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Ricercatrice italiana Francesca Sacco scopre proteina chiave del diabete: “Cerco finanziamenti per continuare”

Pubblicato il 21 Mar 2019 alle 12:04pm

A soli 34 anni, la ricercatrice italiana Francesca Sacco dell’Università Tor Vergata di Roma ha scoperto un possibile nuovo bersaglio per la cura al diabete di tipo 2, la forma più comune della malattia. “Con la ricerca sui topi sani e malati, ho notato che è centrale il ruolo della proteina GSK3 – dice all’Adnkronos -. Abbiamo visto che nel pancreas dei topi diabetici è praticamente sempre accesa, mentre in quelli sani è spenta. Abbiamo scoperto che il GSK3 controlla la produzione di insulina da parte del pancreas. Se è sempre acceso come nei topi diabetici non è in grado di produrla”.

Arrivata a tale scoperta grazie alla sua esperienza avuta all’estero: la tecnologia della proteomica, utilizzata nel prestigioso laboratorio Max Planck di Biochimica a Monaco, dove ha lavorato per cinque anni con il Professor Matthias Mann. “Abbiamo usato, allora, un inibitore per vedere se, bloccando l’attività di GSK3, riuscivamo a ripristinare la normale abilità di questi pancreas nel produrre insulina”. Il risultato? “I pancreas dei topi diabetici, trattati con questa molecola, sono di nuovo in grado di produrre insulina” spiega con grandissimo entusiasmo la ricercatrice, il cui studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Cell Metabolism. “Questi sono ancora studi preliminari, fatti sui topi. Da qui ad arrivare a una cura ci sono ancora tanti passi da fare”. Tornata in Italia nel settembre del 2017, grazie alla borsa di studio ‘L’Oréal Italia per le donne e la scienza’, la biologa ha cominciato a lavorare all’ateneo capitolino di Tor Vergata.

Qualche mese dopo è arrivato il reclutamento per Giovani Ricercatori ‘Rita Levi Montalcini’ del MIUR che le ha offerto la possibilità di diventare ricercatore. Oggi, grazie a un finanziamento AIRC Grant Start-Up, conduce un gruppo di ricerca per lo studio della resistenza alla chemioterapia di leucemie mieloidi acute, usando la tecnologia della proteomica. L’assurdo è che, per ora, il suo studio sul diabete è fermo perché non ci sono fondi. “Allo stato attuale non ho un finanziamento per continuare la ricerca sul diabete, ma combatto per trovare uno ‘sponsor’ – conclude – . C’è tutta l’intenzione di continuare a perseguire questa strada, però, come al solito ci vogliono i soldi. Io, comunque, non mi arrendo”.

Monza: ospedale San Gerardo su Lancet per lo studio sulle cisti ovariche

Pubblicato il 21 Mar 2019 alle 7:42am

L’ospedale San Gerardo di Monza ancora una volta il primo a livello internazionale. La Clinica ostetrica e ginecologica della struttura di Monza di via Pergolesi, insieme all’Università di Milano Bicocca, ha contribuito a un importante studio sull’approccio di sorveglianza ecografica delle cisti ovariche condotto in dieci diversi paesi del mondo risultando ancora una volta tra i migliori e maggiori collaboratori per il reclutamento e il monitoraggio delle pazienti. I risultati dello studio, il più importante nel suo genere finora pubblicato, sono stati riportati da una delle più autorevoli riviste scientifiche ‘Lancet Oncology’. In base ai risultati ottenuti le cisti ovariche semplici non necessitano di essere rimosse chirurgicamente, dato che una buona parte di queste si risolve spontaneamente o, comunque, non influiscono sullo stato di salute della donna. (altro…)

Tumore al seno, un nuovo test prevede la ricomparsa nell’arco di 20 anni

Pubblicato il 20 Mar 2019 alle 6:38am

Attraverso un’analisi genetica, è possibile stabilire la percentuale di ricaduta entro i prossimi 20 anni. In questo modo i medici possono, in caso di percentuali alte, tenere la paziente sotto osservazione, al fine di agire tempestivamente, nel caso ce ne fosse bisogno, oppure trattarla con la tamoxifene, un medicinale che rende meno probabile il ritorno del tumore al seno.

Il test, sviluppato da una collaborazione nata tra l’Università di Cambridge e la Stanford University, ha analizzato i tumori di quasi 2.000 donne affette da cancro al seno e monitorato la loro salute in media per 14 anni. Entro i prossimi cinque anni si conta invece di poter distribuire ai medici, su larga scala, una versione molto più semplice e facilmente utilizzabile.

