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Malattie neurologiche: progressi della ricerca su Alzheimer al centro del Congresso Nazionale SIN, e Covid

Pubblicato il 27 Nov 2020 alle 6:00am

La relazione pericolosa tra Covid e malattie neurologiche con particolare riferimento all’ictus cerebrale, l’impatto della pandemia sul sonno, le ultime scoperte sui fattori di rischio dell’Alzheimer in tema di diagnosi precoce e sulle terapie, la digitalizzazione della neurologia e le innovazioni nell’ambito della ricerca sui disturbi della coscienza sono tra i temi portanti della 51° edizione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia, dal 28 al 30 novembre in versione totalmente virtuale, con il coinvolgimento di circa 2.500 specialisti di tutta Italia.

Con l’arrivo del Coronavirus in Italia le patologie neurologiche hanno avuto un fatale incremento: sono oltre 1.200.000 le persone affette da demenza, di cui 720.000 quelle colpite da Alzheimer, alle quali il lockdown ha provocato un aggravamento dei sintomi comportamentali e un peggioramento del decadimento cognitivo; circa 800.000 sono i pazienti con conseguenze invalidanti dell’Ictus, patologia che ogni anno fa registrare 150.000 nuovi casi e che ha mostrato una maggiore incidenza e severità nei pazienti con Coronavirus; i disturbi del sonno, che riguardano mediamente 12 milioni di italiani, durante la pandemia ne ha colpiti circa 24 milioni. Infine la cefalea, che interessa un individuo su 2, è stato identificato come sintomo del Covid.

“In considerazione di questi numeri, aggravati proprio dalla pandemia in corso – ha affermato il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente SIN e Direttore Clinica Neurologica e Neurofisiopatologia, AOU Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – la sfida della neurologia italiana per il futuro si presenta davvero impegnativa e sarà necessario uno sforzo comune per mantenerne i livelli scientifici e migliorarne quelli assistenziali. Il Congresso della SIN rappresenta proprio un importante momento di confronto costruttivo, sinergico e di contaminazione che vede coinvolte tutte le forze in campo”.

Al congresso hanno preso parte anche il Prof. Carlo Ferrarese, Direttore del Centro di Neuroscienze di Milano, Università di Milano –Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica, Ospedale San Gerardo di Monza, il Prof. Alessandro Padovani, Direttore Clinica Neurologica Università di Brescia, Prof. Giuseppe Plazzi, Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno dell’Università di Bologna e il Prof. Giacomo Koch, Professore ordinario di Fisiologia Università di Ferrara e Direttore Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale della Fondazione Santa Lucia di Roma.

Alzheimer, come prevenire e ritardare la malattia

Pubblicato il 26 Lug 2020 alle 6:32am

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sono circa 50 milioni le persone che nel mondo soffrono di demenza, con 10 milioni di nuove diagnosi ogni anno. La malattia di Alzheimer è la forma di demenza più comune e si stima costituisca il 60-70% dei casi. Un quadro che da decenni preoccupa gli esperti di salute pubblica che prevedevano un aumento di questa condizione di pari passo con l’invecchiamento della popolazione, soprattutto in Occidente. Alcune recenti ricerche hanno evidenziato come il trend non sia così marcato, forse per via dell’adozione di misure preventive e del miglioramento dello stile di vita.

I fattori di rischio e prevenzione della malattia

I ricercatori della Fudan University in Cina hanno provato a realizzare una metanalisi di 395 studi, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry: svelando che ci sono 10 fattori di rischio associati in modo significativo alla demenza di Alzheimer e 21 misure da adottare per cercare di diminuire il loro impatto.

Per prevenire la malattia gli scienziati sostengono che sia di fondamentale importanza, mantenersi in salute il più a lungo possibile facendo attenzione al proprio stile di vita. Adottando misure adeguate per prevenire diabete, ipertensione, eccesso di colesterolo cattivo, evitando traumi cranici, tenendo sotto controllo stress e trattando adeguatamente la depressione.

Inoltre, conducendo anche dell’attività fisica e mantenendo allenato il cervello e la memoria.

Alzheimer e le misure restrittive Covid – 19

Pubblicato il 18 Apr 2020 alle 9:21am

L’Alzheimer in epoca Covid – 19: le misure restrittive precauzionali adottate dal nostro Governo possono essere causa di peggioramenti in quelle persone che sono affette da demenze senili o Alzheimer. Una domiciliazione forzata può favorire stati di ansia di difficile gestione causando non poche difficoltà anche ai familiari, che rappresentano l’unico pilastro fondamentale per l’assistenza ai pazienti stessi. La Società italiana di Neurologia insieme con la SINdem (Associazione Autonoma Aderente alla SIN per le demenze) indica quegli accorgimenti utili per vivere la quarantena, nel migliore dei modi, anche per quelle persone affette da patologie neurologiche come Alzheimer o demenza e i loro familiari.

