cause

Muovere le dita dei piedi se si soffre di gambe pesanti

Pubblicato il 21 Set 2020 alle 6:00am

Caviglie e gambe gonfie sono molto diffuse tra molte donne italiane, soprattutto di una certa età. In gravidanza o fra chi soffre di vene varicose. Il gonfiore può essere dovuto a un trauma fisico o alla ritenzione idrica (ovvero un accumulo di fluidi in eccesso).

Tra le principali cause delle gambe gonfie c’è anche lo stile di vita di tipo sedentario. Caviglie, polpacci e cosce tendono infatti a gonfiarsi se si sta troppo tempo seduti o in piedi. Quando si mantengono queste posizioni troppo a lungo, infatti, i liquidi si depositano in basso e ristagnano.

Questo avviene sia per effetto della forza di gravità, sia perché le valvole venose, da sole, non possono garantire il ritorno venoso (ovvero il “viaggio” dei liquidi verso l’alto).

Mucopolisaccaridosi di tipo 1: che cos’è, le possibili cause e cure

Pubblicato il 06 Ago 2020 alle 6:12am

La mucopolisaccaridosi di tipo 1 (MPS-1) è una malattia genetica rara che fa parte del gruppo delle mucopolisaccaridosi. Esordisce per un accumulo lisosomiale di mucopolisaccaridi, sostanze glicoproteiche complesse che sono tra i principali componenti della sostanza intercellulare del tessuto connettivo. Rossella Parini, consulente medico per la Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, spiega di cosa si tratta.

La MPS-1 è autosomica recessiva, cioè trasmessa da entrambi i genitori che sono portatori sani. È dovuta a mutazioni nel gene IDUA che codifica l’enzima alfa-iduronidasi. Tali mutazioni sono moltissime e hanno una diversa gravità. Ciò determina l’ampia variabilità delle forme della malattia, dalla sindrome di Hurler, che presenta il quadro clinico più grave, alla forma più attenuata (Scheie).

La malattia diventa clinicamente riconoscibile a età diverse secondo la gravità. La forma più severa (Hurler) si manifesta prima dell’anno di età con frequenti infezioni delle vie aeree superiori, ernie inguinali e ombelicali, modesto ingrandimento anomalo di fegato e milza, malformazioni scheletriche. Se non diagnosticata e trattata, la malattia evolve con ritardo psicomotorio ingravescente, cardiomiopatia e valvulopatia, rigidità articolare, malformazioni scheletriche multiple, bassa statura, ipoacusia, opacità corneali. La morte sopravviene intorno ai dieci anni in un soggetto in stato vegetativo.

La forma più lieve diventa clinicamente evidente intorno ai dieci anni, può essere monosintomatica e spesso la diagnosi è raggiunta dopo alcuni o molti anni. I segni più frequenti in questa forma sono la cardiomiopatia con il danno valvolare, i disturbi oculari (opacità corneali, retinite), la rigidità articolare tipicamente non infiammatoria e altri problemi ortopedici. L’intelligenza è sempre normale e l’aspettativa di vita poco ridotta rispetto alla popolazione generale. La forma intermedia copre tutti i quadri clinici che stanno tra questi due estremi: meno gravi della forma Hurler e più gravi della forma Scheie.

La diagnosi avviene intorno ai dieci anni, e può essere monosintomatica. I segni più frequenti in questa forma sono la cardiomiopatia con il danno valvolare, i disturbi oculari (opacità corneali, retinite), la rigidità articolare tipicamente non infiammatoria e altri problemi ortopedici. L’intelligenza è sempre normale e l’aspettativa di vita poco ridotta rispetto alla popolazione generale.

Utilizzato dagli anni 80, il trapianto di cellule staminali ematopoietiche deve essere effettuato al più presto possibile. Dall’anno 2003 è stata immessa in commercio la terapia enzimatica sostitutiva, somministrata in circa 4 ore per via endovenosa ogni settimana. Questa terapia, è in grado di migliorare sia la funzionalità polmonare che quella articolare, riducendo, l’organomegalia ma non è grado di attraversare la barriera emato-encefalica.