Il professor Carlos Caldas, ricercatore capo presso il Cambridge Institute of Cancer Research dichiara: “i trattamenti per il cancro al seno sono migliorati notevolmente negli ultimi anni. Ma sfortunatamente per alcune donne, il cancro al seno ritorna e si diffonde, diventando incurabile”. Finora questo non era possibile, oggi è possibile grazie ad un test.

“In questo studio – spiega ancora l’esperto – abbiamo approfondito i sottotipi molecolari del cancro al seno in modo da poter identificare con maggiore precisione chi potrebbe essere a rischio di recidiva e scoprire nuovi modi di trattarli”.

Una migliore analisi permette cure più tempestive se non addirittura anche preventive. I medici possono stimare ora un rischio di ricaduta a lunga data, basandosi semplicemente sull’osservazione di caratteristiche come ad esempio la dimensione e l’aggressività del tumore, l’età del paziente, il tipo di tumore al seno e il tempo trascorso in remissione dall’intervento. Ma attraverso l’analisi genetica, tali previsioni potranno essere molto più precise.

Si potranno così individuare copie multiple di geni che scatenano il cancro, o aiutano le cellule tumorali a dividersi.

Il test in questione offre alle donne la possibilità di conoscere il rischio di avere un tumore al seno dopo 10, 15 o 20 anni e le loro possibilità di sopravvivenza.

Le successive ricerche studieranno le diverse opzioni di trattamento per gli 11 gruppi di cancro al seno che i ricercatori hanno individuato.

Cervello, il prossimo passo è il suo ‘sosia’ in silicio

Pubblicato il 12 Mar 2019 alle 5:31pm

La ricerca europea rivela di voler sviluppare un ‘sosia’ del cervello, in silicio. Una vera e propria sfida che è stata dai ricercatori dell’Istituto Europeo per le ricerche sul cervello (Ebri), a Roma, durante il congresso di apertura della Settimana Mondiale del Cervello (dall’11 al 17 Marzo).

Una tecnologia che fa parte del progetto Human Brain Project, che ha preso il via nel 2013 e che vanta un finanziamento pari a un miliardo di euro stanziato dalla Commissione Europea. Centoventi gli istituti europei che vi hanno aderito, 12 anche italiani, che attualmente collaborano tutti insieme a questa ambizioso traguardo.

Si studia e si cerca di decodificare ‘il linguaggio’ dei neuroni. Nello specifico, ci si focalizza sui segreti dell’alfabeto molecolare con il quale le cellule cerebrali comunicano tra di loro e realizzano le sinapsi.

“Stiamo cercando le proteine importanti per la plasticità del cervello”, dice Enrico Cherubini, direttore scientifico dell’Ebri.

I ricercatori dell’Istituto europeo per le ricerche sul cervello, insieme ai ricercatori dell’Istituto nazionale di Fisica Nucleare (Infn), dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e dell’Università Statale di Milano, sono impegnati nello sviluppo di una piattaforma tecnologica per “la simulazione del cervello in silicio”. Questo progetto sarà anche un trampolino di lancio per la realizzazione di ulteriori sperimentazioni e ricerche atte a svelare i segreti del cervello.

Una piattaforma che verrà arricchita da numerose informazioni provenienti dagli ospedali europei e secondo quanto dichiarato ancora da Cherubini, avrà un enorme database al suo interno, efficace per la realizzazione di diagnosi personalizzate.

Mammografia addio, arriva il test del sangue per la diagnosi precoce

Pubblicato il 23 Feb 2019 alle 5:42am

Molto presto, un test del sangue arriverà anche in Italia, e sarà in grado di fornire una diagnosi del tumore al seno in modo veloce e affidabile, anche più della tradizionale mammografia.

La nuova scoperta arriva dalla Germania, da un team di ricerca di Heidelberg, di cui ha dato notizia la Bild. Il nuovo test, infatti, ritenuto “sensazionale” sarebbe in grado di fornire indicazioni “con lo stesso grado di probabilità di una mammografia”.

La procedura richiede solo poche gocce di sangue e si basa sul controllo di alcuni biomarcatori spia del tumore al seno.

Gli scienziati hanno spiegato di aver analizzato il sangue della donne malate e di aver rilevato la presenza di 15 diversi biomarcatori grazie ai quali è possibile diagnosticare la presenza dei tumori, anche più piccoli. Nello specifico, gli esperti spiegano che l’esame del sangue è basato su un’innovativa procedura di biopsia liquida in grado di identificare la presenza della malattia senza essere invasivo.

