studi

Dolcificanti, nuova ricerca stabilisce che hanno effetti minimi e incerti sul peso

Pubblicato il 06 Gen 2019 alle 5:56am

Secondo una recente ricerca, svolta dalla Cochrane Foundation, degli studi pubblicati sul tema, e pubblicata dalla rivista scientifica Bmj, non ci sarebbero evidenze scientifiche evidenti che dimostrerebbero i benefici dovuti all’uso di dolcificanti al posto dello zucchero.

I ricercatori hanno infatti analizzato 56 studi precedenti condotti in Europa sui possibili benefici su peso, glicemia, salute orale, tumori e altre patologie della sostituzione degli zuccheri con alternative meno caloriche, scoprendo che “In generale – scrivono gli autori -, i risultati mostrano che per la maggior parte degli esiti che non ci sono differenze rilevanti dal punto di vista statistico o clinico tra chi è esposto ai dolcificanti, a diverse dosi, e chi non lo è”.

Negli adulti ad esempio hanno evinto i ricercatori che sono pochi gli studi che evidenziano in realtà dei miglioramenti e voi ci sono sono del resto anche piccoli nell’indice di massa corporea e nella glicemia. Un moderato apporto di dolcificanti, aggiungono gli autori, è associato a un aumento di peso leggermente minore rispetto a chi ne ha fatto un uso prolungato, ma alla fine è di circa 100 grammi. Nei bambini invece non è stato osservato nessun benefico sull’indice di massa corporea.

Nell’intestino, fabbriche naturali per gli enzimi del sangue universale

Pubblicato il 25 Ago 2018 alle 6:53am

Si trovano nel nostro intestino gli enzimi che sono in grado di trasformare i gruppi sanguigni A e B nel gruppo zero, il gruppo universale che può essere donato a tutti. Questi enzimi sono stati scoperti grazie a batteri intestinali, e sono 30 volte più potenti di altri finiti sotto esame in precedenza.

Il risultato è stato presentato nel corso di un congresso fatto dalla Società americana di chimica e da Stephen Withers, dell’università della British Columbia. (altro…)

Evitare di dormire con telefono acceso, campi elettromagnetici fanno male alla salute

Pubblicato il 20 Ago 2018 alle 7:30am

Dopo circa 20 anni di indagini, in cui gli esperti hanno raccolto non poche evidenze, è emerso che i campi elettromagnetici sono stati classificati come «possibilmente cancerogeni per l’uomo» dall’Organizzazione Mondiale di Sanità tramite la sua Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) di Lione, in quanto il complesso degli studi non ha dimostrato un nesso di causa-effetto tra l’uso di telefonini e l’insorgenza di tumori.

Eppure un giudice del lavoro a Firenze ha condannato l’Inail a corrispondere una rendita da malattia professionale a un addetto alle vendite che per motivi di lavoro ha trascorso per oltre 10 anni 2-3 ore al giorno al telefono e al quale è stato diagnosticato un tumore benigno all’orecchio.

Diversi studiosi sollecitano invece le autorità a valutare meglio i rischi legati ai telefoni cellulari e a campi elettromagnetici.

«Nel 2011, proprio la Iarc ha preso in esame tutti gli studi effettuati – risponde Francesco Bochicchio, direttore del Centro nazionale per la protezione dalle radiazioni e fisica computazionale dell’Istituto Superiore di Sanità – sia quelli sperimentali (studi in vivo su animali e studi in vitro su cellule) sia quelli epidemiologici (studi osservazionali sull’uomo, compreso lo studio Interphone, coordinato dalla stessa Iarc, sui tumori della testa e del collo negli utilizzatori di telefoni cellulari) sull’eventuale ruolo dei campi elettromagnetici a radiofrequenza emessi non solo dai telefoni cellulari, ma anche da antenne radiotelevisive e antenne fisse per telefonia cellulare, nonché da apparecchiature di notevole potenza usate in ambito industriale. La Iarc ha concluso che questi studi non supportano l’ipotesi di cancerogenicità dei campi elettromagnetici, con l’eccezione di alcuni studi epidemiologici che hanno rilevato in gruppi di utilizzatori di telefoni cellulari un aumento di rischio di contrarre il glioma (un particolare tipo di tumore del cervello) e il neurinoma del nervo acustico (un tumore benigno). Questo aumento di rischio non è stato però osservato in altri studi epidemiologici e non risulta supportato dagli studi sperimentali su animali e su cellule: per questo motivo la IARC ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza solo come “possibilmente cancerogeni per gli esseri umani” (Gruppo 2B) e non come “probabilmente cancerogeni” (Gruppo 2A) né come “cancerogeni certi” (Gruppo 1, in cui sono compresi ad esempio i lettini abbronzanti che emettono UV e il radon presente nelle abitazioni)».

