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Immunoterapia, ricercatori scoprono che è efficace anche contro il tumore al polmone

Pubblicato il 11 Set 2019 alle 6:07am

L’immunoterapia può riattivare il sistema immunitario per combattere il cancro, e di recente si è scoperto che è on grado di farlo anche contro il tumore al polmone. La molecola immunoterapica durvalumab ha infatti dimostrato, che è possibile migliorare in modo significativo, la sopravvivenza globale nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule (SCLC), ovvero la forma più aggressiva, non precedentemente trattati. Ad evidenziarlo uno studio giunto alla Fase III CASPIAN, in corso in più di 200 Centri in 22 Paesi del mondo, presentato alla Conferenza mondiale sul tumore del polmone dell’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC) a Barcellona.

Durvalumab, in combinazione con quattro cicli di chemioterapia, spiegano i ricercatori, “ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza globale rispetto allo standard di cura, costituito dalla sola chemioterapia: il rischio di morte si è ridotto del 27%” ed i risultati “hanno mostrato un beneficio prolungato di sopravvivenza globale con una stima del 33,9% di pazienti vivi a 18 mesi nel braccio sperimentale con durvalumab e chemioterapia contro il 24,7% di pazienti trattati nel braccio di controllo”. Lo studio, spiega Marina Garassino, responsabile della Struttura Semplice di Oncologia Medica Toraco Polmonare presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale di Tumori di Milano, “conferma un ruolo dell’immunoterapia nel trattamento di prima linea nei pazienti con una diagnosi di carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio avanzato. Rappresenta questo, il primo studio in grado di valutare la possibilità di combinare in questo tipo di malattia l’immunoterapia con diversi schemi di chemioterapia. I risultati mostrano un beneficio significativo in sopravvivenza globale”.

Il cancro del polmone è la principale causa di morte per cancro tra gli uomini e le donne. Rappresenta, infatti, ricordiamo, circa il 15% delle diagnosi ed in circa due terzi dei pazienti. Diagnosi che avviene il più delle volte, in uno stadio già avanzato della malattia.

Papillomavirus umano, è italiano il primo test al mondo in vendita in farmacia

Pubblicato il 09 Set 2019 alle 6:54am

E’ made in italy il primo test al mondo per la diagnosi precoce del Papillomavirus umano (Hpv) disponibile in tutte le farmacie. Che le donne e le adolescenti, eseguire a casa propria per individuare e tipizzare l’agente infettivo potenzialmente responsabile del cancro al collo dell’utero. L’hanno messo a punto Bruna Marini e Rudy Ippodrino, che dal 2009 al 2015 che hanno frequentato il Corso di perfezionamento in biologia molecolare della Scuola Normale di Pisa, fondando poi nell’Area Science Park di Trieste la startup Ulisse BioMed. Il test si chiama ‘Ladymed’, è stato sviluppato presso la startup e validato clinicamente da istituti quali il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l’azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste e il Policlinico universitario Campus Biomedico di Roma.

“Grazie a un prelievo non invasivo, che la donna può effettuare direttamente a casa – spiegano dalla Scuola Normale – è possibile rilevare il virus anche senza ulteriori procedure mediche, con un considerevole abbattimento dei costi e dei tempi della diagnostica”. I due ex allievi confermano che “il nostro test è non invasivo e sensibile”, ed è “il primo al mondo presente direttamente in farmacia per il rilevamento del Papilloma. Rispetto ai test molecolari utilizzati negli screening nazionali, Ladymed è anche in grado di genotipizzare il virus, ovvero fornire indicazioni precise sul ceppo presente nell’infezione”.

L’esame “si inserisce nel panorama dei test ‘consumer genetics’, che hanno già ampiamente dimostrato di riscontrare un enorme interesse da parte dei consumatori.

Ippodrino, laureato all’università di Firenze, e Marini, laureata a Trieste – riporta una nota – hanno seguito il corso alla Normale di Pisa con i professori Arturo Falaschi e Mauro Giacca. Subito dopo hanno creato la startup Ulisse BioMed, grazie alla raccolta di 5 milioni di euro mediata da Copernico sim Spa. La startup ha anche vinto grant nazionali e europei, per un valore complessivo progettuale di circa 1,5 milioni di euro.