“Il test del sangue sviluppato dal nostro team di ricerca è un modo nuovo e rivoluzionario per rilevare il cancro al seno in modo non invasivo e rapidamente utilizzando biomarker nel sangue. La procedura dovrebbe essere disponibile già quest’anno, dopo però la pubblicazione dello studio”. “Il metodo è migliore della mammografia, che invece risulta utile solo quando la malattia è già presente” assicura ancora l’autore dello studio, Rasmus Bro.

Per sviluppare questo metodo, gli scienziati hanno analizzato campioni di sangue di 838 donne individuate da un panel di 57.053 uomini e donne arruolate da sane e seguite per 20 anni, e delle quali 400 di loro hanno sviluppato il cancro al seno tra due e sette anni dopo il prelievo di sangue conservato dai ricercatori. Lo studio ha mostrato poi una precisione dell’80% nel predire il cancro alla mammella attraverso il campione di sangue quando invece la mammografia individua la presenza di un tumore con una precisione del 75%. Quindi c’è con questo test una maggiore affidabilità.

Progeria, l’annuncio di Sammy Basso di uno studio rivoluzionario che blocca l’invecchiamento precoce

Pubblicato il 21 Feb 2019 alle 11:45am

Contro la progeria arrivano buone speranza, uno studio rivoluzionario che utilizza la tecnica dell’editing genetico Crispr/Cas 9 grazie al quale è stato possibile bloccare i sintomi dell’invecchiamento precoce tipici di questa malattia rara. L’annuncio dello studio arriva direttamente da Sammy Basso, affetto da progeria, da quando aveva appena due anni (altro…)

Artrosi del ginocchio, cellule staminali e biomateriali per rigenerare la cartilagine grazie ad un semplice gel

Pubblicato il 17 Feb 2019 alle 10:46am

Buone notizie per le persone con problemi di artrosi. E’ stato sviluppato dall’Istituto Rizzoli di Bologna un nuovo trattamento in grado di combinare i nuovi biomateriali con cellule staminali a sedute di ultrasuoni, con lo scopo di rigenerare la cartilagine dell’articolazione e ridurre il dolore, posticipando così l’intervento protesico nei pazienti che soffrono di artrosi. Si tratta in effetti di un semplice gel.

L’artrosi è una malattia degenerativa che colpisce le articolazioni e solo in Italia. A soffrirne circa 4 milioni di persone. Le terapie al momento disponibili sono solo in grado di gestire i sintomi e il dolore. L’obiettivo degli specialisti, reumatologi e ricercatori dell’Istituto bolognese è ora quello di individuare un trattamento che rigeneri la cartilagine. Una volta terminati i test in laboratorio, gli esperti provvederanno a sottoporre i pazienti alla nuova cura. La dottoressa Gina Lisignoli, coordinatrice dello studio, spiega nello specifico come funziona la terapia: “La nostra intenzione è creare un gel con biomateriali innovativi e cellule staminali da tessuto adiposo, collocarlo nella zona affetta da osteoartrite e sfruttarne le proprietà per guidare la rigenerazione della cartilagine”.

Per lo sviluppo della nuova cura, l’Istituto Rizzoli collabora con l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, capofila del progetto europeo ‘Admaiora’, al quale partecipano anche altri sei centri di ricerca continentali.

Al Rizzoli le valutazioni in vitro delle cellule nei nuovi biomateriali verranno svolte da Lisignoli del Laboratorio di immunoreumatologia e rigenerazione tissutale, i prototipi sviluppati verranno studiati da Milena Fini che guida il Laboratorio di studi preclinici e chirurgici e il Laboratorio di biomeccanica e innovazione tecnologica, mentre la valutazione delle possibili applicazioni sui pazienti sarà affidata ad Alessandro Russo della Clinica ortopedica e traumatologica 2, al suo direttore Stefano Zaffagnini, e al responsabile della Medicina e Reumatologia del Rizzoli Riccardo Meliconi.

Hiv, il vaccino italiano abbatte il 90% del virus inattaccabile

Pubblicato il 16 Feb 2019 alle 8:38am

La somministrazione del vaccino terapeutico italiano Tat contro l’Hiv/Aids a pazienti in terapia antiretrovirale (cART) è capace di ridurre drasticamente – del 90% dopo 8 anni dalla vaccinazione – il “serbatoio di virus latente”, inattaccabile dalla sola terapia, aprendo così una nuova strada contro l’infezione. È questo il risultato a cui è giunto un follow up, durato ben 8 anni, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Immunology, di pazienti immunizzati con il vaccino messo a punto da Barbara Ensoli, direttore del Centro Ricerca Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, che ora dice “Risultati che aprono nuove prospettive per una cura funzionale dell’HIV, ossia una terapia in grado di controllare il virus anche dopo la sospensione dei farmaci antiretrovirali. In modo, da profilarsi nuove opportunità preziose per la gestione clinica a lungo termine delle persone con HIV, riducendone anche la tossicità associata ai farmaci, migliorando aderenza alla terapia e qualità di vita, problemi rilevanti soprattutto in bambini e adolescenti. Naturalmente, il passo successivo, sarà poi quello di poter giungere all’eradicazione del virus”.