Dal 2011 in poi non è cambiato nulla. Gli studi successivi non rimuovono le incertezze connesse a questa classificazione e pertanto, è meglio, stare attenti. Evitare di usare troppo il telefono cellulare e di tenerlo la notte vicino sul comodino acceso accanto al letto.

Università, Londra scalza Parigi: Milano prima di Roma

Pubblicato il 14 Mag 2018 alle 6:30am

Per la prima volta Londra è in cima alla classifica di QS Best Student Cities. La capitale inglese supera la capitale francese e Montreal, detentrici del primato 2016 e 2017, che quest’anno dovranno accontentarsi del quinto e quarto posto. Secondo e terzo posto per Tokyo e Melbourne, come riportato da Skuola.net. (altro…)

Mais Ogm: nessun rischio per la salute

Pubblicato il 25 Feb 2018 alle 6:27am

Un recente studio, condotto dai ricercatori dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e pubblicato su Scientific Reports, conclude che, esaminando i dati relativi a 21 anni di coltivazioni di mais transgenico non c’è alcuna evidenza circa il rischio per la salute umana, animale o ambientale. (altro…)

Riscatto della laurea gratis per coloro che si iscrivono all’università nel 2018

Pubblicato il 10 Lug 2017 alle 8:44am

Il costo sarà gratuito per chi vorrà riscattare la propria laurea e iscriversi all’Università nel 2018. E’ la proposta del sottosegretario Paolo Baretta, anticipata dall’edizione cartacea del quotidiano ‘Il Messaggero’ per dare la possibilità ai ‘Millenials’ di ricevere contributi per il periodo passato a studiare.

Così, dopo l’ipotesi di riscatto gratuito per i nati tra il 1980 e il 2000, Baretta propone di aprire anche un tavolo di lavoro affinché gli immatricolati del prossimo anno possano ricevere i primi contributi “già tra tre anni”.

Il sottosegretario all’Economia ha chiesto dunque all’Inps di quantificare le risorse necessarie. E’ possibile, che l’iniziativa venga applicata soltanto a chi si laureerà entro i tempi previsti dal piano di studi.

L’obiettivo, però, sarebbe quello di rendere la proposta retroattiva e applicarla anche a chi è nato dopo il 1980, si è laureato senza andare fuori corso. In questo caso, però, l’onere per lo Stato sarebbe molto più alto e potrebbe essere possibile una piccola partecipazione per ic contributi da parte anche del laureato.

E chi ha già riscattato la laurea? In questo caso resta un grosso nodo da sciogliere. Per Baretta si tratta di una questione di “solidarietà intergenerazionale” e la proposta ha un “significato anche culturale”. Il messaggio che si vuole mandare, è che la vita lavorativa inizia prima del primo giorno di lavoro, scegliendo l’università.

Fibromialgia e dolore cronico, come alleviarlo anche a tavola

Pubblicato il 07 Mag 2017 alle 8:45am

La fibromialgia, è una patologia muscolo scheletrica che colpisce soprattutto le donne. Si presenta come dolore cronico diffuso e tutta una serie di sintomi di non poco conto.

