benessere

Perdere 4 chili in un mese grazie alla camminata

Pubblicato il 10 Dic 2019 alle 6:38am

Camminare a passo svelto fa molto bene alla linea e alla salute. Riuscire a fare 7 chilometri orari, e cioè compiere tre chilometri e mezzo nella mezz’ora aiuta a perdere i chili in eccesso, parola di esperti.

Il momento migliore per dedicarsi alla camminata è il mattino presto.

Questo, infatti, permette di riaccendere il metabolismo così da bruciare più facilmente le calorie da incorporare durante la giornata che segue.

C’è anche chi ritiene ottimo camminare a stomaco vuoto per poter perdere dei kg in più.

Ma passiamo al momento un po’ meno felice della dieta, l’alimentazione giusta da abbinare a questa attività.

Il regime alimentare della dieta della camminata prevede quattro fasi di tipo evolutivo.

La prima definibile depurativa, dato che è la più restrittiva, e dura solo tre giorni a settimana di sacrificio.

In questi tre giorni bisognerà dire addio ai carboidrati e mangiare leggero a beneficio di reni e fegato.

La seconda fase è definita rieducativa. La sua durata è di 7 giorni nella quale si mangiano uova, latte e derivati, cereali e legumi.

Infine, arriviamo alle due ultime fasi definite di consolidamento e mantenimento.

In esse ci sarà la possibilità di mangiare carni magre, salumi con poco grasso e formaggi.

Ma cambierà anche la camminata. Infatti, non sarà sempre di 30 minuti, ma andrà ad aumentare nel corso delle 4 fasi.

Si inizierà con una camminata di 30 minuti per i primi giorni della dieta, poi si aumenterà sempre di poco per arrivare a fare una camminata di 1 ora.

Molto efficace anche l’idratazione. Bisognerebbe bere un paio di ore prima della camminata, di 600-700 millilitri di acqua, e mentre ci si allena, bere invece 250 millilitri di acqua ogni 15 minuti, per poi continuare a bere anche alla fine dell’attività fisica.

Un’altra importante regola generale è quella di non saltare i pasti.

Oms, l’arte fa bene alla salute

Pubblicato il 05 Dic 2019 alle 6:33am

L’Organizzazione Mondiale della Salute ha fatto condurre all’Heath Evidence Network una ricerca, per verificare l’esistenza di evidenze scientifiche in cui i ricercatori hanno analizzato 900 pubblicazioni, tra cui 200 meta analisi, per un totale di più di 3.000 studi in totale, dimostrando l’importante contributo dell’arte sulla salute e prevenzione di malattie fisiche e psichiche.

Lo studio suggerisce che le arti possano anche aiutare ad alleviare i sintomi di quelle patologie per le quali non esiste ancora una cura efficace.

In particolare l’arte può:

1. Aiutare le persone ad alleviare i sintomi di una situazione psicologica causata da un trauma o abuso. 2. Dare sollievo alle persone con condizioni acute. 3. Supportare le persone con disturbi di natura neurologica, inclusi autismo, paralisi celebrale, ictus, demenze. 4. Aiutare nel trattamento di malattie non trasmissibili come il cancro, le patologie polmonari, le malattie cardiovascolari. 5. Supportare l’azione delle cure palliative nelle terapie per il fine vita.

L’80% degli adolescenti fa poca attività fisica

Pubblicato il 24 Nov 2019 alle 6:41am

L’80% degli adolescenti fa meno di un’ora di attività fisica al giorno, la ‘dose minima’ raccomandata dall’OMS. A rivelarlo uno studio condotto su un milione e seicentomila ragazzi dagli 11 ai 17 anni di 146 paesi del mondo. La ricerca in questione è stata pubblicata ieri su The Lancet Child & Adolescent Health.

Le ragazze le più pigre I ricercatori hanno analizzato i dati raccolti attraverso le scuole. La valutazione ha incluso tutti i tipi di attività fisica, come ad esempio il tempo trascorso in giochi attivi, attività ricreative e sportive, faccende domestiche, passeggiate a piedi, in bicicletta o con altri tipi di trasporto attivo oltre alle ore di educazione fisica. A sorpresa, le più pigre sono risultate essere le ragazze: l’85% di loro si muove meno di un’ora al giorno contro il 78% dei ragazzi. Un dato questo che riguarda tutti i paesi del mondo ma in particolare le adolescenti di Tonga, Samoa, Afghanistan e Zambia. Nel 73% dei paesi inclusi nello studio la differenza tra i generi è aumentata tra il 2001 e il 2016.