Foto di OsservatorioScreening.it

Paradontite, scoperto un possibile legame tra tumori dello stomaco e esofago

Pubblicato il 23 Lug 2020 alle 6:00am

La parodontite, è una sintomatologia che colpisce i tessuti di sostegno dei denti, tra cui gengive. Caratterizzata anche dalla presenza di batteri patogeni, che potrebbero anche avere un legame con il rischio di sviluppare carcinomi nell’esofago e nello stomaco. A suggerirlo è un studio, pubblicato sulla rivista scientifica “Gut”, condotto dai ricercatori della Scuola di Salute Pubblica “Harvard T.H. Chan” a Boston, su di una platea di volontari che contava ben 98.459 donne partecipanti che hanno aderito al progetto “Nurses Health Study” tra il 1992 ed il 2014, oltre a 49.685 uomini, arruolati nello studio “Health Professionals Follow-up Study”, portato avanti tra il 1988 ed il 2016. (altro…)

Covid19 e trombosi, scoperto il legame da ricercatori del San Gerardo di Monza

Pubblicato il 07 Giu 2020 alle 6:40am

Ricercatori di Milano-Bicocca hanno identificato il meccanismo che che sarebbe all’origine della trombosi vascolari nei pazienti infettati da Coronavrius. (altro…)

Gravidanza, come scoprire l’ovaio policistico

Pubblicato il 12 Feb 2020 alle 8:16am

L’ovaio policistico si presenta quando vi è una grande presenza di follicoli inattivi, di ridotte dimensioni, che vengono chiamati micro-cisti. L’origine di questa condizione ha carattere ginecologico, non ormonale e può essere agevolmente accertata mediante una semplice ecografia. Secondo le recenti ricerche, una donna su quattro, soprattutto in un range d’età fra i 20 e i 30 anni – soffre di ovaio policistico. In alcuni casi questa condizione può comportare difficoltà nell’ovulazione o ritardi nel ciclo.

Qualora questi episodi si verifichino, appare opportuno rivolgersi subito ad imo specialista per valutare la condizione complessiva dell’apparato riproduttore.

Brufoletti, peluria sul volto, disturbi al ciclo mestruale, che può diventare assente, irregolare o scarso, irritabilità, sono questi i sintomi principali per una diagnosi certa e reale.

Tuttavia, la diagnosi dell’ovaio policistico non può essere solo clinica, ma si può avvalere anche di alcuni esami.

E’ necessario ricorrere a un dosaggio ormonale e ecografia. I primi sono eseguiti attraverso un prelievo e un esame del sangue, per valutare il livello ematico di androgeni, la seconda, un’ecografia transvaginale, che serve per visualizzare l’aspetto delle ovaie e le loro dimensioni.

La sindrome delle ovaie policistiche è una delle principali cause dell’infertilità femminile, a causa dei livelli anomali di FSH, LH, prolattina e testosterone causati da questa patologia.

l’eccesso di insulina possa essere una delle cause prevalenti della sindrome delle ovaie policistiche determinando un aumento della produzione di androgeni e interferendo, in questo modo, con la capacità di ovulare. Si è evidenziato, inoltre, come questa patologia sia riscontrata prevalentemente in donne con un basso grado di infiammazione. Questa condizione ha come conseguenza la stimolazione nella produzione di androgeni. Su questa patologia, inoltre, influisce anche il fattore ereditario: dal punto di vista statistico, infatti, una rilevante percentuale di donne affette da PCOS ha una storia familiare connessa a questa patologia.

Una volta effettuata la diagnosi, qualora non sussistano problematiche rilevanti, non è necessario alcun trattamento terapeutico, ma è necessario regolarizzare il proprio stile di vita, ad esempio prediligendo alimenti a basso contenuto di zuccheri. Qualora, invece, si rilevi una connessione fra la diagnosi e la persistenza di rilevanti problemi di salute, il primo passo è generalmente diretto ad affrontare i singoli sintomi che si sono venuti a manifestare nel corso del tempo. Innanzitutto, qualora venga riscontrata amenorrea od oligomenorrea, appare opportuno un trattamento farmacologico con somministrazione di estrogeni e progestinici, che possano consentire una diminuzione degli androgeni. In alcuni casi, soprattutto qualora vengano riscontrati elevati livelli di glucosio, il medico può prescrivere anche la metformina – utilizzata generalmente per il diabete di tipo 2 -, che può comportare effetti positivi sulla regolarità delle mestruazioni. Qualora la sindrome delle ovaie policistiche sia correlata ad una difficoltà nel rimanere incinta, il medico può ritenere opportuno un trattamento farmacologico a base di FSH e LH a supporto dell’ovulazione.