Lo studio è condotto in otto centri clinici in Italia (Ospedale San Raffaele di Milano, Ospedale L. Sacco di Milano, Ospedale San Gerardo di Monza, Ospedale Universitario di Ferrara, Policlinico di Modena, Ospedale S.M. Annunziata di Firenze, Istituto San Gallicano – Istituti Fisioterapici Ospitalieri di Roma, Policlinico Universitario di Bari) ha monitorato a lungo termine 92 volontari vaccinati del precedente studio clinico condotto dall’Iss.

La ricerca di una cura per l’HIV, insieme alla prevenzione dell’infezione, rileva l’Istituto, è “un’assoluta priorità della comunità scientifica internazionale anche per le vaste risorse che l’HIV/AIDS sottrae alla lotta alla povertà e alle ineguaglianze nel mondo”.

Respirare male indebolisce l’equilibrio delle persone

Pubblicato il 15 Feb 2019 alle 7:44am

Molte persone non sono capaci di respirare correttamente, ovvero sfruttando i muscoli dell’addome. Con conseguenze negative sull’equilibrio del corpo e un maggior rischio di cadute. E’ quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Gait & Posture. (altro…)

Sla, importante scoperta, il colesterolo ‘cattivo’ LDL è una delle cause genetiche

Pubblicato il 13 Feb 2019 alle 11:11am

Il colesterolo chiamato “cattivo” LDL è una delle cause genetiche della SLA, la Sclerosi laterale amiotrofica. E’ una recente scoperta fatta dalla Città della Salute di Torino. Uno dei più importanti studi genetici eseguiti finora sulla malattia.

Appena pubblicato sull’importante e prestigiosa rivista scientifica internazionale Annals of Neurology è uno studio che ha dimostrato che l’iperlipemia è un fattore di rischio genetico per la sclerosi laterale amiotrofica e che il fumo di sigaretta ed elevati livelli di attività fisica sono fattori di rischio, mentre un’attività fisica moderata ed un maggiore livello di istruzione sono fattori protettivi per la malattia.

La scoperta è stata effettuata dall’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino in collaborazione con il National Institutes of Health di Bethesda negli Stati Uniti. Questo studio apre per la prima volta la possibilità ad interventi preventivi per la SLA e nuovi approcci terapeutici di precisione, cioè per gruppi definiti di pazienti.

La SLA è una malattia degenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni cerebrali e del midollo spinale che controllano il movimento muscolare volontario, compromettendo il movimento degli arti, la fonazione, la deglutizione. La SLA colpisce circa 5000 persone solo in Italia (delle quali circa 500 sono in Piemonte). Attualmente non esiste alcuna cura per questa terribile malattia.

Lo studio in questione, sostenuto dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito dei finanziamenti ‘Dipartimento di Eccellenza’, attributi al Dipartimento di Neuroscienze ‘Rita Levi Montalcini’ dell’Università degli Studi di Torino, eseguito presso il Centro Regionale Esperto SLA dell’ospedale Molinette e dell’Università di Torino, è stato condotto dal professor Adriano Chiò, dal professor Andrea Calvo e dal loro gruppo di ricerca. Lo studio assume una particolare rilevanza per l’innovativa tecnica di analisi utilizzata, la randomizzazione mendeliana, su 20.806 casi di SLA e 59.804 controlli di origine europea, analizzando 10.031.630 varianti geniche associate a 889 ‘tratti’, che includono un’ampia gamma di caratteristiche fisiologiche e di fenotipi di malattia. Ciascun tratto analizzato separatamente per determinare se è in grado di modificare il rischio di SLA.

Grazie a questa analisi metodologicamente, molto complessa, i ricercatori hanno dimostrato che le LDL (lipoproteine a bassa densità, cioè il cosiddetto colesterolo cattivo) sono un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo della SLA. Questa tecnica di analisi ha un vantaggio molto rilevante, poiché elimina i fattori confondenti e permette di studiare l’intera vita dei casi studiati, invece di periodi limitati. Lo studio ha anche identificato i tratti genici che sono alla base della correlazione tra LDL e SLA. Inoltre lo studio ha dimostrato che l’attività fisica intensa favorisce lo sviluppo della malattia, mentre un’attività fisica moderata è al contrario molto protettiva. Infine, è stato confermato anche che il fumo di sigaretta favorisce la comparsa della SLA.