La Prof.ssa Amalia Bruni, Direttrice del Centro Regionale di Neurogenetica dell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme, presidio di rilevanza mondiale per lo studio delle demenze degenerative, e Presidente eletto della SINdem richiama l’attenzione su questo aspetto: “Pur condividendo la necessità del divieto di uscire da casa posto in essere contro il Covid -19, sono sinceramente preoccupata per i pazienti con Alzheimer per i quali non poter andar fuori per la consueta passeggiata può significare un aumento dell’ansia e quindi un peggioramento del loro stato di salute. Inoltre, la chiusura dei luoghi di assistenza sanitaria e sociale, come gli ambulatori medici, i caffè Alzheimer e i centri diurni, fa sì che l’accudimento dei pazienti gravi interamente sui propri familiari che, senza quelle poche ore di relax, non riescono a recuperare le energie fisiche ed emotive per sostenere i pazienti, con il rischio dell’aumento di disturbi comportamentali non solo nel paziente ma anche nel familiare stesso”.

Un circolo vizioso che va evitato aiutando i caregiver: numerose strutture sanitarie (CDCD) e associazioni di volontariato hanno ampliato l’assistenza via web o via telefono e alcune hanno delle linee dedicato al supporto psicologico dei familiari (Federazione Alzheimer, Alzheimer Uniti e AIMA).

“I numeri dell’Alzheimer sono altissimi – ha affermato il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente Società Italiana di Neurologia e Direttore Clinica Neurologica e Neurofisiopatologia, AOU Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – 600.000 persone solo in Italia con un continuo trend in aumento a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Si tratta di una malattia che coinvolge l’intera famiglia e impatta sulle vite di tutti i componenti del nucleo familiare. In questi giorni di quarantena, i pazienti costretti a rimanere in casa possono diventare più agitati, aggressivi e quindi più impegnativi da accudire. Per cercare di evitare l’aumento delle terapie, stiamo diffondendo alcuni suggerimenti messi a punto con la SINdem”.

In questo momento è necessario innanzitutto cambiare prospettiva: il rimanere a casa imposto dal Covid – 19 ha permesso un rallentamento dei ritmi delle giornate inimmaginabile in una situazione normale. Sarebbe auspicabile, quindi, approfittare di questi tempi più “umani” per dedicarsi alla cura dei pazienti in casa seguendo alcuni consigli pratici:

· Non alterare i ritmi sonno veglia, mantenendo le abitudini del mattino: dall’ora del risveglio, alla colazione, dall’igiene personale e all’abbigliamento. Non rimanere in pigiama per tutto il giorno

· Approfittare delle tecnologie oggi disponibili come le videochiama te per contattare amici e parenti e magari coloro che non si ha mai tempo di sentire

· Fare attività motoria durante la giornata, semplici esercizi, brevi passeggiate intorno al palazzo o sul terrazzo condominiale per favorire il relax

· Recuperare ricordi del passato magari attraverso vecchie fotografie e filmati

· Coinvolgere i pazienti nell’impegno della casa come cucinare, apparecchiare, riordinare

· Dedicarsi a hobby quali disegnare, cantare, ascoltare musica, vedere la tv e commentare

· Pianificare un obiettivo della giornata

Alzheimer, piccole dosi di litio per fermarlo

Pubblicato il 01 Feb 2020 alle 6:33am

Da Canada arriva un nuovo studio fatto in laboratorio che rivela che il litio potrebbe aiutare a curare la malattia di Alzheimer. La nuova ricerca infatti, confermerebbe tale ipotesi. In quanto, gli esperti in questione, hanno dimostrato che una microdose di questo componente chimico potrebbe riuscire a fermare la progressione dell’Alzheimer.

Inoltre, la vera novità è che lo riuscirebbe a fare anche negli stadi avanzati della malattia neurodegenerativa.

Già una precedente ricerca, risalente al 2017 aveva dimostrato che l’assunzione di litio può aiutare a prevenire la demenza senile e non soltanto. La ricerca aveva scoperto che le persone che bevevano acqua con alte concentrazioni di litio avevano un rischio inferiore del 17% di sviluppare la demenza, rispetto alle persone che invece ne bevevano con poco litio.