Che cos’è l’iperemia?

Pubblicato il 09 Feb 2020 alle 6:48am

L’iperemia congiuntivale è un arrossamento degli occhi ed è un sintomo abbastanza comune di molte malattie, anche degli stati influenzali, in particolar modo se c’è febbre.

Questa condizione è però, molto spesso persistente o si manifesta in maniera ricorrente è opportuno consultare un oculista.

L’iperemia congiuntivale può essere causata o meno da un trauma. L’occhio può arrossarsi a seguito di un trauma e nascondere quindi lesioni più gravi che vanno oltre il semplice rossore quali ferite o corpi estranei all’interno dell’occhio. Interventi chirurgici agli occhi possono causare infezioni e quindi arrossamento. L’iperemia congiuntivale può inoltre essere causata da:

– secchezza oculare – pianto ed eccessiva lacrimazione – eccessivo consumo di alcol.

L’iperemia congiuntivale è a sua volta il primo segno di diverse patologie oculari: occorre quindi prestare attenzione ai sintomi e manifestazioni della malattia. Si possono distinguere tre tipi di iperemia congiuntivale:

– dovuta a reazione pericheratica – arrossamento con vene dilatate – iperemia della congiuntiva tarsale

La reazione pericheratica può essere un primo sintomo di glaucoma acuto, l’arrossamento con vene dilatate può segnalare la presenza di fistola carotideo-cavernosa, mentre l’iperemia della congiuntiva tarsale o del fornice possono essere sintomo di una comune congiuntivite.

A seconda dei segnali e del tipo di arrossamento, i medici specialisti potranno formulare una diagnosi accurata con relativa terapia: oltre all’arrossamento dell’occhio, gli altri sintomi che accompagnano l’iperemia congiuntivale sono:

– bruciore – sensibilità alla luce – lacrimazione – secrezione – edema – prurito.

Se l’iperemia congiuntivale non è dolente, potrebbe essere sintomo di un’emorragia sottocongiuntivale (spesso asintomatica), congiuntive acuta (con secrezioni, può essere cronica o allergica che si manifesta solitamente con un forte prurito all’occhio. In caso di iperemia congiuntivale accompagnata da dolore, la causa dell’arrossamento può essere dovuta a:

– attacco acuto di glaucoma (spesso accompagnata da nausea) – cheratite – sclerite – corpo estraneo – uveite anteriore acuta (calo della vista).

L’arrossamento dell’occhio può inoltre essere causato da altre cause quali sindrome dell’occhio secco, ipertiroidismo, neovascolarizzazioni, ustioni o terapie croniche a cui è sottoposto il paziente, lenti a contatto.

Prevenzione

Per prevenire tale arrossamento con tutti i sintomi che ne derivano basta evitare l’esposizione prolungata ad aria calda ma soprattutto secca, alla luce del sole o alla permanenza davanti a schermi luminosi. La secchezza è uno dei principali nemici dell’occhio insieme alle infezioni batteriche: per questo motivo bisogna rispettare le basilari norme igieniche e provvedere all’idratazione dell’occhio in caso di eccessiva secchezza.

Attenzione infine alle lenti a contatto: si consiglia di scegliere lenti e detergenti di alta qualità e di provvedere sistematicamente a disinfezione.

Rimedi, gel all’aloe vera, o colliri specifici possono lenire arrossamenti da iperemia.

Sciatica, possibili cause e rimedi

Pubblicato il 29 Gen 2020 alle 6:14am

“La sciatica, non è una patologia ma un sintomo che esprime l’infiammazione dello sciatico, il nervo più lungo del corpo umano. Questo comprende alcune fibre nervose degli ultimi due nervi spinali lombari (L4 e L5) e dei primi tre nervi spinali sacrali (S1, S2, S3). Nasce, quindi, nel midollo spinale, transita nel gluteo e nella parte posteriore della coscia fino a raggiungere il piede», spiega Paolo Gaetani, responsabile dell’unità operativa di chirurgia vertebrale all’Istituto di cura Città di Pavia – Gruppo San Donato e co-autore de Il grande libro del mal di schiena (Bur).