«Presenta, infatti, astenia, disturbi del sonno, di ansia, dell’umore e della sfera cognitiva che minano seriamente alla qualità della vita, relazionale e lavorativa delle persone», spiega il reumatologo Giannantonio Cassisi, segretario CReI. «Riguarda in prevalenza le donne e pare che solo il 20% dei pazienti che hanno dolore cronico diffuso abbiano la fibromialgia. È una malattia difficile da comprendere: bisogna conoscerla molto bene, e una cura ad oggi non è stata ancora trovata».

Il problema colpisce il 13% della popolazione, «riguarda nella stessa misura entrambi i sessi e può essere diagnosticata in base a due criteri: se si ha dolore alla parte alta e bassa e da ambo i lati del corpo per tre mesi consecutivi, oppure, secondo quelli che sono i topografici di Manchester, ossia se i pazienti indicano dei punti sui quadranti appositamente disegnati su un manichino».

Le cause possono essere diverse, «dalle malattie degenerative allo stress, passando per una carenza di vitamina D, fino ad arrivare ad una poliartrosi che perdura da parecchio tempo. Ecco perché bisogna allora stare particolarmente attenti alla diagnosi».

Una dieta scorretta, dice ancora l’esperto e colleghi, riuniti a Roma per il XX Congresso Nazionale del Collegio reumatologi Italiani (CReI) dedicato alle “Malattie senza dolore”, può determinare uno squilibrio della flora batterica intestinale finendo così per amplificare la percezione degli stimoli dolorosi. Dunque via libera alla dieta mediterranea, occhio alle intolleranze, sì all’integrazione con vitamina D: questi i primi consigli per chi soffre di fibromialgia e dolore cronico diffuso.

Infatti, secondo diverse ricerche è emerso che anche l’intestino potrebbe giocare un ruolo chiave nell’esordio della fibromialgia.

«Molti dei fibromialgici infatti presentano disturbi gastro-intestinali, come l’iperproliferazione batterica nel tenue o il colon irritabile». Il neurologo e nutrizionista Menotti Calvani dell’Università Tor Vergata di Roma, spiega «Sappiamo che molti dei recettori per neurotrasmettitori presenti nell’intestino influenzano il tono dell’umore e i centri del dolore. Sappiamo pure che l’intestino dei fibromialgici, in terapia con antidolorifici e gastroprotettori che riducono l’acidità gastrica, è più permeabile di altri. Questo vuol dire che mettono in circolo, nel corpo, più sostanze che causano dolore, come adrenalina e dopamina, per esempio».

Riequilibrare l’intestino significa dunque poter ridurre la sintomatologia della sindrome fibromialgica. Ma cosa bisogna fare? «In primis, si deve valutare se ci sono intolleranze: sappiamo che il 36% dei fibromialgici è intollerante al lattosio, mentre il 49% lo è al glutine». «Poi bisogna valutare se c’è carenza di vitamina D o un’alimentazione che non segue i principi della dieta mediterranea, con cibi poco cotti e ricchi di fibre che aiutano la corretta funzionalità intestinale».

Altro consiglio è quello di ridurre gli zuccheri, controllare la presenza o meno dell’alterazione di un gene, quello della produzione di acido folico, che grazie a una serie di meccanismi interni permette di eliminare omocisteina, anche questa causa di aumento del dolore. Da non dimenticare infine la buona abitudine di fare una costante attività fisica, che aiuta anche l’intestino a normalizzarsi.

Celiachia, intolleranza al glutine, no a diagnosi fai da te

Pubblicato il 26 Ott 2016 alle 12:05pm

E’ una moda pericolosa dicono gli esperti, quella di autodiagnosticarsi una intolleranza al glutine, o meglio una ‘sensibilità al glutine non celiaca’.

Perché, molti sono i presunti intolleranti “i veri celiaci e come tali vanno inquadrati e seguiti da uno specialista”. A lanciare l’allarme sono i gastroenterologi della Sige (Società italiana di gastroenterologia), che ricordano come questa condizione, “dai contorni assai sfumati”, è finita da qualche tempo sotto i riflettori, facendo allargare la rosa delle potenziali proteine alimentari colpevoli di disturbi simili a quelli della sindrome dell’intestino irritabile (pancia gonfia, dolori addominali, diarrea alternata a stipsi), molto frequenti tra la popolazione, soprattutto le donne.