I medici prescrivono il litio per trattare e prevenire episodi maniacali in persone che sono affette da disturbo bipolare, ma anche per altri disturbi, quali, ad esempio, di natura:

– compulsiva, – schizofrenica, – depressiva, – o in alcune malattie psichiatriche che colpiscono i bambini.

Come si assume e quali sono gli effetti collaterali? Il litio diventa efficace dopo un periodo che va da una a tre settimane dopo la prima assunzione. Può compromettere la capacità di guidare e quella di manovrare macchinari pericolosi. Bisogna tenerne conto.

Ha effetti collaterali che vanno dall’irrequietezza, alla perdita dell’appetito, passando per la perdita dei capelli, all’aumento e la diminuzione dell’appetito, o mal di stomaco, poca sete, fino ad arrivare a dei piccoli movimenti delle mani difficili da controllare e secchezza delle fauci. Interagisce anche con diversi farmaci, e per tale motivo bisogna sempre informare il medico o lo specialista che se si sta seguendo una terapia anche a base di fitofarmaci, ossia farmaci che contengono principi attivi delle piante.

Il Dipartimento di Farmacologia dell’Università McGill del Quebec in Canada ha voluto capire se microdosi di litio avessero gli stessi effetti anche negli stadi avanzati della malattia. I risultati sono stati molto incoraggianti e pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Alzheimer’s Disease.

Alzheimer, arriva un nuovo farmaco

Pubblicato il 31 Ott 2019 alle 6:12am

Un’ottima scoperta per sconfiggere l’Alzheimer, Arriva infatti il primo farmaco, in grado di arrestare il declino della patologia. (altro…)

Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer: come riconoscerla e prevenirla

Pubblicato il 21 Set 2019 alle 6:24am

In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer che si celebra oggi 21 settembre, la Società Italiana di Neurologia (SIN) diffonde consigli concreti su come cercare di prevenire la più comune forma di demenza e su come relazionarsi con i propri cari affetti da questa patologia.

Nel mondo la malattia colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia ci sono circa un milione di casi, per la maggior parte over 60. Oltre gli 80 anni, la patologia colpisce 1 anziano su 4. Questi numeri sono destinati a crescere drammaticamente a causa del progressivo aumento della durata della vita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

I pazienti con Alzheimer manifestano inizialmente sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale, progressiva perdita di autonomia nelle funzioni della vita quotidiana che definiamo come “demenza”. A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come depressione, incontinenza emotiva, deliri, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un grosso peso per i familiari che svolgono un ruolo importantissimo.

“Nei pazienti con demenza conclamata – dichiara il Prof. Carlo Ferrarese, Presidente SINDEM (Associazione autonoma aderente alla SIN per le demenze), Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza – l’atteggiamento del caregiver, ossia del parente che si prende cura dell’ammalato, è fondamentale per la prevenzione e la cura dei disturbi comportamentali che spesso si manifestano e che sono l’aspetto più preoccupante della patologia. Un atteggiamento rassicurante per un soggetto che si sente “perso” e privo di riferimenti, uno stimolo ad occuparsi di mansioni semplici, con adeguata supervisione, il rispondere alle richieste del malato con pazienza, sono semplici ma importanti aspetti della vita quotidiana che aiutano a ridurre lo stato di ansia e di agitazione che spesso tali pazienti manifestano, senza dover ricorrere a terapie sedative”.

Oggi le terapie per la cura dell’Alzheimer possono solo in parte mitigare i sintomi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza, una volta che questa si è manifestata. Proprio per questo motivo, la speranza di una cura è legata alla prevenzione nei soggetti a rischio ma non ancora dementi che presentino i primi segni di lievi deficit cognitivi, soprattutto di memoria, con l’obiettivo di capire se tale condizione è destinata a evolversi verso una demenza o sia possibile attuare strategie preventive per ritardare l’esordio di malattia.

Quindi oggi l’unico vero strumento per contrastare la malattia di Alzheimer rimane la prevenzione, prima di tutto attraverso la riduzione dei fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica che si è visto contribuiscono anche ad aumentare le possibilità di sviluppare la Malattia di Alzheimer. Come? Attraverso uno stile di vita sano che contempli regolare attività fisica e un’alimentazione ricca di sostanze antiossidanti come la dieta mediterranea.

Dati recenti indicano una tendenza alla riduzione dell’incidenza della malattia nei paesi industrializzati, proprio per il maggiore controllo dei fattori di rischio vascolare.

