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Alzheimer, perché le donne sono più a rischio?

Pubblicato il 25 Lug 2019 alle 8:46am

Le donne sono più a rischio di ammalarsi di Alzheimer. Dipende dalla maggiore connettività di alcune aree del loro cervello, dove si forma la proteina tau, responsabile delle placche che si accumulano con la malattia, e in alcuni casi anche dai geni. A spiegarlo, due diversi studi presentati all’Alzheimer’s Association International Conference in corso a Los Angeles. (altro…)

Alzheimer: ecco quanti passi bisogna fare al giorno per prevenire declino cognitivo

Pubblicato il 21 Lug 2019 alle 7:56am

L’attivita fisica quotidiana protegge dal declino cognitivo e dall’Alzheimer: lo dice una nuova ricerca. Basterebbero meno dei 8.900 passi al giorno, infatti, meno della soglia dei 10 mila (circa 7 km) che molte persone si prefissano usando le ‘app’ o i contapassi del proprio smartphone. Lo ha scoperto uno studio del Massachusetts General Hospital (Mgh) con un articolo pubblicato sul ‘Jama Neurology’.

Il team di scienziati ha anche sottolineato come la riduzione dei fattori di rischio vascolare può offrire una protezione aggiuntiva contro l’Alzheimer e ritardare così la progressione della malattia. I risultati di questo studio saranno presentati all’Alzheimer’s Association International Conference (Aaic) che si svolgerà a Los Angeles.

Lo studio in questione è uno dei primi a dimostrare gli effetti benefici dell’attività fisica nella fase pre-clinica della malattia, quando c’è ancora la possibilità di intervenire prima dell’inizio della perdita sostanziale di neuroni e della compromissione clinica. “Uno dei risultati più sorprendenti del nostro lavoro è che una maggiore attività fisica non solo sembra avere effetti positivi sul rallentamento del declino cognitivo, ma anche sul rallentamento della perdita nel tempo di tessuto cerebrale in persone normali che avevano alti livelli della placca amiloide nel cervello“, evidenzia Jasmeer Chhatwal, uno degli autori dello studio.

Alla ricerca hanno partecipato 182 persone in buone condizioni fisiche, alcuni avevano però un alto rischio di declino cognitivo con un precoce accumulo della proteina beta-amiloide, spia di un possibile inizio di Alzheimer. Il gruppo aveva dei pedometri posizionati sull’anca per contare il numero di passi fatti durante la giornata. “Gli effetti ‘scudo’ dell’attività fisica sono stati osservati anche a livelli modesti di camminate, ma i più importanti sono stati evidenziati a quota 8.900 passi“, ha osservato Reisa Sperling, direttore del Center for Alzheimer’s Research and Treatment, Brigham and Women’s Hospital and Massachusetts General Hospital.

Alzheimer, connessione con salute orale

Pubblicato il 08 Giu 2019 alle 6:40am

Un gruppo di ricercatori ha scoperto che esiste un reale collegamento tra l’igiene orale e il rischio di ammalarsi di morbo di Alzheimer. Nello specifico i ricercatori dell’Università di Bergen (UiB), guidati da Piotr Mydel, hanno scoperto che i batteri che causano la gengivite possono essere responsabili della veicolazione dalla bocca al cervello. (altro…)

Alzheimer, vasi del collo una spia per una diagnosi precoce

Pubblicato il 03 Giu 2019 alle 10:00am

La pulsatilità dei vasi del collo, sia di tipo arterioso o venoso, è un vero e proprio allarme per individuare con anni di anticipo le persone a rischio di malattie cognitive come nel caso della demenza senile e dell’Alzheimer. Se ne è parlato a lungo in occasione del IX Convegno dell’Isnvd (International Society Neurovascular Desease – www.isnvd.org) che si è tenuto in questi giorni a Ferrara, presieduto da Paolo Zamboni, professore di Chirurgia Vascolare all’Università locale. Tra gli argomenti trattati, il ruolo sempre maggiore delle vene extracraniche nella funzione cerebrale, e quindi nelle malattie neurodegenerative come ad esempio la sclerosi multipla; l’ictus (i cui esami sono sempre più raffinati consentano di predire la possibilità di recupero dei pazienti); il contributo dell’angioplastica dilatativa venosa delle giugulari nella terapia della Sindrome di Menière. (altro…)

Alzheimer, scoperta la causa

Pubblicato il 24 Mag 2019 alle 6:53am

E’ stato scoperto un meccanismo in grado di accelerare la morte delle cellule nervose nell’Alzheimer: il cervello perde più rapidamente le sequenze di Dna che modulano l’attività dei geni che lo mantengono giovane e nello stesso tempo viene accelerata l’attività dei geni coinvolti nella formazione delle placche, tossiche per i neuroni. Lo studio apre la strada a nuovi possibili strumenti di diagnosi e cure per combattere la malattia. Pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications dal gruppo dell’Istituto americano Van Andel è stato coordinato da Viviane Labrie.

I ricercatori hanno studiato delle sequenze di Dna che, a seconda dell’età e dei fattori ambientali, intensificano o abbassano l’attività di un gran numero di geni cerebrali. Confrontando questi interruttori che accendono e spengono i geni del cervello tra individui sani e malati di Alzheimer, osservando in questi ultimi, hanno scoperto una progressiva perdita di sequenze di Dna nei vari stadi della malattia.

“Il risultato è che le cellule nervose di chi è malato si comportano come se fossero più vecchie, diventando anche più vulnerabili all’Alzheimer”, dice Labrie. “Adesso che abbiamo una migliore comprensione dei fattori molecolari che portano alla malattia – conclude l’esperta – potremmo in futuro utilizzarli per individuare nuove possibili strategie terapeutiche”.