La sciatalgia, non è altro che la spia di una condizione o di una malattia che irritano o comprimono il nervo in questione.

«Questo disturbo può essere causato da una protrusione discale. Si tratta di una deformazione dello strato più esterno di un disco intervertebrale che, spesso a causa dell’invecchiamento, si sposta dalla sua sede naturale e comprime i nervi spinali, tra i quali anche lo sciatico», continua Gaetani. In molti casi questa discopatia rappresenta il preludio di un’ernia, caratterizzata dal deterioramento del disco e dalla conseguente fuoriuscita della sostanza gelatinosa (nucleo polposo) contenuta al suo interno, che va a invadere lo spazio circostante e a «schiacciare» le radici nervose. Se ciò avviene nella zona lombare della colonna vertebrale, ecco che può insorgere la sciatalgia. «Questa condizione dolorosa, però, può essere determinata anche da una stenosi spinale, che è il restringimento del canale vertebrale nel quale decorrono le radici spinali, e da una spondilolistesi, contraddistinta da uno scivolamento in avanti di una vertebra rispetto a quella sottostante. Entrambe le patologie possono, in maniera diversa, comportare una compressione del nervo sciatico e accendere il dolore», prosegue il neurochirurgo.

La sciatica, ha origine, il più delle volte a seguito di problematiche di natura non spinale, come avviene nel caso della sindrome del piriforme, un piccolo muscolo che parte dalla superficie interna dell’osso sacro e si connette ai due lati del femore. Se questo è coinvolto in un trauma o è contratto a causa di sforzi fisici prolungati, anche il nervo sciatico può andarci di mezzo e infiammarsi, visto che il piriforme lo ospita nelle proprie fibre. Infine, altra causa è da attribuire ad un affaticamento delle fasce muscolari di gambe e glutei, che può indirettamente provocare pressione sui nervi lombari, o cadute o colpi violenti alla colonna, che possono causare fratture vertebrali e danneggiare le radici nervose spinali.

Quando il nervo sciatico è sollecitato da una pressione anomala si avverte un dolore acuto, che nasce sempre nella zona lombare, scende verso il gluteo e si estende in maniera variabile a seconda della radice interessata (L4, L5, S1, S2, S3). «Si può irradiare, infatti, o lungo l’arto inferiore lateralmente, passando poi per la tibia, o posteriormente, transitando dietro la coscia e per il polpaccio, arrivando fin sotto al piede», precisa Gaetani. Questa condizione dolorosa, che viene spesso descritta come una «scossa elettrica» ed è presente sia a riposo sia durante il movimento, è talvolta accompagnata da una sensazione di bruciore e intorpidimento, formicolio, debolezza dei muscoli della gamba e della caviglia. Raccogliendo informazioni in merito a questa sintomatologia, il medico può già farsi un’idea dell’entità del disturbo che, tuttavia, deve essere confermata da una serie di indagini strumentali.

Diagnosi della sciatica «Esami che solitamente vengono prescritti sono la risonanza magnetica o la Tac, che esplorano le radici dei nervi e, di conseguenza, possono dimostrare quali sono le patologie che provocano l’infiammazione del nervo sciatico», spiega il neurochirurgo. «A volte lo specialista richiede anche la radiografia per verificare la presenza di malformazioni del rachide o listesi».

Manovre manuali la diagnosi della sciatica In alcuni casi il medico ricorre a dei testi mirati di natura manuale. Con la manovra di Lasègue, ad esempio, al paziente, che si trova in posizione supina, viene chiesto di sollevare verso l’alto la gamba estesa e dolente, con la caviglia e il collo flessi. Se le fitte si accentuano quando l’arto in esame è flesso tra i 30 e i 70 gradi, allora con ogni probabilità il nervo sciatico è coinvolto nel processo doloroso. Il medico può servirsi del segno di Wasserman: dopo aver fatto accomodare il paziente in posizione prona, afferrare la gamba fino a formare un angolo di 90 gradi e flettere verso la testa. Anche in questo caso la comparsa di dolore è indicativa di un’irritazione delle radici nervose.