Inoltre, anche le attività sociali e cognitive possono aiutare a ridurre e ritardare la patologia, perché stimolano il cervello e favoriscono la continua creazione di nuove connessioni cerebrali in grado di contrastare gli effetti del danno di alcuni circuiti cerebrali. Per questo è consigliato l’impegno in attività stimolanti per la mente, come imparare nuove lingue, a suonare uno strumento musicale, essere impegnati in un lavoro o in passatempo stimolante, come possibile strategia per ritardare la comparsa di demenza in soggetti con iniziale declino cognitivo.

Alzheimer, perché le donne sono più a rischio?

Pubblicato il 25 Lug 2019 alle 8:46am

Le donne sono più a rischio di ammalarsi di Alzheimer. Dipende dalla maggiore connettività di alcune aree del loro cervello, dove si forma la proteina tau, responsabile delle placche che si accumulano con la malattia, e in alcuni casi anche dai geni. A spiegarlo, due diversi studi presentati all’Alzheimer’s Association International Conference in corso a Los Angeles. (altro…)

Alzheimer: ecco quanti passi bisogna fare al giorno per prevenire declino cognitivo

Pubblicato il 21 Lug 2019 alle 7:56am

L’attivita fisica quotidiana protegge dal declino cognitivo e dall’Alzheimer: lo dice una nuova ricerca. Basterebbero meno dei 8.900 passi al giorno, infatti, meno della soglia dei 10 mila (circa 7 km) che molte persone si prefissano usando le ‘app’ o i contapassi del proprio smartphone. Lo ha scoperto uno studio del Massachusetts General Hospital (Mgh) con un articolo pubblicato sul ‘Jama Neurology’.

Il team di scienziati ha anche sottolineato come la riduzione dei fattori di rischio vascolare può offrire una protezione aggiuntiva contro l’Alzheimer e ritardare così la progressione della malattia. I risultati di questo studio saranno presentati all’Alzheimer’s Association International Conference (Aaic) che si svolgerà a Los Angeles.

Lo studio in questione è uno dei primi a dimostrare gli effetti benefici dell’attività fisica nella fase pre-clinica della malattia, quando c’è ancora la possibilità di intervenire prima dell’inizio della perdita sostanziale di neuroni e della compromissione clinica. “Uno dei risultati più sorprendenti del nostro lavoro è che una maggiore attività fisica non solo sembra avere effetti positivi sul rallentamento del declino cognitivo, ma anche sul rallentamento della perdita nel tempo di tessuto cerebrale in persone normali che avevano alti livelli della placca amiloide nel cervello“, evidenzia Jasmeer Chhatwal, uno degli autori dello studio.

Alla ricerca hanno partecipato 182 persone in buone condizioni fisiche, alcuni avevano però un alto rischio di declino cognitivo con un precoce accumulo della proteina beta-amiloide, spia di un possibile inizio di Alzheimer. Il gruppo aveva dei pedometri posizionati sull’anca per contare il numero di passi fatti durante la giornata. “Gli effetti ‘scudo’ dell’attività fisica sono stati osservati anche a livelli modesti di camminate, ma i più importanti sono stati evidenziati a quota 8.900 passi“, ha osservato Reisa Sperling, direttore del Center for Alzheimer’s Research and Treatment, Brigham and Women’s Hospital and Massachusetts General Hospital.

Alzheimer, connessione con salute orale

Pubblicato il 08 Giu 2019 alle 6:40am

Un gruppo di ricercatori ha scoperto che esiste un reale collegamento tra l’igiene orale e il rischio di ammalarsi di morbo di Alzheimer. Nello specifico i ricercatori dell’Università di Bergen (UiB), guidati da Piotr Mydel, hanno scoperto che i batteri che causano la gengivite possono essere responsabili della veicolazione dalla bocca al cervello. (altro…)

Alzheimer, vasi del collo una spia per una diagnosi precoce

Pubblicato il 03 Giu 2019 alle 10:00am

La pulsatilità dei vasi del collo, sia di tipo arterioso o venoso, è un vero e proprio allarme per individuare con anni di anticipo le persone a rischio di malattie cognitive come nel caso della demenza senile e dell’Alzheimer. Se ne è parlato a lungo in occasione del IX Convegno dell’Isnvd (International Society Neurovascular Desease – www.isnvd.org) che si è tenuto in questi giorni a Ferrara, presieduto da Paolo Zamboni, professore di Chirurgia Vascolare all’Università locale. Tra gli argomenti trattati, il ruolo sempre maggiore delle vene extracraniche nella funzione cerebrale, e quindi nelle malattie neurodegenerative come ad esempio la sclerosi multipla; l’ictus (i cui esami sono sempre più raffinati consentano di predire la possibilità di recupero dei pazienti); il contributo dell’angioplastica dilatativa venosa delle giugulari nella terapia della Sindrome di Menière. (altro…)