Sintomi ai quali si accompagnano spesso anche stanchezza, malessere generale, cefalea, difficoltà di concentrazione, eczemi, dolori articolari.

“In un mondo sempre più dominato da mitologie dietetiche fomentate da un’informazione ad alto flusso, di facile accesso ma non controllata e non sempre attendibile sottolinea Antonio Craxì, presidente della Sige – il ruolo di una società scientifica è quello di fornire al pubblico la visione più aggiornata, comprensibile e nel contempo bilanciata su quanto la ricerca scientifica, ma anche le mode del momento pongono all’attenzione di tutti”.

La Sige, “che raccoglie il maggior numero dei clinici e dei ricercatori italiani attivi nel campo delle malattie digestive, si pone come interlocutore attento e consapevole dei bisogni di salute, ma anche delle incertezze che derivano da una informazione spesso improntata a soddisfare esigenze commerciali più che a sostenere il benessere individuale”, prosegue Craxì.

Gli inibitori dell’amilasi-tripsina o Ati, che rappresentano il 4% appena di tutte le proteine del frumento, sarebbero in grado di accendere l’infiammazione a livello dell’intestino, da dove si diffonderebbe a una serie di tessuti quali linfonodi, reni, milza e addirittura al cervello. “Si tratta di osservazioni preliminari – afferma ancora Carolina Ciacci, ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Salerno – che andranno valutate e validate attraverso studi clinici nell’uomo”.

Le Ati sono piccoli frammenti di proteine antigeniche, contenute nel frumento insieme al glutine, che inducono una risposta immunologica nella quale si producono soprattutto citochine (molecole infiammatorie) e questo segna l’inizio di una microinfiammazione “che non siamo ancora in grado di misurare, ma che induce malessere”. Questi pazienti non sono celiaci e hanno sintomi gastrointestinali o talora molto vaghi come cefalea, difficoltà di concentrazione, senso di testa vuota anche a distanza di minuti dopo aver consumato cibi contenenti frumento. Anche per questo ci si sta orientando a parlare non più o non solo di ‘intolleranza al glutine’, ma di ‘intolleranza al grano’.

Per questo, molte di queste persone intolleranti finiscono con l’adottare spontaneamente una dieta gluten-free che in alcuni contesti, come gli Stati Uniti, è stata scelta anche da un americano su 4, facendo esplodere il mercato dei prodotti gluten-free.

Single non tristi e soli, anzi più felici di chi ha un legame

Pubblicato il 10 Ago 2016 alle 6:36am

Non tristi e soli, i single. Nè tanto meno alla disperata ricerca di un’anima gemella. Le persone single di oggi sono invece più aperte alle esperienze di quelle che hanno una vita di coppia, hanno un maggiore senso di autodeterminazione e sono più propense ad una maggiore crescita e sviluppo psicologico. A rivelarlo è la ricerca ‘Quello che nessuno ti ha mai detto sui single’, presentata in occasione del 124/esimo convegno annuale della American Psychological Association che si è appena concluso a Denver, negli States.

I single, nel nostro Paese, secondo dati Censis nel 2011 erano oltre 7 milioni.

Gli studiosi americani per giungere a tale conclusione hanno preso in esame, 814 studi precedenti, dal cui confronto è emerso che i single tendono a dare più valore al proprio lavoro, coltivano di più i rapporti familiari con genitori, fratelli, e amicizie anche con colleghi di lavoro.

Hanno, inoltre, un senso di auto-determinazione più marcato e sono più propensi a sperimentare un senso di continua crescita e sviluppo come persona.

Infine, non è vero che sono alla disperata ricerca dell’anima gemella e sognano il matrimonio a tutti i costi. Sono felici anche così, forse anche più delle persone sposate.