Esercizio fisico, uno studio conferma che l’attività fisica può essere cominciata anche in tarda età

Pubblicato il 03 Set 2019 alle 6:27am

Un ulteriore studio conferma che non è mai troppo tardi per iniziare a fare esercizio fisico. (altro…)

Un esame del sangue per prevedere la morte entro 10 anni

Pubblicato il 25 Ago 2019 alle 6:18am

Ricercatori tedeschi del Max Planck Institute for Biology of Ageing hanno messo a punto un esame del sangue che riesce a prevedere quante probabilità ci sono di morire entro 10 anni con una precisione pari all’83%. (altro…)

Tumore all’ovaio, scoperto di recente il meccanismo che ne accelera la crescita

Pubblicato il 22 Ago 2019 alle 7:09am

I recenti dati raccolti dall’Airc (l’Associazione italiana per la ricerca contro il cancro), rivelano che rischiano di venire colpita una donna ogni 74, quasi nove volte di meno rispetto alle probabilità di sviluppare un cancro al seno. Questo però non significherebbe che ci si possa permettere di sottovalutare il problema, anzi. Anche perché c’è un dato piuttosto negativo da tenere in conto: il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi sembra essere soltanto del 38%, mentre per il carcinoma alla mammella si parlerebbe del 85%. Per tutte queste ragioni, la ricerca non si ferma e un nuovo importante passo compiuto in Italia, presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.

E’ stato infatti scoperto un meccanismo che ne accelera la progressione.

Il merito è di tre proteine, i cui nomi sarebbero appunto beta-arrestina, p53 e YAP. Eppure è proprio grazie all’interazione che si attiva tra di loro a favorire la crescita della massa tumorale nelle ovaie. Spesso infatti questo tipo di cancro presenterebbe mutazione della particella p53, caratteristica che contraddistingue le forme più aggressive. Ma quello che hanno notato gli autori dello studio è che, una volta alterata, la proteina si lega a YAP, considerata una sorta di interruttore del cancro. Alla fine, si aggiunge anche la beta-arrestina e si viene a creare un connubio che rende la neoplasia inattaccabile dalla chemioterapia e da tutti gli altri tipi di cure che vengono tentati.

Si crea infatti un grossissimo legame fra tre proteine che impedisce al corpo umano di rispondere ai trattamenti

Più nel dettaglio, questo pericoloso tris è in grado di comunicare alle altre cellule maligne di ignorare il cisplatino, il farmaco che viene utilizzato nei cicli di chemioterapia mirati contro il carcinoma alle ovaie. Insomma, questa triade ordina nostro organismo di non rispondere ai trattamenti.

Ora che il meccanismo è stato scoperto, è possibile individuare nuove e più efficaci strategie di contrasto contro una patologia così grave e per la quale vengono diagnosticati più di 5mila casi l’anno.

Nato occhio artificiale con cellule umane, in grado di aprirsi e chiudersi

Pubblicato il 07 Ago 2019 alle 6:42am

E’ stato ricreato su chip dai ricercatori dell’Università della Pennsylvania, che hanno sviluppato un modello 3D della sua superficie fatto con cellule umane, il nuovo occhio bionico capace di aprirsi e chiudersi e di ammiccare proprio come quello umano.

Pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine, lo studio in questione spiega che i ricercatori guidati da Dongeun Huh, hanno sviluppato un modello 3d della superficie oculare che imita geometria e composizione cellulare degli strati più esterni dell’occhio umano. Per ricrearne la superficie di questo occhio bionico, i ricercatori hanno coltivato cellule di tessuto derivate dalla cornea e dalla congiuntiva in un’interfaccia aria-liquido.

La superficie è stata poi coltivata all’interno di una piattaforma che l’ha esposta a fluidi lacrimali e ad una palpebra di idrogel artificiale che ha imitato il battito spontaneo delle palpebre. Utilizzando questa piattaforma, gli autori hanno riprodotto con successo la malattia dell’occhio secco, testando gli effetti terapeutici di un farmaco sperimentale. Un risultato veramente eccezionale che però va considerato con prudenza.

«Sebbene sia possibile che questo nuovo sistema basato su cellule possa eventualmente sostituire i modelli animali esistenti – hanno spiegato i ricercatori – sono necessarie ulteriori indagini per dimostrare la sua capacità di far avanzare la scoperte e i test di futuri farmaci. Sara’ inoltre necessario un lavoro ulteriore per incorporare in questi modelli altri tipi e funzioni cellulari, come la vascolarizzazione, le cellule immunitarie e l’innervazione».