I farmaci consigliati Nella maggior parte dei casi la sciatalgia tende a risolversi senza ricorrere alla chirurgia, ma occorre avere pazienza perché per la guarigione può richiedere dalle sei-otto settimane. «Secondo le linee guida internazionali, la terapia della sciatalgia, indipendentemente dalla patologia che l’ha scatenata, dovrebbe prevedere inizialmente l’assunzione sistemica di farmaci antinfiammatori non steroidei, ad esempio a base di ibuprofene e acido acetilsalicilico, in grado sia di combattere l’infiammazione sia di attenuare la sintomatologia», spiega ancora lo specialista. Talvolta questi vengono prescritti in associazione a miorilassanti locali o orali, che favoriscono il rilassamento della muscolatura e inibiscono la sensazione dolorosa. «Se dopo otto-dieci giorni questi medicinali non hanno sortito alcun effetto e l’entità del dolore è rimasta invariata, si può ricorrere ai farmaci corticosteroidi, per bocca o tramite iniezioni intramuscolaria», aggiunge ancora l’esperto. «Il medico stabilisce dose e durata di questa terapia caso per caso, poiché da questi dipendono gli eventuali effetti collaterali del cortisone, come gonfiore, disturbi gastrointestinali e cefalea».

L’intervento chirurgico Tuttavia, con sintomi molto più severi, tanto da non rispondere ai trattamenti conservativi, lo specialista può suggerire l’intervento chirurgico, che varia a seconda della condizione o della malattia presenti.

Riposo nella fase acuta Quando il dolore è esploso da poco e ha già raggiunto il suo picco bisogna assolutamente evitare di praticare attività fisica. «Gli sport, soprattutto quelli che prevedono corsa, torsioni e repentini cambi di direzione come il tennis, il calcio e il golf, potrebbero aggravare l’infiammazione in corso, favorendone la cronicizzazione», avverte lo specialista.

Ferritina alta, possibili conseguenze

Pubblicato il 04 Gen 2020 alle 11:40am

Essere affetti da iperferrtinemia o ferritina alta, vuol dire avere dei valori non consoni a quelli di riferimento che possono variare tra gli uomini e le donne. Andiamo a vedere nel dettaglio che cosa esso significhi realmente.

I sintomi che ci possono avvertire di questo problema possono essere:

– dolori articolari – palpitazioni – dolore al petto – debolezza inspiegabile – mal di stomaco

Per vedere i valori della ferritina basta un semplice esame del sangue fatto dopo un digiuno di 12 ore. Se nel caso in cui questi valori dovrebbero risultare superiori alla norma si va avanti con altri esami, tra cui: verificare se si è in presenza di anemia, si fa emocromo e reticolociti, poi glicemia e trigliceridi.

Per togliersi tutti i dubbi e verificare lo stato del fegato si può fare una biopsia epatica.

Per quanto riguarda l’alimentazione?

Un’eventuale assunzione di ferro va sospesa sin da subito; per migliorare la fluidità del sangue, si consiglia il consumo di frutta e verdura fresche di stagione. E’ importante cercare di fare attenzione a non aumentare di peso evitando di incorrere in ipercolesterolemia e diabete.

Altre grande importanza va data certamente, anche, all’attività fisica regolare. Nuoto e bicicletta.

E per quanto concerne la terapia? Deve essere fatta rispetto ai problemi di ogni soggetto e seguita da un medico specialista.

Possibili patologie ad essa collegate

– patologie del fegato – diabete di tipo 2 – artrite reumatoide – ipertiroidismo – eccessiva assunzione di alcol – tumori – obesità – stati infiammatori vari

Infertilità maschile, le possibili cause

Pubblicato il 29 Dic 2019 alle 7:55am

Una coppia su 8 ha problemi a concepire. E circa un terzo delle volte, è un problema di fertilità maschile. (altro…)

Colica renale, come ridurre i rischi

Pubblicato il 18 Dic 2019 alle 6:44am

Una colica renale può essere molto fastidiosa e dolorosa. Si augura pertanto, che passi in fretta. (altro…)