Ragazzi più attivi Un piccolo miglioramento si è registrato, invece, tra il 2001 e il 2016 nelle abitudini dei ragazzi: la percentuale di quelli che praticavano un livello di attività fisica insufficiente è passata dall’80 al 78%. Anche se si tratta di un lieve calo che riguarda alcuni paesi in particolare tra cui Bangladesh, Singapore, Thailandia, Irlanda e Stati Uniti, rappresenta comunque un segnale positivo controbilanciato dal trend negativo delle ragazze. Per questo, secondo gli esperti, non si riuscirà a raggiungere la riduzione del 15% di adolescenti che non si muovono abbastanza ogni giorno.

In Italia, invece, situazione tende a peggiorare In Italia la percentuale di adolescenti di entrambi i sessi che non praticavano la giusta quantità di attività fisica ogni giorno era nel 2001 dell’86,7% (di cui il 90,6% ragazze). Dopo quindici anni, la situazione è peggiorata passando all’88,6% di cui il 91,5% ragazze. Una fotografia che trova una conferma anche nei dati raccolti dal nostro Istituto Superiore di Sanità sui ragazzi fra gli 11 e i 15 anni dai quali emerge che meno del 10% svolge almeno un’ora quotidiana di movimento, come raccomandato dall’Oms.

Gli esperti si dichiarano preoccupati di questa situazione, perché può compromettere la loro salute attuale e futura. A livello fisico e psicologico.

Sanità italiana, nona al mondo per qualità e servizi

Pubblicato il 22 Nov 2019 alle 6:33am

Il nostro Servizio sanitario nazionale è nono al mondo per qualità e servizi, dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia. È la ‘certificazione’ che arriva dalla prima analisi fatta a livello nazionale ‘Global Burden of Disease (GBD) Study’, pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Public Health e coordinata dall’IRCCS Materno-Infantile Burlo Garofolo di Trieste. E per questo “Ne emerge un quadro globalmente positivo – afferma all’ANSA Lorenzo Monasta, primo autore del lavoro – pur con alcune criticità”.

Tra le criticità rilevate… ci sarebbero, invecchiamento rapido della popolazione, spiega ancora Lorenzo Monasta, “è spiegato infatti, col fatto che in Italia abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (1,3%) e contemporaneamente una tra le più alte speranze di vita (che ci colloca all’8/0 posto nel mondo per aspettativa di vita alla nascita, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017)”.

Questo scenario, continua l’esperto, sta cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumentando il carico delle patologie croniche tipiche dell’invecchiamento, dai problemi di vista e udito all’Alzheimer e altre demenze. Basti pensare che gli anni di vita con disabilità legati ad Alzheimer e altre demenze sono aumentati del 78% dal 1990 al 2017 e i decessi per Alzheimer più che raddoppiati (+118%). “L’altro aspetto significativo – aggiunge Monasta – è che dal 1990 ad oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario”. In particolare, rileva l’esperto, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al PIL è sceso dal 7% al 6,7%, mentre nello stesso arco di tempo la spesa privata per la salute è passata aumentato dall’1,8% al 2%. Inoltre, dal 1995 la spesa complessiva per la salute in rapporto al PIL è aumentata dell’1,15%, aumento assorbito, però, non dal finanziamento pubblico, ma da quello privato.

Un test del sangue per diagnosticare tumore al seno 5 anni prima

Pubblicato il 07 Nov 2019 alle 6:00am

Il cancro al seno potrebbe essere diagnosticato fino a cinque anni prima che ci siano segni clinici e sintomi evidenti grazie a un esame del sangue capace di identificare la risposta immunitaria dell’organismo alle sostanze prodotte dalle cellule tumorali.

Secondo una nuova ricerca infatti, presentata alla Conferenza stampa sul cancro dell’NCRI del 2019 condotta dai ricercatori dell’Università di Nottingham, nel Regno Unito, le cellule tumorali producono proteine – i cosiddetti “antigeni” – che portano l’organismo a produrre anticorpi contro di loro (gli autoantigeni).