Placche di Alzheimer distrutte con luci e suoni

Pubblicato il 17 Mar 2019 alle 7:07am

Grazie all’aiuto di luce e suoni sono state distrutte le placche responsabili dell’Alzheimer. Il risultato, registrato nei topi, è stato dichiarato molto importante in quanto nel cervello degli animali sono state osservate nuovamente le funzioni cognitive in precedenza perdute con l’aiuto di luce e suoni e distrutte le placche responsabili dell’Alzheimer.

I ricercatori, coordinati da Li-Huei Tsai, del Massachusetts Institute of Technology (Mit), visti i risultati ottenuti, puntano ora a sperimentare anche sull’uomo. Lo studio in questione è stato pubblicato sulla rivista scientifica Cell.

L’Alzheimer è una malattia caratterizzata dall’accumulo nel cervello della proteina beta-amiloide in grado di bloccare la trasmissione dei segnali elettrici tra le cellule. E, giacché questi segnali sono coinvolti anche nella produzione delle onde cerebrali, la malattia riduce la generazione di queste onde e in particolare di quelle coinvolte nelle funzioni cerebrali come ad esempio attenzione, percezione e memoria.

Nell’esperimento condotto dagli scienziati, la stimolazione visiva e uditiva ha indotto il cervello dei topi a ricreare le onde cerebrali in precedenza perse a causa della malattia e questo ha avuto l’effetto di rimuovere la placca in ampie aree del cervello, comprese quelle cruciali per funzioni cognitive come ad esempio, apprendimento e memoria. Un risultato basato su due ricerche precedenti condotte dallo stesso gruppo. In cui nella prima era stato dimostrato che una luce lampeggiante 40 volte al secondo, fatta osservare ai topi con Alzheimer, aveva ripristinato alcune delle onde cerebrali perse, rimuovendo parte delle placche; mentre nella seconda era stato testato l’effetto della stimolazione uditiva sulle capacità cognitive dei topi. Gli animali erano stati stimolati con suoni e dopo il trattamento avevano anche affrontato meglio il percorso di un labirinto che richiedeva di ricordare alcuni punti chiave.

Alzheimer, una scoperta rivoluzionaria. Presto un vaccino per prevenire il 50-80% dei casi

Pubblicato il 20 Dic 2018 alle 7:22am

Un team di ricerca dell’Università del Texas Sudoccidentale è riuscito per la prima volta in assoluto nella storia a neutralizzare gli effetti negativi di uno dei fattori genetici responsabili dell’arrivo dell’Alzheimer, l’alipoproteina E4. Una molecola che sarebbe in grado di favorire l’accumulo delle placche di beta amiloide nelle cellule e determinare la neurodegenerazione. (altro…)

Alzheimer, la pressione alta può aumentare il rischio

Pubblicato il 18 Lug 2018 alle 7:16am

Secondo recenti studi la pressione alta può aumentare il rischio di ammalarsi di Alzheimer. (altro…)

Alzheimer, in arrivo un nuovo farmaco sperimentale che rallenta la malattia

Pubblicato il 16 Lug 2018 alle 10:33am

Una nuova speranza si profila all’orizzonte per tutti i malati di Alzheimer.

Un nuovo farmaco sperimentale, il BAN2401 che la casa farmaceutica Biogen sta testando nel corso di un progetto di ricerca condotto insieme alla giapponese Eism, che ha dato risultati molto positivi in quanto, sarebbe in grado di rallentare l’avanzamento della malattia.

L’annuncio è stato dato dalla società stessa, tant’è che le quotazioni in borsa della casa farmaceutica sono salite del 20% nella sola seduta di venerdì 6 luglio a 357 dollari, livello sostanzialmente mantenuto nei giorni successivi.

Alzheimer, regredisce nei topi, buone speranze anche per l’uomo

Pubblicato il 22 Feb 2018 alle 7:02am

L’Alzheimer può regredire nel cervello dei topi, parola di esperti. Semplicemente eliminando l’enzima che nel cervello fa accumulare le placche tipiche della malattia. A rivelarlo è uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Medicine e coordinato dal gruppo dell’Istituto Lerner, di Cleveland, guidato da Riqiang Yan. Uno dei primi segni della malattia è la formazione nel cervello di placche di una sostanza proteica, chiamate placche amiloidi, la cui formazione è alimentata dall’enzima Bace1.

Il primo passo dei ricercatori è quello di ottenere topi privi dell’enzima, fatti incrociare con topi che cominciavano a sviluppare le placche amiloidi tipiche dell’Alzheimer. Nei topi nati da queste coppie i ricercatori avevano scoperto che i livelli dell’enzima erano dimezzati e le placche, inizialmente formate, avevano cominciato gradualmente a ridursi fino a scomparire. Per Marcello D’Amelio, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della Fondazione Santa Lucia, “è vero che per la prima volta si osserva una diminuzione delle placche, ma ridurne la formazione potrebbe non avere effetti clinici”.

Andrea Fuso, dell’università Sapienza di Roma, dice: “il punto debole di questa ricerca è l’applicabilità sull’uomo, al momento lontanissima. L’avere dimostrato che gli effetti neurodegenerativi sui topi possono regredire è positivo, ma non sappiamo se l’inattivazione di Bace1 a lungo termine creerebbe problemi nell’uomo. Finora seguire la via di questo enzima si è rivelata fallimentare, come dimostra la recente decisione di alcune case farmaceutiche di abbandonare la ricerca sull’Alzheimer dopo aver puntato anche su Bace1”.