Coronavirus e sindrome della capanna

a cura di Giovanna Manna
data pubblicazione 12 Mag 2020 alle ore 6:36am

Si chiama “sindrome della capanna” e può colpire, le persone che hanno vissuto sotto stress, ma che hanno gestito bene il confinamento, con il tempo per loro stessi, i loro cari e i loro hobby e a cui il ritorno alla normalità può a sua volta, generare un enorme stress.

Dal 4 maggio al via lockdown anche se, lo ribadiamo, non è un “libera tutti”. Sono riprese infatti alcune attività… Si può fare attività fisica all’aria aperta e visitare i “congiunti” ma c’è chi, proprio ora, si tira indietro per paura o perché ormai si è adattato a nuovi ritmi, casalinghi.

A spiegarlo al El País, è Timanfaya Hernández, del Collegio Ufficiale di Psicologi di Madrid:

“Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà con l’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza”.

Come ha ricordato la psicologa spagnola:

“Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre”

La quarantena ha permesso alle persone di avere maggiore tempo per se stesse, i loro cari e i loro hobby, ed è anche per questo che ora possono essere riluttanti a tornare alla frenetica vita di sempre.

E poi c’è anche chi, mal volentieri, si è abituato alla nuova routine e a ritmi differenti da cui ora, ugualmente, ha paura di allontanarsi di casa.

La “sindrome della capanna” (o del prigioniero, se preferite), si intende il voler evitare il contatto con l’esterno dopo un lungo periodo di isolamento, come appunto avviene durante il periodo di restrizione del coronavirus.

Il termine “sindrome della capanna” è stato coniato in quelle regioni degli Stati Uniti in cui il rigido inverno costringe gli abitanti ad una sorta di “letargo”, sebbene non sia pienamente accettato dagli psicologi.

“Conosciamo casi di persone che, dopo un ricovero in ospedale o essere stati in prigione, perdono la sicurezza e temono ciò che è fuori” ha spiegato la Hernández.