Con questo nuovo studio, è stato scoperto che questi antigeni associati al tumore (TAA) sono buoni indicatori del cancro: sviluppando, quindi, dei pannelli di TAA, già noti per essere associati al carcinoma mammario, per capire se ci sono autoanticorpi contro di loro nei campioni di sangue prelevati dai pazienti.

In uno studio pilota i ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da 90 pazienti al momento della diagnosi di carcinoma mammario e li hanno confrontati a campioni prelevati da un gruppo di controllo di altri 90 pazienti sani. Tramite screening (microarray proteico), hanno individuato la presenza di autoanticorpi contro 40 TAA associati al carcinoma mammario e anche contro 27 TAA che non erano noti per essere collegati alla malattia.

“I risultati del nostro studio hanno dimostrato che il carcinoma mammario induce autoanticorpi contro pannelli di specifici antigeni associati al tumore. Siamo stati in grado di rilevare il cancro con ragionevole precisione identificando questi autoanticorpi nel sangue“, afferma Daniyah Alfattani, dottoranda che ha partecipato alla ricerca.

I ricercatori hanno identificato tre gruppi di TAA contro i quali testare gli autoanticorpi. L’accuratezza del test è migliorata nei pannelli che contenevano più TAA. Il gruppo di cinque TAA ha rilevato correttamente il carcinoma mammario nel 29% dei campioni dei pazienti affetti da cancro e ha correttamente identificato l’84% dei campioni di controllo come privo di cancro. Il gruppo di sette TAA ha identificato correttamente il cancro nel 35% dei campioni di cancro e nessun cancro nel 79% dei campioni di controllo. Il gruppo di nove antigeni ha identificato correttamente il cancro nel 37% dei campioni di cancro e nessun cancro nel 79% dei controlli.

“Dobbiamo sviluppare e validare ulteriormente questo test – dice la Alfattani. Ma questi risultati sono incoraggianti e indicano che è possibile rilevare in fase iniziale un segnale per il carcinoma mammario. Una volta migliorata la precisione del test, si apre la possibilità di utilizzare un semplice esame del sangue per migliorare la diagnosi precoce della malattia“.

I ricercatori stanno ora testando campioni di 800 pazienti contro un gruppo di nove TAA e si aspettano che l’accuratezza del test migliori ulteriormente.

Dieta della Terra, i cibi che allungano la vita e fanno dimagrire

Pubblicato il 01 Nov 2019 alle 7:47am

Esiste una dieta, chiamata della Terra che è in grado, secondo un recente studio, condotto da equipe scientifiche attive presso gli atenei di Oxford e del Minnesota di mantenersi in forma e salvaguardare anche la nostra amata e bistrattata natura. (altro…)

La dieta giapponese potrebbe sostituire quella mediterranea, ecco perché

Pubblicato il 19 Ott 2019 alle 7:15am

La dieta giapponese può essere un’alternativa alla dieta mediterranea in termini di benefici sulla nostra salute. Tra i principali effetti benefici, vengono segnalati una più alta aspettativa di vita (79 anni per la mediterranea e 85 per la giapponese) e la riduzione di malattie cardiovascolari, diabete e cancro. E’ questo quanto emerge dall’incontro “Dieta giapponese e prevenzione oncologica” organizzato a Roma pochi giorni fa.

Entrambe le diete fanno sapere gli esperti, hanno un tasso di riduzione di rischio di determinate patologie: per l’ictus, del 25% per la dieta mediterranea e del 22% per quella giapponese; per i tumori del 35% per la mediterranea e del 27% per la giapponese, per il Morbo di Parkinson del 46% per la mediterranea e del 50% per quella del Sol Levante.

“È ormai assodato che esista un rapporto bidirezionale tra i nostri geni e i nutrienti che assumiamo con la dieta”, sottolinea Marco Silano, responsabile dell’Unità operativa Alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità, “il patrimonio genetico determina la risposta di ciascun individuo ai nutrienti. Parallelamente, gli stessi nutrienti modificano l’espressione dei geni, silenziando alcuni e attivandone altri”.

La dieta giapponese, secondo i ricercatori del Children’s Hospital Medical Center di Cincinnati sulla rivista scientifica Biology and Reproduction, riduce il rischio di tumore alla prostata. I benefici di questo regime alimentare sulla prevenzione del cancro della prostata sono dati dalla produzione di una molecola chiamata Equol che viene prodotta dall’intestino quando digerisce la soia, in grado di bloccare l’azione di un ormone maschile, chiamato Dht, che è collegato all’ipertrofia prostatica e al tumore.

