nel suo corpo tramite farmaci (ad esempio anticorpi specifici), il secondo è una terapia basata sull’uso diretto di cellule immunitarie.

Con questo approccio terapeutico i linfociti T del paziente sono isolati dal suo sangue o dal tumore stesso e poi gli scienziati selezionano solo le cellule di difesa in grado di riconoscere e attaccare la neoplasia. Questi linfociti T specifici per il tumore vengono coltivati in provetta e poi iniettati nuovamente nel corpo del paziente. Nel caso specifico la protagonista aveva un carcinoma mammario metastatico e aveva già ricevuto diversi trattamenti multipli, chemioterapici e ormonali, che però non avevano impedito al cancro di espandersi e di progredire. Per gli scienziati era una paziente ormai incurabile, l’unica opzione era quella di sperimentare su di lei questa nuova terapia basata sull’uso diretto di cellule immunitarie: è stato un vero successo, le cellule T hanno eliminato il tumore e le metastasi e la donna risulta libera da malattia da due anni, pur non facendo più cure oncologiche.

Cancro, trovato l’uovo di Colombo per sviluppare in laboratorio cure personalizzate

Pubblicato il 05 Giu 2018 alle 11:31am

Anche la lotta al cancro ha trovato il suo ‘uovo di Colombo’: si tratta del comune uovo di gallina, pronto a diventare un laboratorio in miniatura dove poter riprodurre i tumori umani per sviluppare cure anti-cancro personalizzate. Al suo interno si possono coltivare le cellule tumorali prelevate dai pazienti, facendole crescere rapidamente per poi usarle per sperimentare diversi farmaci fino ad arrivare a quelli più efficaci.

A dimostrarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dall’Università di Kyoto in collaborazione con ricercatori di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita.

Nei loro esperimenti i ricercatori hanno usato l’uovo di gallina per far crescere cellule umane di tumore dell’ovaio, che sono state impiantate sulla membrana che avvolge l’embrione di pollo di appena 10 giorni. Grazie ai nutrienti presenti nell’uovo e alle sue difese immunitarie ancora incomplete, il tumore si è formato in appena tre giorni. “Fare lo stesso nel topo avrebbe richiesto settimane”, spiega il coordinatore dello studio, Fuyuhiko Tamanoi. “Così possiamo usare questo modello per testare farmaci personalizzati nel giro di una settimana”.

Psoriasi: un’iniezione al mese per una pelle “pulita” per 3 anni

Pubblicato il 29 Mag 2018 alle 6:16am

E’ in arrivo un innovativo trattamento per liberare la pelle dai segni della psoriasi nel giro di un solo mese. Grazie infatti ad una semplice iniezione da fare a casa da solo, il paziente può vedere ottimi risultati ogni 4 settimane, e mantenere la pelle “pulita” per ben 3 anni.

A dimostrarlo uno studio l’“Unicover-3” incentrato sull’anticorpo monoclonale ixekizumab di Eli Lilly, presentato in occasione del 93° Congresso nazionale della Sidemast, la Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse, in corso a Verona.

Il farmaco protagonista del trial agisce sull’interleuchina 17A, fattore chiave nella psoriasi, inattivandone la capacità di accendere e far progredire la malattia. Unicover-3, di fase clinica III, viene descritto come “il primo studio su 3 anni con un risultato di efficacia così elevato“. Sono stati coinvolti e monitorati più di 1.300 pazienti con psoriasi a placche da moderata a grave, che “in oltre l’80% dei casi hanno ottenuto risultati più che soddisfacenti a 156 settimane rispetto agli indici Pasi 90 e Pasi 100, i ‘misuratori’ di risposta terapeutica più elevata per la psoriasi“. Ma l’efficacia prolungata senza cali di prestazione “non è il solo dato positivo: lo studio ha evidenziato anche un elevato profilo di sicurezza, ovvero massima tollerabilità con modesti effetti collaterali, e di ‘convenienza’, mantenendo cioè i risultati promessi con una sola iniezione autosomministrabile dal paziente al proprio domicilio, visibili già dopo 2-4 settimane dal primo utilizzo rispetto alle 24 settimane di altre terapie simili“. Per il paziente questo significa “confortevolezza per la risposta visiva immediata, facilità di impiego, riduzione del tempo da dedicare alla terapia, tranquillità terapeutica priva di rischi e/o eventuali complicanze: in una parola migliore aderenza terapeutica, di norma difficile nel lungo periodo“.