Parkinson, diagnosi precoce con un test del sangue, affidabile al 90% nelle donne

Pubblicato il 26 Lug 2019 alle 6:14am

Sono sette le molecole-spia presenti nel nostro sangue e prodotte dalla flora batterica intestinale che possono aiutare a diagnosticare il morbo Parkinson, con un’efficacia che può raggiungere il 90% nelle donne. Il risultato, pubblicato sulla rivista scientifica Metabolomics, è italiano e si deve alla ricerca coordinata dall’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, condotta in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e la Fondazione Santa Lucia di Roma. (altro…)

Grassi saturi, linee guida dell’Oms, tutte da rifare secondo un gruppo di ricercatori

Pubblicato il 14 Lug 2019 alle 6:04am

Nel 2018 l’Oms ha reso nota una bozza delle nuove linee guida sui grassi saturi (trans e non), nelle quali sosteneva di puntare a un sostanziale abbassamento di entrambe le categorie nella dieta, e a una loro sostituzione sempre più crescente con gli acidi grassi mono e polinsaturi. Ora però un commento pubblicato sul British Medical Journal da nutrizionisti di tutto il mondo attacca con decisione quella bozza, accusandola di essere frutto di un approccio datato e superato, che prenderebbe di mira una sola classe di nutrienti, come se l’alimentazione potesse essere scomposta in fattori unici, come si pensava di poter fare anni addietro, addirittura nei Cinquanta.

Gli esperti accusano infatti l’Oms di aver considerato solo alcuni studi e non altri, e di aver trascurato i benefici di intere categorie di alimenti che contengono acidi grassi saturi, ma anche molti altri componenti essenziali, che al contrario andrebbero persi.

Gli autori fanno alcuni esempi di acidi grassi saturi teoricamente da condannare: lo stearico nel cioccolato fondente, il palmitico nella carne e l’eptadecanoico nei derivati del latte. I quali hanno effetti fisiologici completamente differenti e influenzati dalla matrice in cui si trovano.

Dal punto di vista degli effetti sulla salute di una riduzione degli acidi grassi saturi, secondo gli autori i dati sarebbero tutt’altro che conclusivi e, proprio per questa la complessità della materia, si presterebbero a interpretazioni molto diverse.

Il consiglio definito quindi, è quello di riscrivere le linee guida con un approccio molto più moderno, analizzando ogni singolo acido grasso e, alimento che lo contiene, per evitare che si creino mode come quella delle margarine, nate con l’idea di sostituire alcuni grassi saturi e risultate poi piene di altri elementi ancora peggiori dal punto di vista nutrizionale.

Salerno, scoperto il gene della longevità, che fa ringiovanire i vasi sanguigni

Pubblicato il 11 Lug 2019 alle 6:51am

L’università di Salerno, ha scoperto il gene della longevità, isolato dal Dna dei centenari ha dimostrato di ringiovanire i vasi sanguigni. Il risultato molto importante, apre la strada a una nuova terapia contro le malattie cardiovascolari. Pubblicata sull’European Heart Journal, la ricerca si deve all’Irccs MultiMedica e Irccs Neuromed, e ai coordinatori Annibale Puca e Carmine Vecchione.

“Il nostro obiettivo è trasferire i vantaggi genetici dei longevi alla popolazione e stiamo lavorando anche su altri fronti dai tumori alle malattie neurodegenerative” ha spiegato lo scienziato Puca. La ricerca, sostenuta da Fondazione Cariplo e Ministero della Salute, parte da un risultato precedente ottenuto dallo stesso gruppo che in passato aveva individuato il gene Lav- BPIFB4 (longevity associated variant), che prevale nei centenari.

Questo gene, ha spiegato ancora Puca, “determina una maggiore produzione della proteina BPIFB4, che quando è presente in alti livelli nel sangue ha una funzione protettiva dei vasi sanguigni”. Adesso i ricercatori hanno trasferito il gene nel Dna dei topi suscettibili all’aterosclerosi e a malattie cardiovascolari, grazie a un virus modificato in modo tale da poter veicolare il suo genoma all’interno delle cellule bersaglio, senza dare malattia.

L’inserimento del “gene dei centenari” negli animali ha provocato un vero e proprio ringiovanimento dei vasi sanguigni e del sistema cardiocircolatorio. Lo stesso effetto positivo e’ stato osservato anche in provetta, questa volta non inserendo geni nelle cellule ma in una proteina dei vasi umani. “I risultati – ha rilevato Puca – sono estremamente incoraggianti”.

Hiv, scienziati eliminano virus nei topi. Ecco come

Pubblicato il 05 Lug 2019 alle 10:12am

L’Hiv, dicono gli esperti si può sconfiggere definitivamente. A rivelarlo una ricerca su animali, pubblicata su Nature Communications, che ha dimostrato che con una terapia antiretrovirale a lunga azione e lento rilascio, seguita dalla tecnica del “taglia e incolla” del Dna (per rimuovere il genoma virale nelle cellule infette), è possibile eradicare completamente il virus dell’Aids dal corpo di animali infetti, guarendoli in via definitiva dall’infezione. Lo studio è stato condotto da Kamel Khalili della Temple University a Philapelphia e dalla University of Nebraska Medical Center e vede tra gli autori italiani: Pietro Mancuso, Pasquale Ferrante e Martina Donadoni, sempre presso la Temple University. (altro…)