Secondo alcuni studiosi del dipartimento di Epidemiologia della Columbia University, inoltre, la “dieta del Sol Levante”, povera di grassi, anche dopo l’accertamento del tumore, può influire sul decorso del tumore prostatico. “Dal punto di vista clinico, l’alimentazione giapponese risulta efficace nella prevenzione secondo una duplice prospettiva”, a spiegarlo è Andrea Tubaro, direttore dell’Unità operativa complessa di Urologia, dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, durante l’incontro ‘Dieta giapponese e prevenzione oncologica’, organizzato a Roma. “Anzitutto, la dieta giapponese è ricca di cibi come tofu, edamame, germogli di soia, caratterizzati da estrogeni deboli – ha aggiunto l’esperto – cioè sostanze di derivazione naturale con una debole attività estrogenica. L’assunzione fin dall’infanzia di cibi con estrogeni deboli genera un’azione protettiva sul tumore della prostata. In secondo luogo, è molto povera di grassi saturi, che sono dannosi per l’organismo poiché innalzano i livelli del colesterolo, la cui alterazione può generare complicanze di tipo cardiovascolare”. Secondo i dati presentati nel corso dell’incontro, il tumore alla prostata ha un’incidenza maggiore nei Paesi occidentali (ad esempio, è del 40% negli Stati Uniti), mentre in Giappone, i numeri si attestano su un’incidenza del 10%.

Camminata veloce, per dimagrire e mantenere in forma cuore e cervello

Pubblicato il 15 Ott 2019 alle 7:21am

Non basta camminare. Conta anche la velocità del passo che si fa, soprattutto nella mezza età. Tanto più il cervello e l’intero organismo si mantengono giovani, tanto più si riduce l’impatto del tempo che passa sul nostro organismo.

Chi cammina più lentamente tende ad accelerare i processi di invecchiamento. Pur senza adottare un contachilometri, non bisogna mai dimenticarsi di quanto sia importante camminare celermente. E se non lo avessimo ancora presente, ecco allora che ad aiutarci arriva una nuova ricerca dagli Usa, pubblicata su Jama Network Open, che mostra proprio come il camminare, più rapidamente nella mezza età “senta meno” incida positivamente sul metabolismo ed alcuni organi essenziali.

Secondo i ricercatori, infatti, la misurazione del tempo di una passeggiata ed i chilometri percorsi a 45 anni potrebbe diventare uno strumento efficace per valutare il futuro delle attività cerebrali in età più avanzata. Secondo Terie Moffit della Duke University, docente di Psicologia e Neuroscienze oltre che tra gli autori dello studio, “le persone che vanno lentamente hanno perduto una maggior quantità di volume cerebrale nella mezza età ed hanno prestazioni fisiche e mentali meno efficienti in confronto a chi invece tiene un ritmo di camminata più veloce”.

Quando si parla di velocità del passo, occorre sempre considerare questo parametro in relazione all’età. Nello studio, il confine tra lentezza e velocità è stato fissato intorno a poco più di un metro per secondo. Le persone di mezza età che vanno più lentamente in qualche modo mostrano i segni di un invecchiamento più precoce e rapido.

L’andatura più rapida, al contrario, è un indice che comprende un insieme di positività per l’organismo: chi si muove velocemente ha cuore e polmoni più in forma e in salute, una valida resistenza allo sforzo, una positiva capacità di reazione di muscoli, tendini ed articolazioni. Insomma presenta un corpo nel complesso generale più tonico.

Lo studio ha preso in esame quasi 1.000 persone, nate tra il 1972 e il 1973, alla soglia dei 45 anni. Prima i partecipanti hanno camminato sulla strada al loro passo abituale, poi in modo più rapido ed efficace possibile. In tutti è stata eseguita anche una risonanza magnetica cerebrale per rilevare segni precocissimi di decadimento cognitivo, oltre a una serie di test fisici e mentali. Risultato?

Le persone che avevano il passo più lento avevano segni di invecchiamento precoce più rapido.

Mantenersi in forma è anche una forma preventiva per il cuore e i polmoni. Meglio, ancora, se si cammina ad un passo sostenuto, per strada all’aria aperta o in palestra o a casa su tapis roulant o una nuotata al mare, in piscina, o gita in bicicletta, compatibilmente, con gli sforzi che il corpo si sente di sopportare.