Per Giampiero Girolomoni, direttore della Clinica dermatologica dell’università di Verona e presidente del Congresso Sidemast, “abbiamo a disposizione una cura, già molto efficace su 2 anni, ora con risultati mantenuti a un livello costante per un tempo di almeno 3 anni. Sono questi i due target più significativi dimostrati dallo studio Unicover-3“, randomizzato, controllato, in doppio cieco.

Una bellissima notizia dunque per milioni di persone che devono fare i conti giornalmente con questa imbarazzante patologia della pelle.

Le foglie del tè ‘uccidono’ il cancro ai polmoni

Pubblicato il 27 Mag 2018 alle 6:01am

Un team di ricercatori internazionali composto da studiosi indiani e britannici ha scoperto che le nanoparticelle ottenute dalle foglie del tè possono uccidere fino all’80% le cellule tumorali del cancro ai polmoni. (altro…)

Airc, 6 inediti programmi speciali sullo studio delle metastasi grazie al 5×1000

Pubblicato il 26 Mag 2018 alle 7:19am

Sono in procinto di partire sei inediti programmi speciali dedicati allo studio delle metastasi.

L’investimento in questione richiede oltre 14 milioni di euro di all’anno per 7 anni, con più di 200 scienziati al lavoro in tutta Italia.

Questo il nuovo ‘Programma Speciale del 5 x 1000 dedicato allo studio delle metastasi’ promosso dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc), che prosegue l’impegno dei precedenti Programmi Speciali sostenuti nell’ultimo decennio grazie alla scelta di milioni di italiani.

“Dopo i risultati ottenuti dai primi due Programmi Speciali AIRC 5 x 1000, abbiamo deciso di investire nuove risorse per rafforzare la spina dorsale della ricerca oncologica, che può già contare su strutture di eccellenza con laboratori strutturati, diffusi su tutto il territorio – afferma Federico Caligaris Cappio, Direttore Scientifico AIRC -. Non solo ci auguriamo di poter ottenere risultati di altissimo impatto per la cura del cancro, ma anche di contribuire alla creazione di un network di ricercatori molto qualificati”.

Scoperto in America il regista dell’embrione umano

Pubblicato il 24 Mag 2018 alle 10:53am

Scoperto dai ricercatori americani il regista dell’embrione umano, che decide se e quali cellule indifferenziate andranno a formere pelle o cervello, ossa o muscoli. Lo studio in questione è stato descritto su Nature dal gruppo di ricerca di Ali Brivanlou, della Rockefeller University di New York. Per motivi etici la ricerca è stata condotta su una versione dell’embrione umano con poche cellule fatte organizzare in un embrione di pollo, senza completare poi lo sviluppo del tutto.

L’esperimento ha studiato molti aspetti dello sviluppo dell’embrione umano finora sconosciuti e per capire in questo modo non solo il modo in cui viene ‘assemblato’ l’organismo di un individuo, ma anche come eventuali errori lungo questo percorso possono essere all’origine di molte malattie. La scoperta indica inoltre che il regista non è esclusivo negli esseri umani perché si è conservato molto bene anche attraverso l’evoluzione.

Scoprire il regista, o l’organizzatore, dell’embrione umano è stato possibile utilizzando le cellule staminali embrionali come un laboratorio vivente: su un piattino di laboratorio e utilizzando una minuscola ‘impalcatura’, le cellule staminali embrionali umane sono state fatte crescere e guidate a organizzarsi con l’aiuto di fattori di crescita, poi è scattata la catena di eventi nella quale una staffetta di proteine ha cominciato a organizzarle in modo preciso.

In questo modo i ricercatori hanno visto formarsi una gastrula in miniatura, ossia lo stadio primitivo dello sviluppo nel quale l’embrione si organizza si organizzano in una struttura sferica formata da tre strati concentrici chiamati foglietti embrionali, che daranno origine agli organi, alla placenta e alle strutture necessarie perché l’embrione si impianti nell’utero. Questa versione in miniatura dell’embrione primitivo, chiamata gastruloide, è stata poi messa ulteriormente alla prova ricorrendo a una chimera.

E’ stata cioè impiantata in un embrione di pollo per avere la prova ulteriore e definitiva della sua capacità di organizzarsi. La scoperta corona il filone di ricerca inaugurato nel 1924 dagli embriologi tedeschi Hans Spemann e Hilde Mangold, che per primi avevano individuato l’organizzatore dello sviluppo embrionale in cellule di organismi molto semplici, come quelle di salamandra.