L’esercizio fisico oltre ad agire sul metabolismo a riposo, diminuendolo progressivamente, influenza anche la produzione di calore provocata dagli alimenti. Questo fenomeno, estremamente interessante sotto il profilo scientifico, è mediato da una serie di segnali ormonali specifici.

In particolare l’attività fisica regolare agisce direttamente sulla Corticotropina (CRF) in grado di indurre una riduzione delle calorie introdotte e un aumento del consumo di energia, al contrario del Neuropeptide Y che ha un’attività diametralmente opposta. Con l’esercizio fisico, quindi, si favorisce la sintesi di CRF e si consumano più calorie.

Per questo, muoversi regolarmente è una vera e propria panacea per tenersi in forma, aiutando cuore, articolazioni, polmoni e cervello a lavorare al meglio e contrastando anche il sovrappeso. Lo dicono le ricerche scientifiche: l’aumento dell’attività fisica da solo o in associazione a un trattamento dietetico consente di creare un deficit nel bilancio calorico e quindi di favorire il calo di peso.

In particolare con l’attività fisica si può ottenere un calo del 2-3 per cento del peso e dell’Indice di Massa Corporea. Inoltre l’attività fisica regolare favorisce la ridistribuzione del grasso corporeo, facilitando la perdita dei grasso in eccesso intraddominale considerato particolarmente a rischio per la salute.

Yoga, quali sono i possibili benefici

Pubblicato il 21 Set 2019 alle 6:27am

Lo yoga è una pratica che è un vero e proprio toccasana sotto ogni punto di vista. Apporta benefici mentali e fisici, influendo addirittura in maniera positiva anche sullo stato di salute della nostra pelle. Abiby, talent scout di prodotti must have e novità nel mondo beauty, ha svelato 5 segreti di bellezza legati a questa disciplina: meno occhiaie, pelle più luminosa, più elasticità e meno rughe.

Lo yoga è una disciplina che ha un grande impatto sull’intera circolazione corporea, sia sanguigna che del sistema linfatico. Lo yoga prevede movimenti lenti e mirati favorendo così una corretta e salutare circolazione arteriosa, rallentando invecchiamento cellulare, aiutando ad avere arti meno gonfi ed a eliminare tossine, borse sotto gli occhi.

Ogni muscolo viene interessato e riattivato. Questo prevede più forza e resistenza, flessibilità ed elasticità: i primi risultati sono già visibili dopo poche settimane di pratica. Spesso quelli più rigidi e contratti sono quelli della schiena e del collo, che se sforzati possono causare forti mal di testa. Oppure quelli del viso, che possono anticipare la comparsa delle rughe.

Alla base delle infiammazioni possono esserci cause molto più complesse che questa disciplina fisica aiuta a contrastare.

Lo Yoga infatti agisce positivamente su sonno, respirazione, digestione, intestino pigro, pelle acneica. Elimina infine le occhiaie.

Prima colazione, promossi gli italiani

Pubblicato il 20 Set 2019 alle 6:55am

Gli italiani sono stati promossi per la prima colazione. Abitudine a cui non rinunciano circa 9 italiani su 10. Ben l’88% la consuma infatti tutti i giorni (o quasi), un dato che è in costante aumento rispetto a 6 anni fa quando la sceglievano l’86%. Scende, quindi, il numero di chi la salta, passando dal 14% del 2013 al 12% del 2019. Molto bene le famiglie con figli under 14 – circa 4 milioni – dove tutti fanno colazione (98%).

Questi alcuni dei dati emersi da una ricerca a cura dell’Osservatorio Doxa/UnionFood “Io Comincio Bene” presentata ieri a Milano, nel corso di un incontro organizzato da Unione Italiana Food, la più grande associazione in Europa che raggruppa aziende produttrici di beni alimentari. Dati positivi, è stato affermato, che mostrano come la maggior parte degli italiani abbia accolto positivamente i messaggi lanciati da diversi anni dagli esperti nutrizionisti sull’importanza del primo pasto della giornata.

I giovanissimi, però, tra i 15 e i 24 anni nel 18% dei casi saltano la colazione, perché ci si alza troppo tardi (16%) o per mancanza di tempo (15%).